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giovedì 28 agosto 2008

In Iran continua la caccia agli omosessuali.

(dieu nous aime chretiens et gay| via Gionata.org tradotto da Domenico Afiero) In Iran , secondo la stampa, un tribunale della provincia dell’Azerbaijan orientale, nella parte del nord-ovest del Paese, ha condannato alla pena capitale quattro persone, di cui un minorenne 17enne, a causa di un sedicente stupro di un uomo. I quattro uomini , identificati con i loro nomi Hamid, Ebrahim, Mehdi e Mohammad, negano di aver stuprato Hojat, la vittima, e affermano che la polizia li ha forzati, sotto tortura, a rendere false deposizioni.
La sentenza deve ancora essere sottoposta all’approvazione finale della Corte suprema che generalmente conferma le condanne quando si tratta di omosessuali.

Gli accusati sono omosessuali e il pretesto di stupro giustifica gli arresti e le esecuzioni capitali dei gay da parte della polizia religiosa che applica la sharia, vale a dire la legge islamica che sanziona l’omosessualità con la morte. Una vera caccia ai gay è aperta in Iran , intensificandosi negli ultimi anni. L’Iran è un vero inferno per i gay.

Il Parlamento europeo, l’ONU, il premio Nobel per la Pace Chirine Ebadi e numerose organizzazioni internazionali dei diritti dell’uomo hanno chiesto al Presidente Mahmoud Ahmadinejad e al regime islamico di Teheran di porre fine alle esecuzioni di minori quando a quest’ultimi sono contestati dei capi di imputazione. Ma il tutto è rimasto lettera morta!

La condanna e l’esecuzione dei gay sono condannate da numerosi paesi, ma in pochi sono davvero pronti ad aiutare e ad accogliere i gay iraniani perseguitati. Come al solito, molte buone intenzioni e pochi fatti da parte dei politici!
Amnesty International afferma che le autorità iraniane hanno ucciso 317 persone nel 2007, piazzando l’Iran al secondo posto dei Paesi in cui la pena di morte, subito dopo la Cina, è maggiormente applicata.

Nel 2007 , da quello che si sa , 27 iraniani sono stati condannati a morte ed uccisi per reati legati all’omosessualità.Dall’inizio dell’anno 2008 , la stampa iraniana ha annunciato la condanna a morte di almeno 11 uomini per ‘stupro omosessuale ’. Ci si chiede: perché il solo fatto di amare in maniera diversa fa scattare così tanto odio? O Signore, abbi pietà di questi giovani gay iraniani!

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martedì 19 agosto 2008

Claudia Cardinale: "Nella mia Tunisia per difendere i gay".

Salim Kechiouche.

Ad Hammamet l´attrice gira un piccolo film a basso budget, opera prima di un giovane regista tunisino su una madre e il figlio omosessuale.
Dopo quattordici anni Cardinale torna a girare in Tunisia. Il suo debutto nel cinema fu qui nel ´56 ("Goha" di Jacques Baratier prodotto dal governo tunisino), e nel ´94 girò "Un´estate alla Goulette" di un giovane regista tunisino, Ferid Boughedir.

(Laura Putti - La Repubblica) In una meravigliosa villa sulla spiaggia di Hammamet, Claudia Cardinale gira un film tunisino. Un piccolo film: il budget arriva a malapena a 700 mila euro. Un grande film: il soggetto è uno dei più vietati nel mondo arabo. Le fil, opera prima di Mehdi Ben Attia, è un film sulla libertà di vivere l´omosessualità. Il filo del titolo è quello che lega il protagonista a sua madre e a un certo tipo di condizionamenti sociali. Nonostante il luogo delle riprese e la nazionalità del regista (residente da anni a Parigi), della troupe, del produttore e degli attori, il film non ha connotazioni esclusivamente tunisine. La storia potrebbe accadere ovunque. È quella di Malik (Antonin Stahly, musicista e liutaio, attore a 10 anni per il "Mahabaratha" di Peter Brook) che, tornato a Tunisi dopo aver vissuto a Parigi, s´innamora di Bilal (l´algerino Salim Kechiouche, unico attore magrebino a non temere il ruolo di un gay). Non siamo, però, dalle parti di "Cus-cus". Malik non è un povero emigrante di ritorno al paese: appartiene all´alta borghesia tunisina, laureato in architettura a Parigi, ha deciso che la sua casa è quella dove è nato. Sara, la madre, l´accoglie a braccia aperte nella villa di famiglia circondata da un grande giardino che lambisce il mare. Anche lei dovrà fare i conti con la "diversità" di Malik. Sullo sfondo della villa, la medina di Hammamet con le sue mura che al tramonto si tingono di rosa.

Claudia Cardinale è raggiante come può esserlo una fille du pays che, anche lei, torna a casa. Ma sarà proprio il suo personaggio, la madre, l´ostacolo più grande all´"outing" di Malik. Scena dopo scena Sara aprirà gli occhi alla realtà, fino a comprendere le scelte del figlio, lungo un doloroso percorso che la porterà, dapprima, ad analizzare il suo matrimonio scandaloso per l´epoca (una ragazza francese con un uomo tunisino negli anni 60) e, in seguito, quelli che le sembreranno i suoi errori. Quando arriviamo sul set Claudia Cardinale-Sara sta parlando con il fantasma del marito Abdelaziz, padre di Malik (Lotfi Dziri), morto da tempo. Lui le appare e le conferma quello che ha appena scoperto. Lei piange. «Ti stava sempre in mezzo alle gonne. Come hai fatto a non capirlo? Non è la fine del mondo. Gli piacciono gli uomini? Non sarà il primo né l´ultimo» dice il marito. «Allora è colpa mia» dice Sara tra i singhiozzi.

Pensa anche lei, signora, che avere un figlio omosessuale sia una colpa?
«Dal 2000, come ambasciatrice dell´Unesco difendo i diritti di tutti. Soprattutto quelli delle donne. Mi sono battuta, ho lottato per tante donne, da Amina in poi. Da oltre dieci anni mi occupo di Aids. Figuriamoci se ho problemi con gli omosessuali. Ho avuto grandi amici omosessuali che mi hanno voluto molto bene. Primo fra tutti Luchino Visconti. Ero una ragazzina, avevo appena lasciato casa, la Tunisia, e nel ´63 ho girato "Il gattopardo". Ho accompagnato Luchino in molte occasioni, che bei viaggi ho fatto con lui. Era facile a vivere, colto, affascinante. Parlavamo in francese».

Tornando a Sara…
«All´inizio è devastata dalla scoperta. Ma anche lei, francese, borghese, cattolica, ha fatto la sua rivoluzione: ha sposato un arabo negli anni 60. Nel film racconta il matrimonio al figlio Malik e a Bilal, che è il suo compagno: "Gli uomini erano da una parte, le donne dall´altra. Le donne mi guardavano e mi sono sentita un pezzo di carne. Mi sono alzata, sono andata a sedermi sulle ginocchia di mio marito e l´ho baciato. I vecchi sono usciti dalla sala". Alla fine, però, Sara difenderà Malik e Bilal. Loro se ne vogliono andare, lei li trattiene. Li accetta, li difende».

Che effetto le fa lavorare nel suo paese?
«Ogni volta è un ritorno a casa. Qui siamo nati io e i miei fratelli: Blanche, Bruno e Adrien; qui ho studiato, ho vinto un premio che mi ha portato come spettatrice alla Mostra del Cinema a Venezia e qui ho iniziato la mia carriera di attrice. Qui è emigrato mio nonno dalla Sicilia e qui sono nati i miei genitori. Mio nonno fabbricava barche. Poco tempo fa un signore si è avvicinato a me e a mio fratello con una pietra in mano. "È quel che resta del cantiere di vostro nonno" ci ha detto. Siamo scoppiati a piangere come bambini».

