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lunedì 14 luglio 2008

Duran Duran, il ritorno in Italia e l’accusa a Madonna.

Simon le Bon

(Panorama) “Madonna ci ha copiati e non è la prima volta: l’ha fatto per anni”: sono le precise parole di John Taylor, bassista dei Duran Duran, che commenta sul tabloid britannico Daily Star Hard Candy, ultima fatica di Louise Veronica Ciccone.

Taylor dichiara che la collaborazione dell’americana con Justin Timberlake e il produttore Timbaland è l’ennesimo tentativo di imitare il sound della band di Birmingham, che ha lavorato con il medesimo team per Red Carpet Massacre, pubblicato a novembre. Ascoltate prima 4 Minutes e poi Nite-Runner, Skin Divers o Tempted e gli darete ragione.
Simon LeBon, Nick Rhodes, John Taylor e Roger Taylor – nel 2006 il chitarrista Andy Taylor ha abbandonato il quintetto dopo il Cd Astronaut e il tour trionfale che hanno visto riuniti tutti gli elementi fondatori – quest’anno festeggiano il trentesimo anniversario del gruppo, traguardo che una manciata di artisti ha eguagliato. E i Duran Duran l’hanno raggiunto senza vivere di rendita sui pezzi intramontabili - da Planet Earth a Ordinary Day - che li hanno catapultati nell’orbita dei Beatles: solo i ragazzi di Hungry Like The Wolf, infatti, sono stati gli unici degni dell’appellativo Fab Five, dopo i Fab Four di Liverpool. Invece di riproporre la ricetta perfetta degli Eighties, la band ha sempre ricercato ritmi e sonorità parecchio distanti dallo stile del quale è stata la stella, come in The Wedding Album nel 1993 e Medazzaland nel 1997, ma la reinvenzione eccellente è arrivata proprio con Red Carpet Massacre, le cui tracce hanno entusiasmato la critica (Nylon Magazine lo ha definito “un colpo di fulmine catturato in un disco, un trionfo, una meraviglia̶ per l’evoluzione stilistica dei quasi cinquant’enni Wild Boys. Spiega LeBon: “Quando abbiamo saputo che Justin era un nostro grande fan, ci è venuto spontaneo chiedergli di far parte del progetto. Credo sia il numero uno e si è rivelato determinante per aiutarci a ritrovare il fattore groove”.
I quattro Duran Duran, sul palco insieme a Dom Brown (chitarra), Simon Willescroft (sax) e Anna Ross (seconda voce), con il Red Carpet Massacre European Tour arrivano in Italia domani, feudo che non mostra cedimenti: “Viviamo una grande storia d’amore con il vostro Paese: ne abbiamo avuto conferma con il singolo Falling Down, che da voi ha riscosso successo come in nessun altro posto. Non vediamo l’ora di suonare da voi, non vi immaginate quanto”, conclude il leader.
Ecco le date: 15 luglio a Mantova, Palazzo Tè (chi acquista un biglietto extra di 2,50 euro può visitare la sale del Palazzo in notturna), 16 luglio Roma, Roma Rock Festival; Ravenna Pala De André; 19 luglio Milano, Idroscalo; 20 luglio Jesolo, Spiaggia del faro, 22 luglio Napoli, Arena Flegrea; 23 luglio Reggio Calabria, piazza Indipendenza.

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martedì 20 maggio 2008

A Berlino è in fiamme la sede dei Berliner Philharmoniker.

(Il Giornale) Un gigantesco incendio si è sviluppato nel primo pomeriggio nella sede dei Berliner Philharmoniker. Le fiamme si levano dal tetto dell’edificio situato nella zona occidentale della capitale tedesca. Dalle 14 ventuno automezzi dei pompieri con 110 uomini sono al lavoro. Secondo un portavoce dei vigili del fuoco la struttura dell’edificio non è seriamente a rischio, ma gli effetti combinati dell’incendio e dell’acqua necessaria per spegnerlo potrebbero causare danni considerevoli.

L'incendio durante un concerto Le fiamme sono divampate durante un concerto, ma fortunatamente tutti gli spettatori sono riusciti a mettersi in salvo. Lo stabile, progettato dall’architetto Hans Scharoun, fu completato nel 1963 e la sala da concerto è considerata dal punto di vista dell’acustica tra le migliori al mondo.

