Da oggi il sistema sanitario garantirà "cure complete" e libere da "discriminazione". La decisione era stata anticipata dalla sentenza di un tribunale di Porto Alegre.
(La Repubblica) Da oggi in Brasile si potrà cambiare sesso a spese dello Stato. Lo sancisce un decreto del ministero della Sanità pubblicato oggi sulla Gazzetta Ufficiale: le operazioni potranno ora essere fatte nel sistema sanitario pubblico che si farà carico di ogni spesa. E dovrà garantire cure "complete" e libere "da ogni discriminazione", ha sottolineato il ministro della salute Jose Temporao che ha firmato il provvedimento.
Già lo scorso anno un tribunale di Porto Alegre aveva deciso in tal senso in una sentenza e il ministero aveva annunciato che non avrebbe fatto ricorso. Ora la cosa è divenuta legge.
L'Organizzazione mondiale della sanità descrive il transessualismo come una malattia psichica. Studi in Brasile indicano che i transessuali siano uno ogni 10 mila uomini e una ogni 30 mila donne.
mercoledì 20 agosto 2008
Cambiare sesso è un diritto. Il Brasile approva la nuova legge.
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mercoledì 23 luglio 2008
Carfagna: "Testamento biologico? Io dico no: è un viatico per l'eutanasia".
Polemiche dopo il toccante video messo online da un malato di Sla di 48 anni: "Nel momento in cui non fossi più in grado di mangiare o di bere attraverso la mia bocca oppongo il mio rifiuto ad ogni forma di alimentazione e di idratazione artificiale".
(Quotidiano.net) Dopo il video choc con il testamento biologico lanciato su YouTube da Paolo Ravasin, malato di Sla, si acuisce il dibattito sulla necessità di un provvedimento che regoli la materia per dare la possibilità alle persone di decidere la propria sorte.
Ma di testamento biologico non vuol sentir parlare - ad esempio - il ministro per le Pari opportunità Mara Carfagna, che avverte: "Una legge del genere non può che vedermi in disaccordo. Ho paura, infatti, sia un viatico per l'eutanasia".
"La mia personale opinione - spiega Carfagna - è che la vita va difesa dal principio fino alla fine. Comprendo le difficoltà dei malati terminali e dei loro familiari, ma questo è il mio punto di vista".
IL DISPERATO APPELLO DI RAVASIN
Paolo Ravasin, malato di Sla, con fatica, parla, davanti a una telecamera che lo inquadra e a un microfono che dà suono alla sua voce legge il suo testamento biologico, tenuto di fronte ai suoi occhi da altre mani: "Nel momento in cui non fossi più in grado di mangiare o di bere attraverso la mia bocca oppongo il mio rifiuto ad ogni forma di alimentazione e di idratazione artificiale sostitutive della modalità naturale".
E' il video di Ravasin, 48 anni, presidente della Cellula Luca Coscioni di Treviso che si apre sulla homepage dell'associazione. La voce è debole, ma la sua "volontà è ferma, convinta e documentata": no all'accanimento terapeutico, no all'alimentazione forzata, no all'ospedale, aiutatemi solo a non sentire dolore, "accetto unicamente i farmaci necessari a trattare i sintomi dolorosi derivanti".
E sottolinea: "sono stato adeguatamente informato e quindi sono pienamente consapevole delle conseguenze a cui mi espongo mediante tale rifiuto", ma è questa la "mia insuperabile manifestazione di volontà".
Un video come Piergiorgio Welby, malato di distrofia che due anni fa affidò alle immagini il suo appello per l'eutanasia al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
La voce di Ravasin, a causa anche del tubo endotracheale che lo aiuta a respirare, è metallica, uno sforzo dietro ogni parola, e pausa, singulti; lo sguardo semi abbassato nella tensione di parlare; un lungo piano sequenza fissa il suo volto, steso a letto, con scritte in sovraimpressione che riprendono il contenuto delle parole.
IL TESTO DEL TESTAMENTO BIOLOGICO
Ecco il testamento biologico di Ravasin: "Io Paolo Ravasin nato a Ceggia, in provincia di Venezia il quattro aprile 1960, attualmente ospite presso la Casa Soggiorno Villa delle Magnolie a Monastier, in provincia di Treviso e sono stato adeguatamente informato, nel corso di approfonditi colloqui con il dottor Agostino Paccagnella (06.02.08) e il dottor Guido Zerbinati (06.02.08 e 13.02.08) alla presenza del dottor Camillo Barbisan Presidente del Comitato di Bioetica dell'ULSS 9, dell'evoluzione della mia malattia e della conseguente indicazione ai relativi trattamenti".
"In particolare - prosegue - per quanto riguarda la possibilità di nutrirmi ed idratarmi. La mia ferma, convinta e documentata volontà in proposito è la seguente: nel momento in cui non fossi più in grado di mangiare o di bere attraverso la mia bocca oppongo il mio rifiuto ad ogni forma di alimentazione e di idratazione artificiale sostitutive della modalità naturale. Tale rifiuto è da ritenersi efficace anche nella circostanza in cui perdessi qualsivoglia capacità di esprimere e ribadire la mia volontà".
"Inoltre - continua a leggere Ravasin - a partire dal momento in cui non fossi più in grado di nutrirmi e idratarmi attraverso la mia bocca rifiuto la somministrazione di qualsiasi terapia medica destinata a trattare la malattia di cui sono affetto e oltre altre patologie sopravvenienti intese come complicazioni. Accetto unicamente i farmaci necessari a trattare i sintomi dolorosi derivanti, in particolar modo, dalla disidratazione nella modalità di somministrazione che il mio medico - dottor. Guido Zerbinati o i suoi sostituti - riterrà appropriata".
"Affermo di essere stato informato - sottolinea il malato - e quindi sono pienamente consapevole delle conseguenze a cui mi espongo mediante tale rifiuto che tuttavia considero quale mia insuperabile manifestazione di volontà. Infine oppongo il mio rifiuto ad ogni trasferimento in strutture ospedaliere".
"Non essendo in grado di sottoscrivere materialmente tale documento a causa della mia infermità - conclude Ravasin - attribuisco al medesimo il valore di espressione della mia autentica volontà attraverso una videoregistrazione nel corso della quale ho letto la lettura di questo testo al quale ho dato oralmente il mio assenso e che viene sottoscritto dai testimoni presenti".
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15:52:00
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Sesso: Il Viagra funziona anche con le donne, lo dice una ricerca.