Mentre leggeva la sceneggiatura non ha pensato che sarebbe stato difficile girare un film del genere in Tunisia?
«Leggendo il copione non pensavo al dopo. Mi ci sono perduta. Era talmente ben scritto. Poi ho incontrato Mehdi Ben Attia e mi è piaciuto molto. Ma ho anche scoperto che budget aveva e con quanta fatica lo aveva messo insieme. Ho pensato che Pasquale (Squitieri, suo compagno da oltre 30 anni, ndr) nel ´70 ha fatto "Io e Dio", il suo primo film, grazie ai soldi di De Sica che per lui aveva impegnato al Monte i gioielli di sua moglie. Allora ho accettato. Siamo tutti pagati pochissimo. Gli abiti, le borse, le scarpe, i gioielli che indosso nel film sono tutti miei. Vesto Armani da vent´anni, a Mehdi è andata bene!».

È vero che il governo tunisino ha concesso il permesso di girare un film con un argomento così tabù solo perché lei è tra i protagonisti?
«Così sostengono il regista e il produttore».

Un argomento difficile e un film di un esordiente: ci vuole coraggio...
«È così divertente avere accanto Malik e Bilal che ci vorrebbe coraggio a non lavorare con loro. Ho girato talmente tanto, niente nel cinema mi fa più paura. Da piccola ero un maschiaccio e quel coraggio, da adulta, l´ho conservato. Visconti diceva: "Claudia sembra una gatta da accarezzare; in realtà è una tigre che divora i suoi domatori"».

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domenica 17 agosto 2008

“La stretta di mano ad un gay è contagiosa”.

(River-blog) Questa perla di saggezza arriva da una rivista araba, “Al-Salam”, diffusa nei ristoranti e nei locali pubblici di Berlino. In un articolo, dal titolo “Il batterio che mangia la carne”, si sostiene che chi dà la mano ad un gay, rischia di prendersi qualche brutta malattia. Per sostenere tale tesi, vengono anche pubblicate foto di malattie alla pelle. Di fatto, tutti i gay sarebbero portatori di un batterio: ai musulmani, quindi, viene consigliato di non dar loro la mano. L’articolo non è passato inosservato, e l’associazione Lsvd, che si batte per i diritti dei gay, si è rivolta alla polizia. “Abbiamo presentato una denuncia, perché si tratta di un crimine”, ha detto il portavoce dell’associazione. La polizia, adesso, dovrà valutare se procedere per diffamazione o istigazione all’odio.

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mercoledì 6 agosto 2008

Gli islamici norvegesi si interrogano sulla pena di morte per gli omosessuali.

(Uaar) Il Consiglio Islamico Norvegese ha inviato lo scorso novembre una richiesta ufficiale al Consiglio Europeo per la Fatwa al fine di ricevere indicazioni sull’atteggiamento che la comunità dovrebbe assumere nei confronti degli omosessuali. L’argomento, a quanto risulta, non è stato affrontato. Sara Azmeh Rasmussen, l’unica musulmana dichiaratamente lesbica nel paese scandinavo, ha sostenuto che il Consiglio, “non dicendo “no” alla pena di morte per i gay, dimostra un atteggiamento in conflitto con i valori democratici e umanitari”.

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lunedì 28 luglio 2008

"Uccidere per Allah è giustificato", lo pensa uno studente islamico su tre.

Sondaggio nelle università inglesi: 4 musulmani su 10 vivrebbero sotto la Sharia. Predicatori omofobi e antisemiti hanno parlato liberamente al Queen Mary College. A dicembre, uno speaker identificato come Abu Mujahid ha incoraggiato gli studenti musulmani a condannare i gay perché "Allah odia" l'omosessualità.

(La Repubblica, nella foto il Queen Mary College di Londra) Uccidere nel nome di Allah e dell'Islam è giustificato. Lo sostiene circa un terzo degli studenti islamici che frequentano le università britanniche. Il quaranta per cento di loro giudicherebbe inoltre condivisibile inoltre l'inserimento deli codici della sharia, la legge islamica nella legislazione britannica. Il sondaggio, condotto nel Regno Unito da Yougov per il Centro di coesione sociale, è ripreso oggi dal quotidiano britannico Times, che esprime preoccupazione per la diffusione del radicalismo nei campus. "Un numero significativo di studenti crede in valori che cozzano con quelli democratici", ha detto Hannah Stuart, tra i curatori il sondaggio: "Questi risultati mettono in grave crisi coloro che sostengono che l'estremismo è assente nelle università britanniche". Dal sondaggio è emerso inoltre che il 40 per cento degli studenti musulmani considera inaccettabile che donne e uomini musulmani si frequentino liberamente. Il 25 per cento di loro dice di non avere alcun rispetto per i gay, una percentuale superiore fra gli uomini musulmani (32 per cento); fra i non musulmani la percentuale è del 4 per cento. Uno studente islamico su tre è a favore della creazione di un califfato, o di uno stato islamico, globale. La ricerca rivela anche che il 55% degli studenti non musulmani ritiene che l'Islam sia incompatibile con la democrazia. Circa uno su 10 ha "poco rispetto" per i musulmani. "La soluzione - spiega Anthony Glees, professore alla Buckingham University - è smetterla di parlare di diversità e concentrarci sull'integrazione e sull'assimilazione".
Oltre al sondaggio vero e proprio, condotto su 1.400 studenti musulmani e non, gli autori della ricerca hanno visitato 20 università e parlato con studenti e professori. Tra l'altro è emerso che regolarmente predicatori islamici pronunciano sermoni con parole di incitamento all'odio razziale, omofobici o antisemiti. In particolare, è stato monitorato il Queen Mary college, parte della London University. A dicembre, uno speaker identificato come Abu Mujahid ha incoraggiato gli studenti musulmani a condannare i gay perché "Allah odia" l'omosessualità; in novembre Azzam Tamimi, un sostenitore di Hamas che vive in Inghilterra, ha descritto Israele come "il più inumano progetto nella storia dell'umanità moderna". La situazione al Queen Mary College è ritenuta particolarmente grave, con una vera e propria "ghettizzazione" degli studenti islamici. Un portavoce del college ha dichiarato di essere a conoscenza delle visite dei predicatori, ma non del contenuto dei loro discorsi. "Chiaramente noi non possiamo associarci a simili punti di vista - ha detto -. Il problema è che il libero dibattito è parte integrante dello spirito della nostra università: è inevitabile che in qualche occasione il contenuto di certi interventi sia offensivo". Diversi terroristi si sono o sono stati convertiti all'estremismo nelle università britanniche. Si ritiene che Kafeel Ahmed, responsabile l'anno scorso dell'attentato suicida all'aeroporto di Glasgow, abbia subito il processo di "radicalizzazione" all'Anglia Ruskin University di Cambridge. I riscontri dello studio confermano, seppur amplificandoli, studi della polizia inglese dell'anno scorso, secondo cui, ad esempio, il 37 per cento - contro il 40 osservato ora - di tutti i giovani musulmani di età compresa tra i 16 e i 24 anni preferirebbero vivere in un sistema governato dalla sharia. Non tutti, però, sono d'accordo con le conclusioni della ricerca. Wes Streeting, presidente della Unione nazionale degli studenti, la condanna. "Questo disgustoso 'report' riflette i pregiudizi della cultura di destra che l'ha progettato - ha detto - non certo il punto di vista dei musulmani inglesi. Ha coinvolto appena 632 studenti islamici, ai quali sono state fatte domande vaghe e fuorvianti, e le risposte sono state interpretate altrettanto male".

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mercoledì 23 luglio 2008

Malaysia. Intrighi a palazzo a base di sesso e sodomia.