Telefonata anonima I vigili del fuoco sono stati allertati da una telefonata anonima partita dall’interno dell’edificio. "Non avevano idea di che cosa esattamente stesse bruciando", ha riferito la fonte. Sede naturale della prestigiosa orchestra l’edificio, di colore giallo e con una copertura a forma d’ala di pipistrello, è situato non distante dalla Potsdamer Platz ed è uno dei luoghi simbolo della capitale. Su quel podio si sono avvicendati i più grandi direttori d’orchestra, tra cui Herbert von Karajan. L’attuale è è Simon Rattle.
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mercoledì 30 aprile 2008

È morto Jean-Daniel Cadinot, il padre del pornogay europeo.

E' morto il 23 aprile ma ne è stata data notizia solo oggi. Jean-Daniel Cadinott, il padre del cinema porno gay europeo è stato colto all'età di 64 anni da un arresto cardiaco.
Con lui se ne va un pezzo di storia del porno internazionale. Attivo sin dagli anni 70, Cadinot nasce come fotografo per poi convertirsi ai video grazie sopprattutto allo sviluppo nel settore. Se ne va uno dei registi porno più famosi del mondo che ha regalato immagini indimenticabili all'immaginario gay. Film porno sì, ma mai volgari o eccessivi. Dove la storia in qualche modo, ''contava''. Fino agli anni '70 lui solo ha rappresentato l'erotismo gay francese ed europeo. Centinaia di migliaia le copie vendute nel corso della sua carriera. Grazie al suo pionierismo sono poi nate case di produzione europee di altissimo livello che in pochissimo tempo hanno conquistato consistenti fette di mercato togliendolo alla multimiliardaria industria del porno gay americano. Tra queste la Bel-Ami, Cazzo film, Eurocreme, ecc.

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domenica 13 aprile 2008

Claudia Cardinale, Settant'anni per La 'Ragazza con a valigia' combattente per i diritti omosessuali.

(Adnkronos/Ign) Martedì la 'ragazza con la valigia' Claudia Cardinale compie settant'anni. L'attrice è stata protagonista di più di 60 film, a partire da quello di Valerio Zurlini del 1961, appunto "La ragazza con la valigia", dove abbandonata da un ragazzo ricco, si scontra con il fratello minore, interpretato da un giovanissimo Jaques Perrin, fino a "And now...ladies and gentleman" di Claude Lelouch, ultima sua apparizione cinematografica del 2002.

Molti i film con il regista e suo compagno da 35 anni, Pasquale Squitieri: tra questi, "I guappi", "L'arma", "Claretta" e "Atto di Dolore". Cardinale, nata come Claude Josephine Rose Cardin a La Goletta, in Tunisia, il 15 aprile 1938 da genitori di origine siciliana, lavora con grandi registi: tra loro Sergio Leone in "C'era una volta il West" e Mauro Bolognini in "Il bell'Antonio" a fianco di Marcello Mastroianni, che nella celebre scena la spinge sull'altalena, colpevole solo di amarla 'troppo e poco'.

Nel 1958, Claudia Cardinale si trasferisce a Roma con la famiglia, dove decide di frequentare il centro Sperimentale di Cinematografia, che poi abbandona per andare incontro ad una carriera di insegnante che non realizzerà... Dopo aver frequentato la scuola di Paul Cambon in Tunisia, dove aveva preso parte a un piccolo film, il debutto ufficiale è 'made in Italy' con il capolavoro di Mario Monicelli del 1958, "I soliti ignoti": con lei sulla scena Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni e Renato Salvatori.

La bellezza mediterranea e il timbro di voce rauca conferiscono a Claudia Cardinale una personalità che viene apprezzata dal pubblico e dagli addetti ai lavori, ma non da subito: nei primi film era doppiata, anche a causa della sua dizione che risentiva del francese parlato in Tunisia.