Il Viagra funziona anche nelle donne. Assumendo la pillola blu, le disfunzioni intime tipiche delle pazienti in terapia contro il "male oscuro", come la difficoltà nel raggiungere l'orgasmo o la scarsa lubrificazione vaginale, sembrano scomparire. Lo dimostra uno studio condotto da esperti dell'università americana di Albuquerque, nel New Mexico. Alla metà delle donne sottoposte a sperimentazione è stato detto di assumere per 8 settimane il Viagra: il risultato ha visto superare i problemi dalle donne che avevano preso il Viagra, le quali hanno sperimentato una migliore funzionalità sessuale rispetto alle altre. Gli effetti collaterali sono stati pochi e leggeri mal di testa, vampate, indigestioni.
venerdì 18 luglio 2008
Discussioni. "Io, come Eluana, vi prego di tacere".
(Marina Garaventa - La Stampa)
Caro Direttore,
sono Marina Garaventa, ho 48 anni e sono, più o meno, nella stessa situazione in cui era Piergiorgio Welby: come lui, ho il cervello che funziona benissimo, diversamente da lui, posso ancora usare le mani e la mimica facciale.
Come ho seguito il caso Welby, esprimendo la mia opinione, ho seguito il caso, ben più grave del mio, di Eluana Englaro e mi sono «rallegrata» della sentenza che ne sanciva la conclusione, sperando che nessuno si permettesse di intromettersi in un caso così delicato e personale. Non avevo la benché minima intenzione di dire o scrivere alcunché fino all’altra mattina alle 7 quando, ascoltando i primi notiziari, ho sentito tante «cazzate» che mi sono decisa a dire la mia. Io sono abituata a esprimere opinioni, dare giudizi e consigli solo su cose che conosco bene e che ho vissuto personalmente e mi piacerebbe tanto che tutti si regolassero così, evitando di aprire la bocca per dare aria a sentenze basate su mere teorie filosofiche e moral-religiose.
Con queste parole mi riferisco, in particolare, alle recenti «sortite» di alcuni personaggi noti che, in un delirio di onnipotenza, dicono la loro, scrivono lettere patetiche e organizzano raccolte pubbliche di bottiglie d'acqua: le bottiglie, a Eluana, non servono perché sia l'acqua sia la nauseabonda pappa che la tiene in vita e che anch'io ho provato per mesi, le arriva attraverso un sondino. Bando quindi ai simbolismi di pessimo gusto di Giuliano Ferrara, stimato giornalista, e al paternalismo di Celentano, mio cantante preferito. In quanto al mio esimio concittadino, il Cardinal Bagnasco, sarebbe cosa buona e giusta che, prima di esprimersi su quest'argomento, avesse la bontà di spiegarci perché a Welby è stata negata la messa e, invece, il «benefattore» della Magliana, Renatino De Pedis, è sepolto in una nota chiesa romana.
A questo punto, però, siccome neppure a me piace fare della teoria, propongo a questi signori di prendersi un anno sabbatico e offrirlo a Eluana: passare con lei giorni e notti, lavarla, curarle le piaghe, nutrirla, farla evacuare, urinare, girarla nel letto, accarezzarla, parlarle nell'attesa di una risposta che non verrà mai. Sono disponibile anche a mettermi a disposizione per quest'esperimento ma, devo avvisare tutti che, per loro sfortuna, io sono sicuramente meno docile di Eluana e se qualcuno, chiunque sia, venisse per insegnarmi a vivere, lo manderei, senza esitazione, «affanc...».
A sostegno di quanto detto finora, aggiungo che, nonostante io non possa più camminare, parlare, mangiare, scopare e quant'altro, amo questa schifezza di esistenza che mi è rimasta e mai ho avuto il desiderio di staccare la spina del respiratore che mi tiene in vita. Nonostante tutte le mie limitazioni, io ho una vita intensissima: scrivo su alcuni giornali locali, tengo un blog (www.laprincipessasulpisello.splinder.com), ho un'intensa vita di relazione e, in questo periodo, sto promovendo un mio libro che narra di questa mia splendida avventura. («La vera storia della principessa sul pisello», Editore De Ferrari , Genova).
Sicuramente qualcuno penserà che voglio farmi pubblicità e, in un certo senso, è vero: io voglio, per quanto posso, dar voce a tutti quelli che sono nella mia condizione e non sanno o non possono dire la loro.
Parliamoci chiaro: i malati come me, come Welby ed Eluana, sono già morti! Sono morti il giorno in cui il loro corpo ha «deciso» di smettere di funzionare e hanno ricevuto dalla tecnologia, che io ringrazio sentitamente, l'abbuono, il regalo di un prolungamento dell'esistenza. Ma come tutti i regali, anche questo vuol essere contraccambiato con merce altrettanto preziosa: una sofferenza fisica e morale che solo una grande forza di volontà può sopportare. Nel momento in cui il gioco non vale più la candela il paziente deve poter decidere quando e come staccare la spina. Lo Stato deve garantire la miglior vita possibile a questi malati, tramite assistenza, supporti tecnologici e contributi ma non può arrogarsi il diritto di decidere della loro vita sulla base di astratti principi etici, molto validi per chi sta col culo su un bel salotto, ma che diventano assai stucchevoli quando si sta nel piscio. Eluana non può più decidere ma chi le è stato vicino, nella gioia e nella sofferenza, chi l'ha conosciuta e amata non può dunque decidere per lei, mentre possono farlo persone che, fino a ieri, non sapevano neppure che esistesse?
Io sono pronta a chiedere umilmente perdono se questi signori mi diranno che, nella loro vita, si son trovati in situazioni come la mia o come quella di Eluana e delle nostre famiglie ma, francamente, non credo che la mia ammenda sarà necessaria. Per chiarire meglio la mia situazione rinvio al link di un video:
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Concludo ringraziandola e sperando che voglia dare voce anche a me che parlo con cognizione di causa e non per fare della filosofia.
mercoledì 16 luglio 2008
Domani su Rainews 24. Puntata dedicata all'Aids.
(Italpress) Sara' dedicata all'Aids e agli ultimi approdi della ricerca dell'Istituto Superiore di Sanita' per debellare il virus la puntata della rubrica di Rainews24 "Altrevoci Diritti Negati" in onda domani alle 9,33.
Ogni giorno nel nostro paese 11 persone vengono infettate dal virus dell'Hiv per un totale di circa 4.000 nuovi casi all'anno. I dati sono stati diffusi dallo stesso Istituto, secondo il quale nel 2007 la malattia non e' arretrata, anche se le caratteristiche delle persone sieropositive risultano cambiate. Si tratta cioe' sempre meno di tossicodipendenti, mentre aumenta la diffusione del virus tra gli eterosessuali rispetto agli omosessuali. Aumenta anche l'eta' delle persone colpite, che ormai supera i 40 anni.