Il paese applica la legge islamica e condanna l’omosessualità con pene che possono raggiungere un tetto di venti anni di carcere.
(Panorama) E’ stato rilasciato su cauzione il leader dell’opposizione Anwar Ibrahim, arrestato di sodomia, in un Paese come la Malesia, che applica la legge islamica e condanna l’omosessualità con pene che possono raggiungere un tetto di venti anni di carcere

Come è successo nel 2007, anche quest'anno in Malaysia l’estate rivela gli intrighi di una classe politica apparentemente impazzita. Dopo l’arresto è stato rilasciato su cauzione il leader dell'opposizione Anwar Ibrahim, arrestato di sodomia, in un Paese come la Malaysia, che applica la legge islamica e condanna l'omosessualità con pene che possono raggiungere un tetto di venti anni di carcere. Ibrahim sarebbe stato arrestato a seguito delle accuse lanciate due settimane fa da un ragazzo che si è presentato alla polizia come un suo ex-aiutante.

Ibrahim ha protestato affermando di essere vittima di un complotto orchestrato dal Primo Ministro Abdullah Badawi. Nel 1998 si trovò ad affrontare un processo simile, dopo che venne messo in circolazione un libello contenente i “50 motivi per cui non dovesse essere eletto presidente”. Tra questi, il fatto di essere un omosessuale e un adultero. Passò un lungo periodo in carcere, subendo percosse e vessazioni di ogni tipo, e fu condannato nel 2000 a nove anni per sodomia e sei per corruzione, verdetto che venne tuttavia ribaltato nel 2004. Oggi come allora, l'obiettivo del Premier Badawi è quello di mettere il suo concorrente fuori gioco ed evitare di dovergli cedere la guida del Paese dopo aver visto scemare in maniera significativa i voti a suo favore nelle elezioni dello scorso marzo. Inizialmente, infatti, Badawi aveva dichiarato che, a seguito della sconfitta elettorale, avrebbe quanto meno lasciato la guida del paese al suo vice, Najib Rakaz, ma pochi giorni fa ha ritrattato, affermando di voler rimanere ai vertici della vita politica malese fino al 2010.

Caso Shaaribuu. Allo stesso tempo, gettare benzina sul fuoco su un caso di sodomia (con l'aggravante della recidiva, che indigna ancora di più le frange tradizionaliste) aiuta il Premier a far passare sotto silenzio le ultime rivelazioni sul caso di Altantuya Shaaribuu. Altantuya è una modella mongola di 28 anni che venne brutalmente uccisa nell'ottobre del 2006 in Malaysia. Il fatto che sul corpo della ragazza, esplosa a causa della deflagrazione di una bomba in circostanze misteriose, siano state trovate solo schegge di ossa in una radura nella giungla ha rallentato notevolmente la chiusura delle indagini. Quando poi fu scoperto che la giovane modella aveva una relazione con Abdul Razak Baginda, braccio destro del vicepremier Razak, le prove raccolte furono definitivamente insabbiate. Il caso Altantuya è tornato alla ribalta pochi giorni fa, quando il detective Balasubramanian Perumal ha improvvisamente e “senza motivo” chiesto di cancellare la prorpia deposizione secondo la quale anche il vicepremier avrebbe avuto una relazione sentimentale con la modella. Dopo questa decisione, l'investigatore, la moglie e i tre figli sono scomparsi.

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mercoledì 9 luglio 2008

In Dubai sorpresa a fare sesso in spiaggia una giovane britannica rischia 6 anni.

La managera licenziata anche dalla casa editrice per cui lavorava. La donna, Michelle Palmer, 30 anni, arrestata dalla polizia, mentre ubriaca, era in intimità con un uomo.

(Guido Santevecchi - Il Corriere della Sera) Una giovane manager britannica impiegata a Dubai è stata arrestata sulla famosa spiaggia di Jumeirah dove un poliziotto l’aveva scoperta «in atteggiamento inopportuno con un uomo».

Ora secondo i giornali inglesi rischia sei anni di carcere con le accuse di relazione sessuale al di fuori del matrimonio, oltraggio al pudore, ubriachezza in pubblico, resistenza ad agente di polizia.

LA VICENDA - La signorina, Michelle Palmer, 30 anni, lavorava per una casa editrice che l’ha subito licenziata, senza attendere l’esito del processo, con un comunicato che è una condanna: «Dubai e gli Emirati Arabi Uniti offrono un’accoglienza tollerante, sicura, liberale e proficua per milioni di lavoratori stranieri... a seguito di questo incidente che viola i valori morali e culturali del Paese la società ha rescisso il rapporto di lavoro con Miss Palmer». Un’amica della britannica ha cercato di difenderla, descrivendola come «una ragazza gentile e piacevole che ha fatto solo un grosso errore». Michelle Palmer aveva partecipato a un party con colleghi della comunità straniera a Dubai (sono circa 100 mila i residenti britannici nell’Emirato e sono circa un milione i turisti che ci vanno in vacanza). Chi c’era ha riferito che si era bevuto molto, in particolare champagne gelato e la festa era andata avanti per molte ore. Poi c’era stata una passeggiata sulla spiaggia. Le effusioni. L’intervento della polizia. Una mezza rissa. L’arresto. «Dio solo sa come si dev’essere sentita quando si è trovata in cella, dopo che le era passato l’effetto dello champagne», ha detto l’amica. Anche il partner, di cui si conosce solo il nome di battesimo Vince, è stato arrestato e rischia la stessa pena, come ha confermato la rappresentanza diplomatica britannica a Dubai.

REATO GRAVE - Fare sesso in luogo pubblico è un reato grave a Dubai. Anche l’uso di alcol è una faccenda seria. Ma l’accusa più seria, a quanto pare, è quella di aver consumato il reato sessuale al di fuori del matrimonio. Il conto delle pene varia tra i tre mesi e i sei anni, a seconda della severità del magistrato. La storia occupa la prima pagina del Sun, tabloid da tre milioni di copie al giorno che accompagna i vacanzieri del Regno Unito ovunque nel mondo. E per la verità il titolo non è particolarmente solidale con la compatriota: «Boozed-up brunette banged up for bunk-up on beach in Dubai», che significa più o meno «Brunetta ubriaca arrestata per aver avuto un rapporto sessuale sulla spiaggia». La cronaca riferisce anche che secondo l’imputazione la signorina «ha dato del "fucking muslim" al poliziotto locale e ha cercato di colpirlo con una scarpa dal tacco alto». Ripresa dal Daily Mail, tabloid da più di due milioni di copie con una certa vena xenofoba, la storia ha un titolo più patriottico: «British businesswoman faces 6 years in jail». La brunetta torna ad essere signora in carriera e merita di essere difesa dalla dura e repressiva legge araba. Ma nell’edizione online del Mail i commenti dei lettori sono divisi: «Non merita la nostra simpatia, era in un Paese sovrano che ha le sue leggi e le fa rispettare, a differenza di quello che succede in Gran Bretagna»; «Lavorava lì, doveva conoscere la loro legge»; ma anche «Da quei posti vengono a vivere da noi e vogliono imporre le loro leggi islamiche, poi non accettano che noi viviamo secondo le nostre abitudini quando andiamo a lavorare a Dubai» e «Ecco che cosa succede si si va a vivere o in vacanza nel quattordicesimo secolo di Dubai».

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Egitto: approvata la legge contro l’infibulazione, ma la pratica non scompare.

Donna velata

(Panorama) “Mia madre mi ha preso per mano, accompagnandomi nella nuova camera dove il mio giovane sposo mi attendeva impaziente. Si sono scambiati uno sguardo complice e mi hanno fatto sedere sul grande letto”. Inizia così il racconto di Rania, ricordando il suo primo giorno di nozze nel piccolo villaggio a nord del Cairo. Il suo sguardo è assente e la voce bassa, come se avesse paura di farsi sentire. “Mia madre ha avvolto il dito medio di mio marito con una garza bianca. Lei sapeva già quello che mi sarebbe accaduto. Io tremavo di paura. Poi, sempre lei, mi ha allargato le gambe, preparando la strada per il dito dell’uomo che mi avrebbe penetrato”.