A partire da "Un maledetto imbroglio" di Pietro Germi, l'attrice va alla ricerca di nuovi ruoli per liberarsi dall'etichetta di 'bella e basta'. Arrivano gli anni '60, che si aprono con "Rocco e i suoi fratelli" di Luchino Visconti: nel film, insieme a Claudia Cardinale, Alain Delon e Annie Girardot. Dopo i film di Bolognini, che vuole l'attrice anche in "La viaccia" e in "Senilità", gli anni '60 proseguono con il 'duello' tra Federico Fellini e Luchino Visconti che si contendono l'attrice nei loro rispettivi film targati 1963: "Otto e mezzo" e "Il gattopardo".

Alla fine se la 'aggiudicano' entrambi, accettando di averla sui set a settimane alterne e costringendola a continue tinture per i capelli, dato che nel film di Fellini è bionda e in quello di Visconti è bruna...

Nello stesso anno Claudia Cardinale interpreta "La ragazza di Bube" di Luigi Comencini e va in trasferta a Hollywood, dove e' la principessa Dala a fianco di Peter Sellers e Capucine in "La pantera rosa " di Blake Edwards; l'anno dopo è insieme a Rita Hayworth in "Il circo e la sua grande avventura", un film di Henry Hathaway e nel '66 e' protagonista in "I professionisti" di Richard Brooks.

Il '68 è l'anno della svolta, grazie al film di Sergio Leone, "C'era una volta il West", che la vede a fianco di attori americani del calibro di Charles Bronson, Henry Fonda e Jason Robards. La forza del film e le musiche di Ennio Morricone contribuiscono alla sua popolarità. Lo stesso anno Claudia Cardinale torna in Italia, dove recita in "Il giorno della civetta", film sulla mafia di Damiano Damiani, con il quale lavora anche in "Goodbye e Amen" nel '77. Il '69 esce "Nell'anno del Signore", il film di Luigi Magni in cui Claudia Cardinale lavora con tre grandi scomparsi: Nino Manfredi, Alberto Sordi e Ugo Tognazzi.

Gli anni '70 vedono Claudia Cardinale impegnata in ruoli da postneorealismo: lo dimostra "Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata", film di Luigi Zampa con Alberto Sordi: la storia è contenuta nel titolo, ma lei è nella parte di una prostituta calabrese, e Sordi, nel film Amedeo, solo più avanti scopre la sua 'non illibatezza'.

Poi è in "L'udienza" di Marco Ferreri. Film 'outsider' nella carriera dell'attrice e' "Le pistolere" del '71, leggero western al femminile diretto da Christian-Jaque, nel quale Brigitte Bardot e Claudia Cardinale si sfidano a colpi di pistola.

Seguono i film con Pasquale Squitieri, che diventa il suo compagno in questi anni dopo la fine del matrimonio con il produttore Franco Cristaldi. Gli anni '80 sono quelli che vedono Claudia Cardinale protagonista di alcuni film d'autore: nell''81 gira con Werner Herzog "Fitzcarraldo" e "La pelle" di Liliana Cavani, al fianco di Burt Lancaster e ancora Mastroianni. Nell''84 e' poi in "Enrico IV" di Marco Bellocchio.

Negli anni '90 l'attrice si trasferisce a Parigi e torna a girare con Blake Edwards in "Il figlio della pantera rosa", dove stavolta non più Sellers, ma Roberto Benigni è nei panni dell'ispettore Clouseau. L'attrice prende spesso posizioni politiche liberali, sostenendo ad esempio la causa degli omosessuali, dei diritti delle donne e contribuendo a numerose cause umanitarie.

Tra le sue ultime comparse nello spettacolo, Claudia Cardinale è tornata al teatro due anni fa con "Lo zoo di vetro", diretto da Andrea Liberovici e tratto da Tennessee Williams. Il debutto risale al 2000 con Maurizio Scaparro in "La Venexiana", a 62 anni. Nel 2002 l'attrice riceve l'Orso d'oro alla carriera al festival di Berlino, ma non è tutto: il resto è nell'autobiografia, "Moi Claudia, toi Claudia".

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martedì 8 aprile 2008

Liz Taylor sostiene la causa per prevenire i suicidi dei gay.

(Queerblog) Liz Taylor, la grandiosa attrice statunitense vincitrice di ben due oscar, ha 76 anni. Una regina del cinema, ma anche del gossip e della cronaca, basti pensare ai suoi sei mariti e a tutte le disgrazie che l’hanno colpita durante la sua vita, come un delicata operazione all’anca e al cervello.