Nel corso della trasmissione si parlera' dell'andamento della malattia e delle prospettive di cura. In studio con Luce Tommasi, che coordina e cura la rubrica, ci sara' la ricercatrice Barbara Ensoli, vice presidente della Commissione nazionale per la lotta contro l'Aids.
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lunedì 14 luglio 2008
Venticinque anni di lotta e si muore ancora di Aids.
(Giuliana Tambaro) Sono trascorsi ben 25 anni dall’identificazione, da parte del gruppo di Luc Montagnier, all’Institut Pasteur di Parigi, del virus Hiv che causa la sindrome di immunodeficienza acquisita, meglio conosciuta con l’acronimo di Aids. Anche se i massmedia, non ci bombardano più, come negli anni ’80, sul dilemma Aids, i casi di Hiv continuano a crescere nel mondo occidentale. L’Aids non ha smesso di essere causa di morte per milioni di esseri umani. E’ vero che la ricerca ha fatto passi da gigante, ma la malattia è trattabile, non curabile. Grazie ai progressi della ricerca, oggi, si può convivere con l’Hiv per 30 anni. Secondo quanto si credeva negli anni ’80, i più infetti erano gli omosessuali. Oggi anche questa idea è stata superata. L’immunologia, la virologia e la farmacologia sono state profondamente trasformate dall’emergenza Aids. Studiando la patogenesi dell’infezione da Hiv è stato possibile comprendere la complessità della struttura genetica e del comportamento del virus, migliorare la comprensione di numerosi processi immunologici, quali, per esempio, quelli inerenti alla funzione del timo e alla biologia delle citochine, proteine fondamentali per la comunicazione tra le cellule.
Inoltre sono state formulate molecole farmacologiche, dotate di attività antivirale. Conquiste grandiose, in tempi in cui mancano i finanziamenti per la ricerca. L’epidemia di Aids ha influenzato in maniera forte il campo artistico, basti pensare ad opere come “Angels” in America, a film come “Philadelphia” oppure “And the band played on”, oppure a musical come “Rent”, che nel tema finale apertamente riecheggia la chiusura della Bohème. La vita va amata, senza pretese. Va amata nella piena felicità, e nella solitudine assoluta. Quella solitudine, che ben conoscono, i malati di Aids. Dunque, accanto ad un grave male fisico, tamponato da farmaci con gravi effetti collaterali, la malattia della solitudine, del sentirsi soli ed abbandonati. La scienza, oggi, non è in grado di formulare un vaccino anti-Hiv, ma la scienza diviene operante attraverso l’ uomo. E questi è dotato di un sorriso che può, istantaneamente, regalare ad un ammalato di Aids.
mercoledì 25 giugno 2008
Sempre più belli, ma anche spennati. Il business dell'estetica.
Dilagano i ritocchi: lifting e seno nuovo quelli più costosi. La liposuzione tra gli interventi più richiesti. Molti sottovalutano i rischi. Il prof. D’Aniello (docente a Siena) mette in guardia: sono operazioni vere, io spesso le sconsiglio.
(Andrea Lanini - Il Tirreno) Se ne parla tanto, tantissimo, forse troppo. Secondo gli addetti ai lavori, però, non nel modo giusto. Il bombardamento mediatico sul mondo della chirurgia estetica, dicono, imbelletta molto. Rischia di confondere. Di fare danni. Perché un’operazione è sempre un’operazione, e i rischi ci sono.
Poi, ogni tanto, qualche voce autorevole si fa sentire, lanciando un allarme che crea scompiglio e fa riflettere. Qualche mese fa (fine 2007) ci ha pensato l’Associazione dei chirurghi estetici britannici (Bapps), che ha messo sotto accusa la «diffusione di rimedi falsi o praticati troppo allegramente», denunciando sui maggiori quotidiani del paese «quanti si improvvisano chirurghi estetici intervenendo anche quando non ce n’è bisogno».
Nonostante i rischi (e i costi), le richieste di intervento sono in vertiginoso aumento. I “ritocchi” più in voga in Italia sono: mastoplastica additiva (aumento del seno), liposuzione, rinoplastica (miglioramento dell’aspetto del naso) e “mini-lifting” (lifting mirato a certe zone del volto e del collo). I prezzi non sono davvero bassi: si va dai 3900 euro per una liposuzione lieve agli 8000 per la riduzione del seno e per il lifting. Invece ingrandire il seno può costare fino a 7200 euro.
Da noi, il problema di questa crescita esponenziale (peraltro difficilmente controllabile) lo ha sottolineato il professor Carlo D’Aniello, ordinario di chirurgia plastica e ricostruttiva presso l’università di Siena e direttore dell’unità operativa complessa di chirurgia plastica dell’Azienda ospedaliera universitaria senese. Che lo scorso gennaio, in occasione di un master in medicina estetica organizzato dall’ateneo senese, ha osservato come si registri «un sempre maggior numero di richieste di trattamento da parte dei pazienti, tanto che tale argomento sta assumendo nella nostra società la valenza di una vera e propria patologia».
«Riguardo al rischio di una cattiva informazione e quindi di finire sotto il bisturi sbagliato, condivido le preoccupazioni dei colleghi inglesi», ci spiega il prof. D’Aniello, presidente eletto della Società italiana di chirurgia plastica ricostruttiva ed estetica (Sicpre). «Intanto è opportuno non fare confusione. Bisogna distinguere tra la chirurgia plastica a finalità ricostruttiva, branca antica, estremamente seria, che risolve tanti problemi, anche molto gravi, e che interviene in caso di malformazioni, ricostruzioni post-oncologiche e post-traumatiche, forme preoccupanti di obesità, ustioni; e la chirurgia plastica a finalità estetica, che riguarda ugualmente operazioni vere e proprie il cui scopo è migliorare l’estetica di alcune parti del corpo. Di solito la confusione nasce tra chirurgia estetica e medicina estetica, due ambiti molto diversi. Quest’ultima comprende trattamenti estetici non chirurgici, tipo il rimodellamento delle labbra o le infiltrazioni (filler) per cancellare o diminuire le rughe».