Fuori legge. La madre di Rania esce di scena, lasciando soli i giovani sposi, avvolti nella penombra del loro nuovo rifugio. Ha consegnato sua figlia e adesso non le resta che mostrare al villaggio la garza macchiata di sangue. Le urla delle donne esplodono all’improvviso e la festa ha inizio. Forse non ci capiterà più di ascoltare i ricordi sconvolgenti di queste donne davanti ad una tazza di tè alla menta. Perché di fatto questi fatti, “legalmente”, non potranno più esistere. Il 7 giugno scorso il Parlamento egiziano ha approvato la nuova legge contro l’infibulazione, una lunga battaglia che ha visto i Fratelli Musulmani osteggiare il governo. Con infibulazione, o “Mgf” (mutilazione genitale femminile), s’intendono le mutilazioni dei genitali femminili praticate in molti Paesi in forme più o meno estreme: dalla cliteridectomia parziale o totale (un semplice taglio della punta del clitoride o l’asportazione del clitoride con taglio totale o parziale delle labbra) fino, a volte, all’infibulazione propriamente detta: la cucitura della vulva, con l’apertura di un foro per permettere la fuoriuscita dell’urina e del sangue mestruale. La donna diventa quindi un oggetto sessuale incapace di provare piacere, ha difficoltà a partorire e può contrarre infezioni. La sua verginità è garantita. Viene consegnata solo al futuro sposo, che se n’assicura durante la prima notte di nozze.

Nel 2005 il più grande quotidiano in lingua araba, l’egiziano Al-Ahram, dedica un dossier fortemente critico nei confronti della mutilazione genitale e dimostra l’infondatezza di tale pratica in base alle fonti islamiche classiche (il Corano e i detti del Profeta). Lo scorso anno la morte di una giovane donna, alla quale era stata praticata la Mgf per soli 8 euro, ha spinto il Ministero della Salute egiziano ad emanare un decreto che dichiarava illegali le mutilazioni genitali in tutti gli ospedali e nelle cliniche private del Paese. Dopo un ennesimo incidente avvenuto qualche settimana fa, in cui ha perso la vita un’altra adolescente, il Parlamento è stato costretto a studiare una linea più dura. In base alla nuova legge, l’escissione è punibile oggi con una pena da 3 mesi a 2 anni di reclusione o con una multa compresa fra mille e 5 mila Lire egiziane (118-590 euro). Da un lato la legge vieta e sanziona chi la infrange, dall’altro però prevede un cavillo, un’eccezione: la Mgf può essere applicata in caso di “necessità medica”. Un passo in avanti e uno indietro.

La testimonianza della ginecologa egiziana. Dice a Panorama.it Emma Bonino, da tempo impegnata nella battaglia contro la circoncisione femminile insieme alla diplomatica egiziana Moushira Khattab: “Francamente non mi preoccupa tanto il ‘cavillo’ quanto piuttosto che le leggi in Egitto, come spesso accade anche da noi, rimangano un po’ lettera morta”. Bonino si augura che la nuova legge venga difesa ed applicata, che anche le Ong continuino la campagna come “stiamo facendo noi un po’ in solitudine ” sottolinea “con NPWJ in Liberia, Eritrea, Djibouti”. Poi aggiunge “L’esempio egiziano ci aiuta!”
Casi di mutilazioni genitali arrivano anche in Italia con gli emigrati. Ce ne parla Mona Mansour, ginecologa egiziana che lavora all’ospedale S.Paolo di Milano. “La donna araba è cresciuta pensando che la sessualità fosse un territorio inavvicinabile” ci spiega. “È più un dovere che un piacere”. La dottoressa ci confessa di aver avuto delle richieste da quando lavora qui in Italia. “A chiedermelo sono generalmente le mamme, che hanno figlie e che non possono tornare in Egitto”. Ma lei si è sempre rifiutata. “La vedo come un’abitudine faraonica, dei tempi passati, quando si tentava di eliminare il senso di piacere alla donna per fare in modo che si concentrasse solo sui lavori pesantissimi di allora”. Poi conclude: “La donna è stata creata da Dio con il suo corpo, il suo clitoride e la sua vulva. La sessualità è una cosa che ci appartiene. Perché dovremmo eliminarla?”

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lunedì 7 luglio 2008

Milano. Scontro tra la curia e Maroni sulla moschea.

Curia, Maroni al contrattacco. «Solo insulti, pensi ai cittadini». Il ministro: Io fascista e populista? Pregiudizi, vado avanti.

(Fiorenza Sarzanini - Il Corriere della Sera) «Di fronte ad accuse pretestuose e pregiudizi il governo va avanti. E se l'opposizione non vorrà seguirci arriverà al suicidio politico». E' un Roberto Maroni a tutto campo quello che risponde all'attacco della Curia milanese sul trasferimento della moschea di viale Jenner, ma anche alle polemiche degli ultimi giorni su sicurezza e giustizia.

Monsignor Bottoni definisce il governo fascista e populista.
«Evidentemente il destino degli uomini per bene come me è ricevere insulti e non replicare. Mi hanno dato del razzista, del nazista e adesso ancora ingiurie. Io seguo la mia linea: non rispondo, spiego. Anche il presidente dell'Unicef aveva usato parole dure nei miei confronti per il censimento nei campi nomadi. Dopo aver parlato con me ha capito e ha deciso di collaborare al programma di scolarizzazione dei minori rom».

Pensa di riuscire a convincere anche la Diocesi di Milano?
«Io credo che chi fa queste critiche e usa questi toni abbia un problema di scarsa informazione. Noi non abbiamo parlato di chiudere la moschea, anche perché quello di viale Jenner è un centro islamico. Vogliamo trasferirlo in un altro luogo dove siano rispettate le norme igienico-sanitarie, urbanistiche, e i regolamenti comunali, cosa che invece ora non avviene assolutamente».

E l'accusa di diritti negati fatta da Monsignor Bottoni?
«È giusto che lui sia attento al rispetto dei diritti, ma allora dovrebbe preoccuparsi della negazione dei diritti dei cittadini milanesi che non possono dormire la notte, girare liberamente per il quartiere, fare ciò che è consentito nelle altre zone. Io intendo garantire i diritti di chi reclama e lo farò senza ledere quelli di nessun altro».

Quando?
«Il termine per risolvere la questione è fine agosto. Mi spiace che monsignor Bottoni non abbia colto quello che avevo già detto: procederemo con il consenso delle parti interessate. Il direttore del centro islamico ha già dichiarato la propria disponibilità al trasferimento e dunque nei prossimi giorni troveremo l'accordo».

La Chiesa ha criticato più volte le sue scelte. Non le viene il dubbio che alcune possano essere sbagliate?
«La posizione della Chiesa viene espressa dalla Cei che attraverso il quotidiano Avvenire ha spiegato con chiarezza e senza pregiudizi le mie iniziative e sui rom è stata nettamente favorevole. Osservo con rispetto e condivido la posizione di papa Ratzinger: accoglienza degli immigrati ma seguendo le leggi».

Non crede che sulla questione dei diritti umani possa logorarsi il rapporto con l'elettorato cattolico?
«Al di là delle polemiche del tutto infondate venute da alcune associazioni che fanno parte di questo mondo, i cittadini cattolici hanno compreso che nelle nostre azioni non c'è alcuna violazione e anzi che noi vogliamo garantire i diritti a chi non li ha mai avuti, in primo luogo ai bambini troppo spesso vittime di genitori senza scrupoli che li sfruttano mandandoli in strada a mendicare o peggio a rubare nelle case».
Il dibattito politico è ancora segnato dallo scontro sulla giustizia. È d'accordo con Bossi quando dice che il governo rischia perché c'è «un bordello»?
«La sua è un'espressione colorita e scherzosa per riportare al centro dell'attenzione il federalismo».