«Detto questo, bisogna dire che una specialità in medicina estetica non esiste. E anche per quanto riguarda la chirurgia estetica, manca una formazione accurata. Gli interventi chirurgici con finalità estetiche vengono fatti solo in libera professione, il sistema sanitario nazionale (giustamente) non li contempla. È tutto un discorso, questo, che esula dal tradizionale mondo della sanità. E proprio per questo avrebbe bisogno di essere monitorato con attenzione. Tenga conto di una cosa: in Italia, qualsiasi laureato in medicina e chirurgia può fare qualsiasi intervento, soprattutto in ambito privato. Allora capita di vedere, tanto per fare un esempio, un dermatologo o un medico generico o uno specialista in branca medica che, dopo aver passato un paio d’anni in un qualche centro chirurgico a imparare, si mette a operare. Mi pare discutibile. La mia idea è che chi si mette a fare un qualsiasi intervento chirurgico debba almeno avere una specializzazione in una branca chirurgica, che si ottiene dopo un percorso di formazione di 5 anni».
Secondo il professore, i problemi da evidenziare sono soprattutto due: il bombardamento a tappeto dei media, che propagandano un certo tipo di bellezza; la facilità con cui si può accedere a questo tipo di interventi («Prima erano in pochi quelli che li facevano, poi, da quando è scoppiato il business, tanti ci si sono tuffati...»).
Due i rimedi: formazione e informazione. La prima dedicata al chirurgo, la seconda ai pazienti. Che devono essere messi al corrente «di tutti gli aspetti dell’intervento, in maniera seria, senza lasciar da parte problemi e controindicazioni».
Non come fanno certe trasmissioni in tv, che mostrano di tutto, comprese le zoomate sul lavoro dei chirurghi in sala operatoria. Ma non i risultati. Né prima né dopo. E nemmeno le cicatrici. «In effetti edulcorano non poco», osserva D’Aniello.
L’escalation di interventi un po’ lo preoccupa, «anche se non è il caso di parlare di allarme sociale». Come presidente della Sicpre, si è preoccupato di «vedere i numeri». Cosa non facile, perché «non sono solo i nostri soci a fare interventi di chirurgia estetica. A operare sono in tanti. Comunque, secondo i dati che stiamo raccogliendo e che pubblicheremo l’anno prossimo, si può dire che quella della chirurgia plastica a finalità estetica è tra le branche col più alto numero di interventi in Italia». Tanto per farsi un’idea: in un anno, da noi, si fanno da 30 a 50.000 interventi di rinoplastica. Altrettanti sono quelli di mastoplastica additiva. Le liposuzioni sono 80-90.000 l’anno. «Se selezioniamo un gruppo di donne che va dai 35 ai 60 anni, soprattutto di alcuni ceti sociali, possiamo vedere che c’è sicuramente una percentuale di oltre il 60% che si sottopone a qualche intervento di medicina estetica. E una percentuale al di sopra del 30% che ricorre alla chirurgia estetica. È chiaro che su questa crescita esponenziale della domanda, i media hanno il loro peso».
«D’altra parte, se l’informazione riguardo a questi temi la fanno solo certe trasmissioni, o le industrie che vendono prodotti di medicina estetica o anche i singoli professionisti che si fanno vedere in televisione, non c’è da stupirsi dell’effetto».
Certo, capita spesso che la voglia di rifarsi qualcosa venga anche a chi di fatto non ne avrebbe alcun bisogno. In quel caso, dice il professore, è meglio «sconsigliare».
«Magari ti arriva in studio una ragazza giovane che è già carina così com’è e tuttavia si è messa in testa di volere il seno più grande. Cerco di dissuaderla. Io tendo a sconsigliare molto. Se non c’è un vero problema, cerco di convincere il cliente (in contesti come questo è un “cliente” quello che si ha di fronte, non un “paziente”) che è meglio lasciar perdere. Un professionista serio - conclude D’Aniello - deve approfondire il colloquio con la persona che ha di fronte. Se una ragazza di 18 anni si presenta, ad esempio, con un seno malformato il problema c’è e va affrontato. Ma se una arriva con una “seconda” e ti dice di volere una “quarta”, la cosa da dire è: “Ma perché vuoi fare questa cosa? Non stai già bene così?”».
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mercoledì 18 giugno 2008
Uno studio made in Italy svela il perche' genetico dell'omosessualita' maschile.
Il tratto genetico si eredita per linea materna e aumenterebbe la fecondità femminile.
(Ansa) L'omosessualita' maschile ha una predisposizione genetica ereditata dalla madre. Lo sostiene lo studio di un gruppo di ricercatori dell'Universita' di Padova, pubblicato sulla rivista 'PloS_ONE', secondo il quale i geni dell'omosessualita' maschile sono stati individuati sulla base di un modello matematico.
Il gruppo e' composto dai professori Andrea Camperio Ciani, del Dipartimento di Psicologia generale dell'Universita' di Padova, Giovanni Zanzotto, del Dipartimento di Metodi e Modelli matematici dell'ateneo padovano, e Paolo Cermelli, del Dipartimento di Matematica dell'Universita' di Torino, secondo i quali si tratta di 'selezione darwiniana'. Il modello matematico elaborato all'Universita' di Padova riguarda solo l'omosessualita' maschile e non quella femminile.
Una scoperta che, afferma il prof.Camperio Ciani, docente di Etologia e Psicologia evoluzionistica, rovescia gli stereotipi comuni per i quali i gay sono 'contro-natura': 'Il nostro studio - rileva - sembra invece spiegare che fanno parte di un disegno evoluzionistico assolutamente naturale, che punta ad aumentare la fecondita'. Siamo di fronte a una sorta di 'strategia di selezione fra geni da parte della natura'. In sostanza, spiega il prof Ciani, 'il modello matematico dimostra tutti e quattro gli assunti da cui eravamo partiti. Ovvero: l'omosessualita' maschile e' sempre presente in tutte le popolazioni della terra; nessuna popolazione e' totalmente composta da gay; l'eredita' e' assimetrica, legata al ramo materno; i gay hanno da parte materna nonne, zie, cugine, che fanno piu' figli rispetto alla media'.
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lunedì 16 giugno 2008
Piercing, a Roma si studiano leggi più severe.
Il ministero della Sanità «sconsiglia la pratica su parti anatomiche la cui funzionalità potrebbe risultare poi compromessa». Theiner: «Ma Bolzano è stata la prima a varare un regolamento in materia».