Quindi è sulla linea di Berlusconi secondo il quale Bossi ama divertirsi?
«Io sono sulla linea di chi sostiene che il governo è forte e unito».

È proprio sicuro che i rapporti tra il premier e il suo partito siano così buoni?
«Ottimi, posso garantirlo. E questa sintonia riguarda tutta la coalizione. Per approvare la Finanziaria abbiamo impiegato un quarto d'ora. Questo avviene quando la squadra tiene perché è leale. Ogni ministro ha le sue competenze e decide. Il dibattito c'è, è naturale, ma nel rispetto delle prerogative di ognuno».

Quante altre leggi ad personam siete disposti a tollerare?
«Le leggi che abbiamo fatto sono sulla sicurezza e sulla abolizione dell'Ici. Il resto sono polemiche sterili di chi non si rassegna al fatto di aver perso le elezioni».

Veltroni condiziona la ripresa del dialogo al ritiro della norma bloccaprocessi. Lei che risponde?
«Sono certo che, passata l'estate, tutte queste discussioni infondate e strumentali su sicurezza e giustizia cadranno e si potrà aprire nuovamente un confronto con l'opposizione».

Vi serve per far approvare il federalismo?
«Noi i numeri li abbiamo, quindi non ne abbiamo bisogno. È vero però che Bossi vuole fortemente che la legge sia condivisa dall'opposizione, quantomeno dal Partito democratico. Dunque lavoreremo per questo».

Volete evitare il referendum?
«Non abbiamo paura di alcun referendum nè abrogativo nè confermativo. Se davvero Veltroni decidesse di raccogliere le firme sul federalismo fiscale arriverebbe allo zero per cento dei consensi. Il suo sarebbe un suicidio politico».

I giudici sono di nuovo in agitazione per le nuove norme. Ci può essere una mediazione?
«Su tutto si può dialogare, ma non con chi difende un sistema di informazione e di amministrazione della giustizia che è più vicina al voyeurismo che a un vero sistema democratico».

Secondo Berlusconi dal 1992 una piccola corrente di giudici cerca di sovvertire il voto popolare. Lei condivide?
«Ci sono tantissimi giudici che ogni giorno fanno il proprio lavoro sfidando criminalità e le mafie ma non si può negare che c'è qualcuno convinto che il suo ruolo di magistrato sia superiore al Parlamento e alla Costituzione».

Tra due giorni Di Pietro scende in piazza. È vero che tra l'ex giudice e la Lega rimane un feeling?
«Non può esserci nessun feeling con chi scende in piazza solo per coprire di insulti fini a se stessi il governo di cui la Lega fa parte».
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venerdì 20 giugno 2008

Il Parlamento europeo chiede all'Iran di depenalizzare l'omosessualità.

Il Parlamento europeo ha chiesto al governo di Teheran di abolire le esecuzioni capitali dei minori e di depenalizzare il reato di sodomia.
(Yahoo notizie) Gli eurodeputati condannano "fermamente le pene di morte e le esecuzioni, in particolare quelle comminate a giovani e minorenni". Denunciano in particolare l'impiccaggione, avvenuta lo scorso 10 giugno, di Mohammad Hassan Zadeh, 17 anni, condannato per la morte di un bambino di 10 anni avvenuta nel 2006 e fanno appello alle autorità affinché rinuncino alle altre esecuzioni di giovani, specialmente a quelle di Mohammad Fadaie, Behnoud Shojaie, Saïd Jaziie e Behnam Zareh.

I deputati di Strasburgo, inoltre, chiedono la depenalizzazione delle relazioni omosessuali in tutto l'Iran dove, come sappiamo, la pena prevista per il reato di sodomia è l'impiccaggione. L'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Louise Arbour aveva già lanciato, la settimana scorsa, un appello in questo senso. L'Iran è tra i paesi firmatari del patto internazionale relativo ai diritti civili e politici dal 1976 e della convenzione sui diritti dei bambini dal 1994. La firma di questi due importanti patti internazionale impegna i paesi che li sottoscrivono a non applicare la pena di morte a persone che, nel momento in cui commettono il reato, sono minorenni.
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Out of Iran. Le persecuzioni omosessuali in Iran. Servizio della Cbc.

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giovedì 12 giugno 2008

Iran: impiccato un minorenne.

(Agenzia radicale) Un diciassettenne è stato giustiziato per impiccagione nella prigione della città settentrionale di Sanandaj. Mohammad Hassanzadeh, nel 2006, aveva ucciso un ragazzino di 10 anni. Il ragazzo è stato impiccato nonostante le autorità giudiziarie iraniane avessero sollecitato il tribunale a cercare un accordo con la famiglia della vittima.

Secondo la 'sharia', i parenti possono accettare un risarcimento in denaro, il cosiddetto 'prezzo del sangue', e consentire che il responsabile della morte del loro congiunto sconti l'ergastolo. Amnesty International ha detto che l'esecuzione capitale del 17enne è "un'altra plateale violazione da parte delle autorità iraniane dei loro obblighi internazionali".
Secondo l'ultimo rapporto di Amnesty, nonostante Teheran abbia ratificato la Convenzione dei diritti del Fanciullo, nel 2007 l'Iran ha giustiziato almeno 8 persone con meno di 18 anni d'eta' al momento del reato.

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martedì 10 giugno 2008

Iran, uccisi perchè "nemici di Allah".

Nella precaria democrazia dei Paesi Arabi c’è spazio anche per l’omofobia. Quella dal volto peggiore. Fatta di condanne, che giungono dopo processi quasi inesistenti, e di punizioni disumane e silenziose che mettono sul patibolo gay, lesbiche e trans colpevoli di aver violato la marmorea tradizione islamica.

(Anna Giuffrida - CCS News) “Quando un uomo monta un altro uomo, il trono di Dio trema”. Corano alla mano e sulle bocca i versi degli Hadith, i detti del Profeta Maometto, i giuristi e gli uomini di “cultura” impongono la loro condanna.
Il crimine-peccato dell’omosessualità, previsto nella sharia per abominazione e perversione contro il diritto di Allah, punisce i musulmani credenti e non con atroci torture o a cinque anni di carcere abbinati ad una fustigazione purificatrice, fino a prevedere la castrazione chimica. E a volte per educare il popolo contro simili violazioni si ricorre anche alla pena esemplare. Come nel caso di due gay, uno dei quali 15enne, impiccati sulla pubblica piazza alcuni anni fa dopo essersi dichiarati omosessuali.

Una spesso silenziosa strage che costringe alla fuga tanti uomini e donne che, rifiutati dalla religione che professano e dallo Stato cui appartengono, cercano protezione altrove. Solo nell’ultimo anno sono due i casi che a fatica hanno raccolto l’interesse politico internazionale. Protagonista una lesbica, Pegah Emambakhsh, e un giovane gay, Seyed Medhi Kazemi, entrambi iraniani e con un destino simile. Quello del rischio di vedersi rifiutato il diritto d’asilo, dal Regno unito e dalla moderna Olanda, e decisi a restituirli al mittente come fossero un pericoloso pacco-bomba. Conseguenza di un timore, legittimo, del terrorismo e di un intento, meno apprezzabile, di non turbare i rapporti con la fonte energetica dell’industria ed economia occidentali.