(L'Alto Adige) Il caso della giovane meranese finita in fin di vita alla clinica di Monaco di Baviera dopo essere stata colpita da una grave setticemia a seguito di un piercing al sopracciglio ha costituito una sorta di campanello d’allarme anche per il ministero della Sanità tanto che ieri è stata diramata una circolare con la quale invita le Regioni a regolamentare il settore mentre ha affidato al proprio ufficio legislativo l’incarico di valutare i contenuti di una possibile legge nazionale destinata a colmare l’attuale vuoto legislativo. «Ma Bolzano è stata la prima - sottolinea l’assessore Theiner - a varare un regolamento».
«Il ministero ha affidato al proprio ufficio legislativo l’incarico di valutare l’opportunità di promuovere una legislazione nazionale che fissi principi e criteri per l’esercizio di attività legate all’inserimento di piercing e tatuaggi»: ad annunciarlo ieri una nota del dicastero della Sanità in relazione all’ultimo drammatico episodio accaduto alla giovane meranese che si trova ancora ricoverata in prognosi riservata alla clinica universitaria di Monaco di baviera dopo essere stata colpita da una grave forma di setticemia a seguito dell’applicazione di un piercing al sopracciglio.
Insomma dopo questo clamoroso caso meranese - che per altro è solo l’ultimo di una serie verificatasi su scala nazionale - ora il Governo corre ai ripari e vuole il tempestivo varo di norme e regolamenti regionali di settore, ma pensa anche ad una legge nazionale in materia, decisamente più severa e restrittiva a tutela soprattutto degli utenti.
Roma invita dunque tutte le Regioni ad assumere provvedimenti coerenti con la circolare ministeriale del 7 aprile 1999 in materia di tatuaggi e piercing. Il ministero ricorda nella sua circolare di ieri che l’atto, diretto alle Regioni e all’Associazione dei tatuatori, «prevede l’attivazione di corsi di formazione obbligatori per coloro che praticano tali attività nonchè l’adozione di tutte le misure di igiene e profilassi necessarie. Inoltre la Circolare ministeriale dispone la necessità di una specifica autorizzazione della competente Asl per coloro che effettuano tali procedure che, comunque, non possono essere eseguite sui minori, eccezion fatta per il piercing sul lobo dell’orecchio che può essere eseguito con il consenso dei genitori».
«Benissimo freplica l’assessore provinciale alla sanità, Richard Theiner - ma vorrei ricordare anche al Governo che la Provincia di bozlano è stata la prima e probabilmente l’unica che da tempo si è già dotata di uno specifico regolamento in materia che prevede proprio la frequenza di corsi di specializzazione per i piercer e la relativa autorizzazione da parte dell’Azienda sanitaria. Chiaramente, ed anche il caso meranese lo evidenzia in tutta la sua drammaticità, queste norme non bastano evidentemente a regolamentare in maniera adeguata un settore in forte espansione e dove ai professionisti seri si accompagnano moltissimi operatori improvvisati che non danno alcuna garanzia soprattutto sotto il profilo sanitario. E allora spetta anche alla singola responsablità, in particolare da parte degli utenti più giovani, scegliere solo fra i professionisti abilitati da chi farsi applicare, se proprio lo si vuole, questi piercing».
La circolare ministeriale infine sconsiglia a tutti «la pratica del piercing su parti anatomiche la cui funzionalità potrebbe risultare compromessa come ad esempio palpebre, labbra, lingua, seno, apparato genitale».
Fin qui i primo interventi per tentare di arginare e gestire un settore in forte espansione soprattutto per una diffusa moda “alternativa” in voga soprattutto fra i giovanissimi, ma non solo. Intanto la giovane meranese sta lottando ancora fra la vita e la morte per superare quell’infezione provocatale dall’applicazione maldestra di un piercing al sopracciglio. E resta ancora un mistero, nonostante l’inchiesta avviata dalla polizia, chi materialmente abbia effettuato l’operazione.
giovedì 12 giugno 2008
Truffe alla sanità: altre due cliniche (e due frati) sotto inchiesta a Milano.
Alla San Pio X ci sarebbero 13 indagati, accusati di associazione per delinquere e truffa aggravata, tra cui due religiosi (uno dei quali è il padre economo), 4 chirughi plastici e il loro primario. Curare i sieropositivi consentirebbe di chiedere rimborsi cospicui alla regione, in questo caso intorno ai 6 mila euro (secondo i consulenti dell’accusa, il costo reale dell’intervento dovrebbe essere di circa 500 euro e non richiederebbe ricovero).
Le operazioni di questo tipo, solo alla San Pio X, sarebbero state circa 7 mila. Ma la vera novità che coinvolge sia l’istituto clinico San Siro sia la San Pio X sta negli interventi per le emorroidi: nelle due cliniche sotto inchiesta questo tipo di operazione sarebbe stata catalogata quasi sempre come un ben più complicato intervento all’intestino crasso, consentendo rimborsi di circa 11 mila euro invece che meno di 2 mila. Alla San Pio X sarebbero state circa 3 mila le operazioni realizzate secondo questa procedura.
Milano. La risposta "nazista" del medico della Clinica Santa Rita: "Obbedivo agli ordini".
(L'Avvenire) Durante l'interrogatorio di garanzia, Renato Scarponi, uno dei medici arrestati con l'accusa di truffa al sistema sanitario nazionale nell'ambito dell'indagine sulla clinica Santa Rita, ha detto di aver obbedito, nei suoi comportamenti, a quanto gli imponevano i vertici della struttura sanitaria. In particolare, le responsabilità delle truffe sarebbero state, secondo Scarponi, dei direttori sanitari, Gianluca Merlano e Maurizio Sampietro, e del proprietario Francesco Paolo Pipitone.
Aumenta l’uso del laser per la depilazione per i teenagers.
(Menchic) Creme inefficaci? Prodotti depilatori che irritano la pelle? Follicoli infiammati? Qualcuno ha trovato una risposta alternativa a tutte queste domande, vanificando l’immagine di un uomo scimmia: il laser. Ma diventa un allarme quando sono i più giovani ad usufruirne.
Secondo una ricerca condotta in America, diventa sempre più frequente fra gli adolescenti maschi la depilazione che, già all’età di 13 o 14 anni, si rasano le gambe e le ascelle. Ma le istituzioni mediche lanciano l’allarme: potrebbe essere un errore di cui ci si pentirà più tardi.
In un mondo in cui le decisioni estetiche prendono il sopravvento persino sulla salute, diventa difficile stabilire ciò che è buono da ciò che cattivo e persino – e paradossalmente – ciò che è bello da ciò che è brutto. Ma negli Usa sono chiarissimi: denti storti e imperfezioni fisiche devono trovare una soluzione il più presto possibile.