La vicenda, che si è conclusa con la semplice applicazione della Convenzione dell’ONU sui diritti dei perseguitati, ha avuto un lieto fine soprattutto per l’intervento di organizzazioni internazionali molte delle quali anche musulmane. In un tam tam interattivo da un capo all’altro del mondo c’è chi dà voce a questi clandestini in patria e cerca di fermare questa “guerra culturale” promossa dalle frange fondamentaliste.
Una lotta iniziata nel maggio 2002 con l’arresto dei tanti frequentatori della discoteca egiziana Queen Boat, uno dei locali sorti come ritrovo e rifugio per gli omosessuali, e che aveva di fondo una vendetta politica. Il primo arresto di massa per “fallir”, depravazione, e culto blasfemo che aprirà le porte ad un vero conflitto.

Dal Nilo si è infatti esteso giungendo in Palestina, dove la “persecuzione” escogita nuovi sistemi. Come quello di prelevare i gay da casa con l’accusa di collaborazionismo, di essere spie degli israeliani, e picchiarli.
Ma tra tradizioni, dialoghi tra politica e religione imposti ormai come monologhi, e assenza delle tutele elementari in nome della tolleranza c’è spazio anche per le contraddizioni. Proficue, stavolta. Quelle del Libano che, pur non avendo una legislatura che tuteli dall’omofobia, è uno dei Paesi arabi più tolleranti. Come anche il Marocco che, dopo essere stato per secoli con la capitale Casablanca meta preferita degli occidentali in cerca di una identità, resta nella lista dei più “virtuosi” per la condizione dei gay.

Il Gay Pride, “cantiere pensoso e colorato” come lo ha definito la Lega islamica Anti-diffamazione che ha preso parte all’edizione romana di questi giorni, deve guardare di più a questo angolo buio del mondo. Perché la lotta per i diritti inizia dal rimettere la giusta distanza tra la “nozione di peccato indotto dal fanatismo religioso e la libera scelta di credenti e non credenti”.

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sabato 7 giugno 2008

Omofobia: modello gay attaccato mentre sfila.

(Gaywave) Il modello gay Mike Du Pree è stato trascinato fuori dalla passerella e picchiato durante uno show di moda per promuovere la tolleranza verso la comunità LGBT.

Gay e lesbiche olandesi sono shoccati dall’attacco -portato a termine da una decina di musulmani- in pieno giorno, durante la festa della regina e in pieno centro; l’organizzatrice dell’evento Jennifer Delano ha dichiarato: “proprio mentre Mike sfilava, è stato trascinato via per un braccio da una decina di giovani musulmani (dall’etnia non accertata), insultato e picchiato; durante il pestaggio, ha riportato anche la frattura del setto nasale. E’ un chiaro segno di quanto questi estremisti si sentano sicuri”.

La polizia è arrivata sulla scena ma non è ancora chiaro se il gruppo integralista sia stato arrestato o perseguito.

Martin Brosma, un politico che appoggia la comunità LGBT, ha affermato di aver riferito sull’episodio in Parlamento e ritiene che solo pene molto dure possono cambiare la tendenza di questi reati, che sono aumentati negli ultimi anni. “Gli aggressori dovrebbero essere subito privati della cittadinanza olandese, e dovrebbero essere immediatamente espulsi”.

Il governo olandese, nel solo 2008, ha già stanziato milioni di euro per promuovere tolleranza e rispetto verso la comunità LGBT.

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giovedì 5 giugno 2008

I tabù di "Corazones de Mujer".

C’era una volta il miglior sarto di vestiti arabi della città: si chiamava Shakira e c’era una promessa sposa a cui lui doveva fare il vestito da matrimonio: Zina. Il problema era che Zina aveva già perso la verginità e nel mondo arabo non è permesso. Per tornare a “chilometri zero” saliranno al volante di una vecchia Alfa Romeo spider, da Torino fino in Marocco e… inizieranno il viaggio che le salverà la vita.

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lunedì 2 giugno 2008

L’omofobo Ahmadinejad arriva a Roma. Gli omosessuali italiani contro i cappi in piazza di Teheran.

Nel regime khomeinista essere gay è un reato. Per sodomia si finisce sulla forca, 4000 esecuzioni dal 1980.
(Il Foglio) L’articolo 109 del codice penale iraniano condanna l’omosessualità. E per chi commette il “lavat” – il reato di sodomia – è prevista la morte, sebbene, come specifica un report del 2007 di Amnesty International, la decisione spetti “alla discrezione del giudice”. I magistrati di Teheran si sono dimostrati piuttosto inclini alla discrezionalità, ma a senso unico: dal 1980 a oggi circa quattromila “raguus”, gli effeminati, i “frocetti”, sono passati tra le mani impietose del boia. Un’attività trentennale di sterminio, scoperta solo negli ultimi dieci anni dall’opinione pubblica occidentale: la barbarie delle impiccagioni in piazza, delle torture praticate dalla “polizia morale” al fine di strappare una confessione: sono un “raguus” e pratico la sodomia. La confessione, estorta con la violenza, è la condizione necessaria – spiega una denuncia di Amnesty – per procedere con la condanna a morte.

Mahmud Ahmadinejad, il presidente iraniano che ospite alla Columbia University di New York l’anno scorso ha negato l’esistenza di omossessuali nel proprio paese – “da noi in Iran non c’è ne sono” – in soli tre anni si è distinto per ferocia. Due mesi dopo la visita di Ahmadinejad alla Columbia, in Iran è stato ucciso Makwan Moloudzadeh, un ragazzo di ventun’anni colpevole di aver avuto rapporti sessuali con un altro maschio. Una relazione consumata otto anni prima del processo, quando Makwan aveva solo tredici anni. E’ stato ucciso la mattina del 5 dicembre, a Kermanshah, lembo estremo dell’Iran, al confine con il Kurdistan, nella grande città aperta che gli imperatori dell’antica Persia avevano eletta capitale culturale dell’Impero. Appeso a una corda nel cortile della prigione, a sorpresa, quasi di nascosto, perché di solito le esecuzioni di omosessuali, al tempo di Ahmadinejad, avvengono in pubblico, per dare l’esempio. Anche per strada. Si viene scaricati di fretta da un pick up Ford, prostrati a terra da uomini incappucciati, e lapidati o impiccati sul posto.

E’ accaduto migliaia di volte – quattromila morti – dalla presa del potere dei khomeinisti a Teheran. Nel 2005, anno primo del governo Ahmadinejad, l’opinione pubblica mondiale è rimasta inorridita dalle foto di due ragazzini, di diciotto e sedici anni, appesi al cappio, sulla piazza di Mashhad, la città santuario degli sciiti; due bambini colpevoli anche loro, perché sodomiti, omosessuali. Si chiamavano Mahmoud Asgari e Ayaz Marhoni, erano noti in città per i loro gusti “anomali”, così quando una sera sono scomparsi, arrestati dalla polizia morale, dalla guardia dell’ortodossia, nessuno si è scomposto. Condannati alla frusta – duecentoventotto colpi si racconta – i due ragazzi hanno trascorso quattordici mesi in prigione, prima d’essere ammazzati. Le foto dei loro corpi senza vita hanno fatto il giro del mondo, sgomento. Il governo olandese annunciò la sospensione d’urgenza dei rimpatri di cittadini iraniani illegalmente immigrati e modificò le norme di asilo, estendendo tra le motivazioni politiche e razziali, nel caso dei migranti iraniani, anche l’omosessualità.