Così se un tempo, per i vecchi quattordicenni degli Anni Ottanta che facevano nuoto i peli sulla schiena non erano un problema, ora si assiste a un’inversione di marcia e la peluria, malgrado ancora non fitta, diventa un dilemma. A tal proposito, i teenagers richiedono trattamenti con il laser e per di più in maniera proporzionalmente maggiore rispetto a quegli adulti che ne fanno uso, il tutto però minando alla stabilità ormonale, nonché alla normale crescita.
Solo nel 2007, 67.523 ragazzi hanno usato le terapie laser per eliminare definitivamente i loro in estetismi. Un numero che rappresenta il doppio rispetto allo stesso target per l’anno 2000 e che sottolinea il fatto che gli adolescenti attuali si sentano imbarazzati talmente tanto dalla loro crescita da voler evitare ulteriori combattimenti con un problema che possono essere i peli, che nei casi più estremi possono portare anche a dei problemi sociali. A nessuno piace essere chiamato “sopracciglio unito” dai propri compagni di scuola.
Ma nonostante il “problema P” sia messo da parte, cominciano poi una serie di quesiti e di grattacapi per quel che riguarda scottature o le ustioni, legate a un cattivo uso del trattamento laser oppure a un trattamento laser eseguito a persone non adatte a quel tipo di procedimento. Un calvario che molto spesso conduce a pochi risultati. Tanto è vero che sono gli stessi dermatologi a suggerire prima le cerette e gli schiarimenti e poi, come ultimo ricorso la terapia laser.
L’ultima parola spetta però agli psicologi infantili che ammettono: «Ognuno deve imparare a vivere col proprio corpo».
Laconici, ma molto saggi.
Sphere: Related Contentgiovedì 5 giugno 2008
Aids. Nel mondo circa 3milioni di persone sieropositive ricevono oggi farmaci salvavita.
La fine del 2007 ha segnato un importante passo in avanti nella storia dell’epidemia di HIV/AIDS: circa tre milioni di persone, nei paesi a basso e medio reddito, ricevono farmaci antiretrovirali.
(Salute Europa) Secondo un nuovo rapporto lanciato ieri, 2 giugno, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), dal Programma congiunto delle Nazioni Unite sull’HIV/AIDS (UNAIDS) e dal Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (UNICEF) circa tre milioni di persone, nei paesi a basso e medio reddito, ricevono farmaci antiretrovirali.
Il rapporto Towards Universal Access: Scaling Up Priority HIV/AIDS Interventions in the Health Sector sottolinea ulteriori progressi. Tra questi la crescita nell’accesso ai servizi di prevenzione della trasmissione da madre a figlio dell’HIV, la maggiore diffusione dei test e dei servizi di consultorio e l’impegno dei paesi nella promozione della circoncisione maschile nelle regioni maggiormente colpite dell’Africa sub-sahariana.
“Questi elementi rappresentano una importante vittoria per la salute pubblica - ha dichiarato, Margaret Chan, Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità- Ciò prova che con impegno e determinazione tutti gli ostacoli possono essere superati. Le persone che vivono in contesti poveri di risorse possono tornare ad una vita economicamente e socialmente produttiva grazie all’assunzione di questi farmaci”.
Secondo gli autori del rapporto alla fine del 2007 circa un milione in più di persone (950.000) ricevevano la terapie antiretrovirali, portando complessivamente a tre milioni le persone che hanno accesso a tali farmaci.
Il traguardo di garantire l’accesso ai farmaci antiretrovirali a tre milioni di persone sieropositive nei paesi a basso e medio reddito era stato fissato per il 2005 dall’iniziativa “3by5”. Nonostante l’obiettivo sia stato raggiunto con due anni di ritardo, si è compiuto comunque un notevole passo in avanti nel campo dell’accesso ai farmaci antiretrovirali.
Secondo il rapporto la crescita nell’accesso ai farmaci antiretrovirali può essere attribuito a diversi fattori, tra i quali:
* una maggiore disponibilità dei farmaci, dovuta in larga parte ad una riduzione dei prezzi;
* un migliore sistema di distribuzione dei farmaci che si adatta meglio ai differenti contesti nazionali. L’approccio basato sulla salute pubblica dell’OMS consiglia regimi farmacologici standardizzati e semplificati, la decentralizzazione dei servizi ed un uso appropriato del personale e delle infrastrutture;
* una maggiore domanda di farmaci antiretrovirali poiché c’è una crescita delle persone che effettuano i test e a cui viene diagnosticato l’HIV.
Gli autori del rapporto sostengono che complessivamente il 31% dei 9,7 milioni di persone che hanno bisogno dei farmaci antiretrovirali li riceveva alla fine del 2007. Questo significa che circa 6.7 milioni di persone, che ne hanno bisogno, ancora non hanno accesso ai farmaci salvavita.
“Questo rapporto evidenzia i progressi che si possono ottenere nonostante le difficoltà in cui versano i paesi e rappresenta un importante passo in avanti verso l’accesso universale alla prevenzione, trattamenti, cure e sostegno per l’HIV - ha dichiarato Peter Piot, Direttore Esecutivo di UNAIDS. - Sulla base di questi risultati, i paesi e la comunità internazionale devono lavorare insieme per rafforzare l’impegno per garantire l’accesso alla prevenzione e ai trattamenti”.
Alla fine del 2007 circa 500.000 donne avevano accesso ai farmaci antiretrovirali per prevenire la trasmissione del virus ai propri figli, nel 2006 erano 350.000. Nello stesso periodo 200.000 bambini ricevevano i farmaci antiretrovirali rispetto ai 127.000 della fine del 2006. La difficoltà di diagnosticare l’HIV nei neonati rimane l’ostacolo maggiore per i progressi.
“Si stanno ottenendo risultati incoraggianti nella prevenzione della trasmissione da madre a figlio del virus - ha dichiarato Ann Veneman, Direttore Generale dell’UNICEF - Il rapporto deve motivare tutti noi a raddoppiare i nostri interventi a favore dei bambini e delle famiglie affette da HIV”.
Altri ostacoli nella diffusione dei trattamenti includono bassi tassi di mantenimento dei pazienti nei programmi farmacologici e un considerevole numero di persone che non è consapevole della propria sieropositività, o alle quali il contagio viene diagnosticato troppo tardi per cui muoiono durante i primi sei mesi di cure.
La tubercolosi è la prima causa di morte per le persone affette da HIV nel mondo ed è in assoluto la prima causa di morte in Africa. Attualmente le cure per l’HIV e per la tubercolosi non sono sufficientemente integrate e troppe persone perdono la vita perché non sono in grado di prevenire la tubercolosi o non hanno accesso ai farmaci salvavita.
Gli autori del rapporto avvertono che la crescita nell’accesso ai farmaci antiretrovirali potrà essere rallentata a causa dei deboli sistemi sanitari nei paesi maggiormente colpiti, in particolare dalla difficoltà di formare e trattenere gli operatori sanitari. I sistemi sanitari delle regioni più colpite continuano ad essere danneggiati dalla cosiddetta “fuga dei cervelli” – la migrazione degli operatori sanitari qualificati verso altre occupazioni in altri paesi – e dall’alto tasso di mortalità dovuto all’HIV stesso.
Gli autori inoltre sottolineano la necessità di migliorare la raccolta, analisi e pubblicazione dei dati relativi alla salute pubblica. I paesi, i partner internazionali e altre fonti hanno fornito i dati presentati in questo rapporto. Nonostante alcuni limiti, queste stime sui differenti elementi della risposta dei sistemi sanitari all’HIV/AIDS sono le più aggiornate.
Aids. Dall'Australia: "Possiamo dimezzare l'epidemia".
Ecco il condom naturale anti-aids.
La scoperta in Australia: una crema a base di ormone femminile e applicata sul prepuzio crea una barriera naturale contro il virus.
(La Repubblica) Scienziati australiani ritengono di aver trovato la chiave per bloccare il contagio di Hiv, usando l'ormone femminile estrogeno per creare un "preservativo vivente" negli uomini, proteggendoli dal virus. I ricercatori Andrew Pask e Roger Short dell'università di Melbourne hanno scoperto che applicando l'estrogeno alla vulnerabile pelle interna del prepuzio viene potenziata la difesa naturale contro l'Hiv.
La crema all'estrogeno è un prodotto farmaceutico che le donne usano da una trentina d'anni contro l'atrofizzazione del dopo-menopausa. La sua prerogativa è quella di quadruplicare il sottile strato di cheratina, una proteina difensiva, presente sulla pelle. Prodotta dalle cellule epiteliali che ricoprono le superfici di tutti gli organi e particolarmente resistente, la cheratina altro non è che la componente principale di unghie e peli.
"Usando la cheratina possiamo rafforzare la difesa naturale del corpo e quindi il virus non si può fisicamente iniettare attraverso quella barriera per infettare le cellule sottostanti", scrivono gli studiosi sul giornale medico PLoS ONE, pubblicato dalla Public Library of Science. Il trattamento, affermano gli studiosi, si preannuncia come un passo cruciale verso la riduzione dell'Hiv trasmesso sessualmente, particolarmente per gli uomini non circoncisi, che sono più a rischio di infezione.
Il particolare metodo preventivo si è dimostrato efficace nei test di laboratorio e sarà sottoposto a sperimentazione clinica in Africa, che è l'epicentro dell'epidemia di Aids. Pask e Short ritengono che la scoperta abbia il potenziale di dimezzare la diffusione dell'Hiv. Si tratta infatti di una difesa semplice non costosa ed efficace contro l'Hiv, anche se non protegge da altre infezioni trasmesse sessualmente.
Il metodo si propone come la miglior terapia preventiva possibile, se non l'unica, in quelle parti del mondo dove non viene praticato il sesso sicuro, né viene praticata la circoncisione, la cui capacità di ridurre la prevalenza delle infezioni da Hiv è stata studiata e provata. La crema si applica una volta alla settimana. In futuro potrà avere un utilizzo anche nei preservativi e nei lubrificanti sessuali.
mercoledì 21 maggio 2008
Aids: arriva in Italia la pillola 3 in 1 che semplifica la vita dei pazienti.
(Agr) Una grande novita' nel trattamento dei pazienti positivi all'Hiv: si tratta della prima pillola che riunisce tre molecole antiretrovirali. Si chiama Atripla e semplica la vita ai pazienti perche' toglie l'obbligo di assumere piu' volte al giorno pillole diverse rispettando dosi e orari e consente quindi anche una perfetta aderenza alla terapia, riducendo drasticamente il rischio di dimenticanze o di ritardi nell'assunzione del farmaco. Atripla e' frutto di una partnership tra Bristol-Myers Squibb e Gilead Sciences. "La mortalita' per AIDS e' scesa dal 100% a meno del 10%, la stessa percentuale che si registra per le polmoniti", dice Mauro Moroni, direttore del diartimento di malattie infettive dell'azienda ospedaliera Luigi Sacco di Milano. "In questo residuo di mortalita' ci sono anche i pazienti che non assumono i farmaci con la necessaria aderenza. L'avvento di Atripla rappresenta un grande successo rispetto a uno degli obiettivi della ricerca: la semplificazione". Fino ad alcuni anni fa, la terapia antiretrovirale comportava per i pazienti l'assunzione di un cocktail di farmaci che poteva arrivare a comprendere addirittura 25 compresse al giorno, con l'inevitabile compromissione della qualita' di vita e mettendo a rischio l'aderenza alla terapia e quindi la sua efficacia.
sabato 17 maggio 2008
Erezioni. A tre milioni di italiani non riesce ma non si rivolgono a un medico.
(Medicina live) Sono tre milioni gli uomini italiani affetti da impotenza sessuale, ma solo una minima parte di questi (600 mila) cura questa disfunzione con le cosiddette pillole dell’amore (Viagra, Cialis, Levitra). Infatti al contrario delle donne, che non attendono mediamente più di due mesi prima di rivolgersi al ginecologo per qualunque problema di salute, gli uomini si decidono a rivolgersi ad uno specialista urologo o andrologo solo dopo due anni dall’insorgenza del disturbo.
venerdì 16 maggio 2008
"Lei è sieropositivo" ma era falso Dopo 3 anni risarcito: 200.000 euro.
Bologna, danno esistenziale per l'errore. La richiesta era di 2 milioni - Quella diagnosi errata gli ha cambiato la vita Ora è in terapia da uno psicologo.
(Paola Cascella - La Repubblica) Ha vissuto tre anni da sieropositivo, sempre sull'orlo del baratro, sempre in attesa del peggio, che però - per sua fortuna - non arrivava. Una condizione di costante incertezza: dopo il verdetto iniziale, gli esami dicevano che la terapia andava rimandata perché la carica virale nel sangue era ancora bassa. Troppo bassa. Ci rivediamo tra sei mesi, torni a trovarci.