Per ridurre le critiche, il governo di Ahmadinejad – raccontano gli operatori umanitari – spesso affianca al reato di omosessualità delle accuse diverse, come il furto o lo stupro, immaginando così di rendere più accettabile all’occidente la condanna a morte dei “raguus”. Dal 2005 il regime è anche più attento a che le foto degli impiccati non escano dal paese. “Forse quando Ahmadinejad dice che in Iran non ci sono omosessuali, crede di dire la verità – sostiene Franco Grillini, leader morale dell’Arcigay – Hanno avvilito migliaia di esseri umani, al punto da costringerli a nascondersi, per evitare la morte”. Quando i giovani Mahmoud e Ayaz furono impiccati, in Italia, Grillini, presidente onorario dell’Arcigay e allora senatore dei Ds, presentò un’interpellanza parlamentare perché “di fronte all’enormità dell’omicidio omofobico non si può tacere”.

Così oggi, a pochi giorni dal previsto arrivo a Roma del presidente iraniano, Grillini non ha dubbi: “Non è il benvenuto, è un mostro come Mubutu, il sanguinario dittatore omofobo del Congo. Arriva nella settimana del Gay Pride – dice – e ci noterà, perché faremo una conferenza stampa, un presidio. Ci stiamo lavorando”. Le associazioni omosessuali organizzano una grande manifestazione con i Radicali, con in prima fila Sergio Rovasio, ma anche con cattolici, ebrei e dissidenti iraniani. “Una mobilitazione collettiva – racconta Anita Friedman, ideatrice dell’associazione ebraica Gerusalemme libera – che probabilmente confluirà con quella del Riformista, martedì 3 giugno alle ore 20 in piazza di Spagna. Sarà il nostro ‘non benvenuto’ ad Ahmadinejad”.

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venerdì 30 maggio 2008

Polemiche molto dure sulla partecipazione dello Iadl ai gaypride.

Sembra non ci sia pace sui gaypride dopo le polemiche suscitate dalla necessità di richiedere il patrocinio al Ministro Carfagna, al sindaco Alemanno, al sindaco Moratti e dopo l'off-limits della piazza San Giovanni causato una sorta di "festival di musica" o presunto tale nell'omonima basilica, ora è la volta dell'adesione e partecipazione di un sedicente gruppo islamico, lo Iadl e dato da Dacia Valent a nome di tale associazione.
Ne abbiamo dato notizia dopo che ci è pervenuto un'agenzia e subito abbiamo ricevuto una robusta quantità di email che denunciavano come insostenibile nonchè irricevibile tale adesione a causa dello stato di gestione di tale associazione portando come esempi, tra i molti, offese nei confronti della religione islamica, (vedi qui) e la gestione poco trasparente ed alquanto disinvolta del premio "La mezzaluna d'oro" (vedi qui) .

Ci teniamo a precisare che Notizie gay ha dato solo la notizia dell'adesione dello Iadl ai gaypride, notizia peraltro pubblica essendo stata diramata da un'agenzia giornalista internazionale (l'Aki, facente capo all'AdnKronos). Notizie gay non fa parte del comitato organizzatore di nessun gaypride che si svolge in Italia o all'esatero. Detto questo non possiamo che invitare tutti coloro che hanno protestato con noi a rivolgere le loro legittime rimostranze e richieste di spiegazioni ai comitati organizzativi dei suddetti gaypride. Per quel che ci riguarda non siamo d'accordo con l'attuale gestione dei gaypride, crediamo che l'iniziativa politica Glbtq debba svolgersi in tutt'altro modo.

Poi per quel che ci riguarda siamo contrari a qualsiasi tipo di discriminazione o persecuzione politica, una pubblica manifestazione deve vedere la partecipazione della maggior parte di cittadinanza ed organizzazioni ma siamo altresì contrari a che sedicenti organizzazioni o associazioni, siano esse politiche che culturali di dubbia fama o costituzione, siano accolte all'interno dei comitato organizzatori o delle adesioni senza le necessarie verifiche. Non si può e non si deve accogliere chiunque per ingrossare le fila dei partecipanti, oltre ad essere pericoloso è di dubbia serietà. E' sempre necessaria una seria vigilanza proprio per evitare polemiche del tipo di cui abbiamo parlato in questo articolo e, a tutt'oggi, ci sembra esserci parecchia superficialità.

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giovedì 29 maggio 2008

Iran. Mahmud, l’incubo dei gay.

(Il Riformista) Fu travolgente il boato degli studenti alla Columbia University dopo che il presidente iraniano Ahmadinejad, a settembre dello scorso anno, pronunciò la ormai celebre frase: «In Iran non esistono omosessuali, noi non ne abbiamo». La comunità gay è invece presente in Iran e non se la passa affatto bene, isolata dalla società e dalla famiglia e perseguitata dal regime islamico. Si dice siano 4000 gli omosessuali impiccati negli ultimi trent’anni, molti di più sono stati sottoposti a pene detentive e corporali. Il discorso di Ahmadinejad però almeno un merito lo ha avuto: da allora, la questione omosessuale è diventata importante per i media quasi quanto il nucleare. Sui blog cominciano a circolare video e testimonianze con le prime denunce di chi vive l’omosessualità come un incubo. Nascondono la loro identità sessuale, la cancellano perché potrebbe rappresentare la loro fine. In molti casi si tratta di persone cresciute in famiglie religiose, nell’angoscia di rischiare di perdere tutto. Il dramma maggiore per loro è il non riuscire a creare comunità, il non avere modo di confrontarsi e solidarizzare. Il Parco Daneshjou è il grande punto d’incontro, il famoso Parco degli Studenti, in cui gli incontri sono quanto mai nascosti per sfuggire alle retate della Polizia Morale.

Il rischio è la condanna a morte per impiccagione. Il grande tabù da combattere è per il clero la non precisa identità sessuale. L’Islam non l’accetta, non si sfugge: o uomo o donna. Una storia accaduta nel 1975, letta su un blog iraniano, chiarisce i termini della questione. E quella di Fereidoon Malakara, un giovane ragazzo gay di Tehran che lavorava presso la tv iraniana. Era molto religioso e decise di scrivere a Khomeini, durante il suo esilio francese. L’Iman risponde. Lo invita a fare la scelta, a identificarsi completamente nel sesso femminile e per questo a coprirsi e a seguire tutti i dettami della religione coranica. Scoppia la rivoluzione nel ‘79 e Fereidoon perde il lavoro. Piomba nell’incubo ed è costretto a subire l’emissione forzata di ormoni maschili, così, gli dicono i medici, avrebbe superato il problema. Tramite conoscenze riesce a fissare un appuntamento con l’Iman, lo incontra, gli parla, gli chiede aiuto. Ed è allora che Khomeini, sorpreso dalla visione diretta delle sue caratteristiche femminili deciderà di emettere una fatwa, un comando religioso utilizzato per fissare o modificare una legge. Si sarebbero permessi i cambi di sesso.

Fereidoon Malakara diventa da allora Maryam Malakara, ora è una donna. Tornando all’oggi una buona notizia va comunque registrata. Mehdi Kazemi, che rischiava la pena di morte in Iran solo per il fatto di essere gay, ha ottenuto asilo nel Regno Unito. Per The Indipendent «è una buona notizia, ma non abbastanza buona». Il quotidiano britannico non nasconde l’indignazione per un caso che la giustizia ha saputo risolvere solo dopo due anni, con un provvedimento speciale, e che secondo il giornale avrebbe dovuto invece portare a una modifica delle leggi in materia. Il ventenne Kazemi era infatti giunto in Gran Bretagna nel 2005 e l’anno successivo aveva saputo dell’esecuzione del suo ex compagno, condannato a morte per il reato di sodomia. Era stato lui, prima di morire a fare il suo nome e Kazemi, per evitare il ritorno in Iran, inoltrò immediatamente domanda di asilo. «Un minuto prima studiavo ancora a Brighton e un minuto dopo mi hanno detto che era stato firmato l’ordine di espulsione - ha detto al giornale - Pensavo di essere a un passo dalla morte, mi avevano detto che avrei potuto fare appello solo dopo essere stato rimpatriato. Mi sono detto: è impossibile, chi presenterà appello? Il mio cadavere?».