Poi nel 2000 la scoperta: la diagnosi fatta dal Laboratorio di analisi chimico - cliniche dell'ospedale Maggiore era sbagliata. Il paziente in realtà stava benissimo: non aveva nessuna infezione da virus Hiv. Una liberazione, certo. Ma quella spada di Damocle sulla testa, l'incubo Aids in agguato per tre anni, gli hanno cambiato la vita. Via dallo studio legale di famiglia, via dalla ragazza con la quale stava, alla fine persino via da Bologna.
Per questo Renato Goldstaub, 43 anni oggi, si è rivolto al Tribunale civile chiedendo un risarcimento anche per il danno esistenziale subito a causa di quell'errore. Che poteva essere appurato molto prima, se solo i medici che controllavano i "progressi" del virus (sempre con esito negativo) avessero verificato la validità del risultato del primo esame. Non l'hanno mai fatto.
Qualche settimana fa, undici anni dopo quella sentenza sconvolgente, la giudice Elisabetta Candidi Tommasi ha dato ragione a Goldstaub, assegnandogli un indennizzo di 200mila euro. Il fratello Stefano, che lo assiste, aveva chiesto 2 milioni. Ricorrerà in appello. La storia di Renato, laurea in Giurisprudenza, un futuro davanti, grazie allo studio molto noto del padre Alfredo e del fratello, comincia una mattina di fine novembre 1997. Da un paio d'anni è iscritto ad un corso di pratiche orientali.
Sono i gruppi Osho, dal nome del maestro spirituale indiano: arte, musica, pittura, filosofia Zen e molto altro, Tantra compreso. Negli anni '70 Osho è soprannominato il guru del sesso. Alle soglie del 2000 per entrare serve il test dell'Hiv, lo impone il pericolo Aids. Un test da ripetere ogni sei mesi. Infatti Goldstaub è la quarta volta che va all'ospedale Maggiore. Non è particolarmente preoccupato: "Non mi drogo, non mi piace neanche fumare, non sono omosessuale. Le analisi sono sempre state negative".
Stavolta no. "Quando mi danno i risultati ricordo di essere rimasto per cinque minuti in piedi col foglio in mano, come impietrito". Il paziente risulta sieropositivo. "So di aver avuto rapporti sessuali occasionali, ma non particolarmente a rischio. Comincio a pensare a chi può avermi infettato. Poi anche questo rovello mi passa". Goldstaub si chiude in se stesso. Non dice a nessuno quel che gli è capitato. Neanche alla famiglia.
Muto per tre anni. "Mi vergognavo come un cane". Ogni sei mesi torna in ospedale. Ma non gli viene prescritta nessuna terapia perché la carica virale è e resta bassa. Nessun lavoro, zero rapporti con l'altro sesso, si mantiene vivendo col fratello, con piccoli lavori, quelli che capitano, coi soldi ereditati dalla nonna, morta tragicamente. Poi nel 2000 arriva una ragazza. E' lei che lo spinge a ripetere il test al policlinico Sant'Orsola: il risultato è negativo. Goldstaub è "strafelice". Ma dura solo un paio di mesi. Poi l'ansia ricomincia a divorarlo. Ripete l'esame ciclicamente. Ha paura. Da un anno è in terapia da uno psicologo.
martedì 13 maggio 2008
HEI: sistema di valutazione per gay e lesbiche nelle strutture ospedaliere.
lunedì 12 maggio 2008
Polemiche in Usa per utilizzo di terapie "blocca pubertà" per bimbi trans.
(Ansa) Bloccare la puberta' per aiutare il proprio bambino a convivere con l'inclinazione a identificarsi nell'altro sesso: la nuova frontiera dell'endocrinologia - una terapia che blocca lo sviluppo dei caratteri sessuali secondari prima dell'inizio dell'adolescenza - fa discutere gli Stati Uniti. ''Se impedisci alle gonadi, vale a dire le ovaie nelle ragazze e i testicoli nei maschietti, di produrre steroidi sessuali, puoi letteralmente fermare ogni differenza tra i sessi'', spiega Norman Spack, uno specialista del Children's Hospital di Boston e uno dei pionieri negli Stati Uniti per questo tipo di controversa terapia. Reazioni indignate sono arrivate dalla destra religiosa: il gruppo MassResistence che in Massachusetts si batte contro gli eccessi della bioetica e i diritti civili dei gay ha parlato di ''abuso su minori'' e ''esperimenti medici degni dei nazisti''.
Pubblicato da
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19:33:00
Etichette: bambini, gender, infanzia, medicina, polemiche, sessualità, transessuali, usa
mercoledì 23 aprile 2008
Australia, la masturbazione allontana il cancro. Lo dice un'equipe di scienziati.
(Leggo.it) Chi “si tocca” rischierà pure di perdere la vista, ma di sicuro attenua i rischi di ammalarsi di tumore. E’ quanto afferma una equipe di scienziati australiani che ha fatto dettagliati studi un ampio gruppo di pazienti. Il dottor Giles ha sottolineato che i più “fortunati” sono quelli che hanno avuto «un’intensa attività tra i venti i cinquant’anni». Meglio ancora, pare, se la masturbazione è regolare ogni settimana con un minimo di cinque volte ogni sette giorni. In questo caso, spiega la serissima ricerca medica (si è protratta anni) si attenua fortemente il rischio di cancro alla prostata. Un’altra connessione sorprendente è stata trovata dalla stessa equipe per le donne. Sembra, infatti, che chi non allatta ha minori rischi di sviluppare un cancro al seno.
NUOVA MOLECOLA ANTI-CANCRO A MILANO Una nuova molecola ha dimostrato in laboratorio di poter bloccare la proteina Cdc7, che quando “impazzisce” è alla base della moltiplicazione incontrollata delle cellule tumorali. La scoperta arriva dagli scienziati del Nerviano Medical Sciences (Nms), centro milanese specializzato nella ricerca e sviluppo di farmaci anti-tumore, ed è stata appena presentata al congresso dell’Associazione americana ricerca sul cancro a San Diego (Usa). «I risultati pre-clinici (cioè che precedono la fase di sperimentazione sull’uomo) - spiegano i ricercatori - indicano che questa molecola blocca la moltiplicazione e induce la morte di cellule tumorali di diversa origine, incluse quelle resistenti a farmaci inibitori della replicazione tumorale attualmente sul mercato. L’inibitore di Cdc7 entrerà in sperimentazione clinica nei prossimi mesi, e verrà studiato in molteplici tumori umani quali quelli dell’ovaio, del colon, della mammella e in diverse leucemie».
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