La richiesta venne respinta dalle autorità britanniche sulla base del fatto che, pur ammettendo che l’Iran condanna a morte imputati omosessuali, non esiste alcuna repressione sistematica. Kazemi insomma sarebbe stato al sicuro se avesse esercitato discrezione riguardo al suo orientamento sessuale. Una scelta vergognosa per il celebre quotidiano londinese.

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mercoledì 28 maggio 2008

Islam: Iadl aderisce a Gay Pride di Roma, prima volta in Italia. Protesteranno contro l'omofobia islamica?

(Aki) Per la prima volta in Italia un'associazione islamica ha deciso di aderire e partecipare al prossimo 'Gay pride' che si terrà a Roma il 7 giugno. Si tratta della Islamic Anti-Defamation League (Iadl) impegnata nella difesa dei diritti delle comunità islamiche e dei singoli musulmani a livello legale e sociale. "Alcuni saranno presenti perché gay, lesbiche, bisessuali, transessuali o 'questioning' - dichiara la portavoce nazionale della Iadl, Dacia Valent, nella lettera con cui comunica l'adesione alla giornata dell'orgoglio omosessuale - ma tutti noi parteciperemo perché sappiamo nel profondo dei nostri cuori e delle nostre anime che non è necessario essere "qualcosa" per sentirsi parte in causa, o parte del progetto di una vita bella da vivere". La Iadl già in passato si era occupata della difesa dei diritti degli omosessuali. "Non è la prima volta che sosteniamo il diritto degli omosessuali ad una vita piena e priva di discriminazione - conclude la nota - infatti abbiamo premiato con la Mezzaluna d'Oro un'associazione GLBTQ musulmana, Al-Fatiha, con sede a Londra".

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martedì 27 maggio 2008

L’Italia faccia sentire la sua voce all'Iran. A Roma manifestiamo contro Ahmadinejad.

(Emanuele Ottolenghi - Il Riformista) Fonti diplomatiche della Farnesina e della Fao confermano che il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad sarà a Roma la settimana prossima per partecipare a una conferenza della Fao che si terrà dal 3 al 5 giugno. L’Italia non ha invitato Ahmadinejad ma per dovere d’ospitalità alla Fao che a Roma ha sede, non può certo evitare la visita. Quello che può però fare è evitare che la visita romana di Ahmadinejad venga strumentalizzata dal presidente iraniano per dar l’impressione - in Iran come all’estero - che le sue politiche e la sua retorica non gl’impediscono d’intrattenere normali rapporti con paesi occidentali.

L’Iran di Ahmadinejad è un paese che viola sistematicamente i diritti civili degli omosessuali, dei sindacalisti indipendenti, delle donne, delle minoranze religiose e degli oppositori politici. E un paese che viola il Trattato di Non Proliferazione di cui è firmatario, alla ricerca di un’arma atomica che potrebbe stravolgere i fragili equilibri della regione e mettere in pericolo la sicurezza dell’Europa. Ed è un paese che fomenta l’instabilità in tutto il medio oriente, sostenendo Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza, la guerriglia sciita in Yemen, l’armata del Mahdi e Moqtada al-Sadr in Iraq e i Talebani inAfghanistan Infine Ahmadinejad ha abbracciato la causa del negazionismo dell’Olocausto, rincarandola con una retorica che incita al genocidio contro Israele, in chiara violazione della carta dell’Onu di cui l’Iran e Israele fanno parte, e in chiara violazione della convenzione internazionale contro il genocidio.

Tutti questi sono motivi buoni per considerare il presidente iraniano persona non grata e snobbarlo durante la sua visita. Inevitabili naturalmente gli obblighi minimi che derivano dalle norme internazionali. Ma ci auguriamo che, al di là dello stretto necessario, il nostro neoeletto governo si rifiuti di concedere udienza di alcun tipo al presidente iraniano e che non ci sia nessun incontro bilaterale di qualsiasi livello. Allo stesso modo, speriamo che l’opposizione - sia quella parlamentare che quella rimasta fuori - agisca in maniera altrettanto responsabile e non ceda alla tentazione di una sua politica estera alternativa. Parimenti, contiamo sul neoeletto sindaco di Roma a non aprire le porte della città a un incontro ufficiale con Ahmadinejad - che merita d’essere ignorato dalle autorità italiane non meno che da quelle romane. Al sindaco di Roma in particolare vorremmo chiedere di considerare la seguente iniziativa. Di recente il leader studentesco Ali Nikou-Nesbati è stato condannato da una corte di Teheran a cinque mesi di prigione e dieci frustate per aver messo in pericolo la sicurezza nazionale, specificamente per aver criticato un recente discorso di Ahmadinejad all’università. Perché non ripagare l’Iran con la stessa moneta dunque, ribattezzando parte della strada dove si trova l’ambasciata iraniana con il nome di Nikou-Nesbati odi altri iraniani perseguitati dal regime? Certo, l’ambasciata iraniana a Roma si trova a via Nomentana 361 - e non ci si può aspettare che Alemanno cancelli dallo stradario la via Nomentana per fare un dispetto ad Ahmadinejad. Ma potrebbe avviare un provvedimento per ribattezzare solo il numero civico 361 - come fece il presidente americano Ronald Reagan negli anni ottanta, allorché cambiò un mezzo isolato della sedicesima strada di Washington in "Sakharov Plaza" proprio dove si trovava l’ambasciata dell’Urss. Pensate un po’ - ogni qualvolta un funzionario iraniano deve scrivere alla propria ambasciata a Roma dovrà rammentarsi di un perseguitato politico del regime; ogni qualvolta l’ambasciatore iraniano riceve posta, gli sarà ricordato come il suo governo tratta gli oppositori politici.

La dedica, almeno provvisoria, del nuovo indirizzo potrebbe avvenire alla vigilia dell’arrivo di Ahmadinejad a Roma, con una breve ma significativa manifestazione. Sarebbe un’ulteriore occasione per mostrare all’opinione pubblica il vero volto del regime iraniano e dar motivo a chi guida quel paese di rendersi conto che la nostra opposizione all’Iran non ha a che vedere né con il suo popolo né con la sua storia, cultura e società. Sono le politiche iraniane che suscitano il nostro orrore a cagione della brutalità con cui l’Iran tratta i suoi cittadini e l’arroganza con cui minaccia i suoi vicini. E speriamo che la visita romana di Ahmadinejad diventi un’occasione per le autorità italiane e la società civile di registrare il loro disappunto nei confronti di quelle politiche e di chi le rappresenta.
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Ndr. Questo Blog aderisce all'appello del Riformista contro la visita del tiranno assassino omofobo e antisemita Ahmerdinejad a Roma.

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mercoledì 21 maggio 2008

Emirati Arabi Uniti - Accusate di atti osceni due donne omosessuali.

(Peace reporter) Nel primo caso giudiziario del genere nella storia degli Emirati Arabi Uniti (Eau), due donne sono comparse in un'aula di tribunale con l'imputazione di atti osceni in luogo pubblico. Il quotidiano Gulf News spiega che il caso riguarda una donna libanese di 30 anni e una bulgara di 36, colte a scambiarsi effusioni su una spiaggia tra gli emirati di Dubai e Sharjah. Secondo le testimonianze riportate dall'accusa, le due si sarebbero baciate, coccolate e "coricate una sull'altra, armeggiando indecentemente". Le due donne hanno tuttavia proclamato la loro innocenza ed il dibattimento è stato aggiornato. Gli Eau, pur ricordando spesso agli stranieri la necessità di rispettare tradizioni e valori religiosi locali, generalmente mantengono un atteggiamento molto flessibile e tollerante verso gli stranieri almeno fino a quando questi non trapassino il limite della legalità.

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