Ma eccola giovedì scorso immersa nell’impegno sociale come non mai, oltre alla sua fondazione amfAr, che sostiene la difesa dei diritti individuali, e la sua lotta continua per la ricerca e la cura dell’Aids. La foto è stata scattata all’Abbey di Hollywood in California, celebre gay bar oggi punto di ritrovo non solo omosessuale.

La causa che Liz è andata a sostenere la scorsa settimana è quella della Trevor Fund, che sostiene i giovani in difficoltà. La serata aveva come obbiettivo la raccolta di fondi per la prevenzione del suicidio degli omosessuali. E alcuni di noi, sani e in forma, se va bene andiamo giusto al Pride senza sapere il perchè.

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sabato 22 marzo 2008

I 70 anni di Nureyev. Biografia del genio rivoluzionario del balletto.

(Giuseppe Distefano - Il sole 24ore) Rudolf Hametovic Nureyev nasce il 17 marzo del 1938. Dopo una formazione a Ufa con l'insegnante Anna Udeltsova, passa un'audizione a Mosca, ma rifiuta l'ammissione alla scuola del Bolshoi per entrare, a 17 anni, all'Accademia Vaganova di Leningrado. Vincitore assoluto al Concorso nazionale di Mosca accede, nel 1955, nella prestigiosa scuola di ballo del Kirov di Leningrado. E l'anno dopo entra nella compagnia con la quale danza alcuni balletti del repertorio quali "Il lago dei Cigni", "Esmeralda", "Il papavero rosso". Qui è protagonista insieme con partners famose quali Natalia Dudinskaya, Alla Shelest Irina Kolpakova, Alla Sizova nei balletti "Don Chischiotte", "La Bayadère", "Raimonda". E, nel 1959, per la prima volta in "Giselle".
Ben presto il suo nome sarà conosciuto in tutto il mondo dopo che il 17 giugno del 1961, in tournée a Parigi col Kirov, invece di rientrare in Russia scappa dall'aeroporto e chiede asilo politico in Francia. Inizia così la sua carriera in Occidente. Subito dopo alcuni giorni si esibisce ne "La Bella Addormentata" allestito dall'International Ballet del Marquis De Cuevas, danzando in seguito anche "La Sylphide" e "Infiorata a Genzano" di Auguste Bournonville. A Parigi dà vita successivamente a un piccolo gruppo di ballerini formato da Erik Bruhn, Rosella Hightower e Sonia Arova, col quale ben presto ottengono grande successo e un invito a New York. Lo stesso anno viene insignito del Premio Nijinsky.
Dopo Copenaghen, dove studia con Vera Volkova, debutta a Londra nel "Cigno nero"; si esibisce nel 1962 negli Stati Uniti con il Chicago Opera Ballet; e, su invito di Margot Fonteyn, danza con il Royal Ballet "Poème Tragique", "Antigone" di John Cranko, "Giselle", "Il Principe lgor", "Il Lago dei Cigni". Da lì in avanti, a 24 anni, diventa principale "guest artist" della prestigiosa compagnia inglese e, soprattutto, formerà con la Fonteyn la leggendaria coppia per cui numerosi coreografi, tra i quali Frederic Ashton, Kenneth MacMillan, Martha Graham, creano nuovi ruoli. Debutta negli Stati Uniti con il Chicago Opera Ballet, e partecipa allo spettacolo "The bell telephone hour" per la televisione tedesca.
Oltre che grande danzatore classico Nureyev fu anche coreografo per quella voglia di sperimentare che lo ha sempre animato. Crea così, nel 1963, la sua versione di "La Bayadère, e lo stesso anno è a Spoleto, dove, su commissione del Festival dei Due Mondi cura la ripresa coreografica di "Raymonda". L'anno dopo è la volta del suo "Il lago dei cigni" che allestisce e interpreta allo Staatsoper di Vienna insieme a Margot Fonteyen. Successivamente sarà la volta della coreografia "Tancredi", sempre per l'Opera di Stato di Vienna, e de "La Bella Addormentata" per il Teatro alla Scala di Milano.
Ma Nureyev volle cimentarsi anche con altri stili e coreografi innovativi. Il primo a creare su di lui fu Roland Petit che realizza "Paradise Lost" con accanto Margot Fonteyn, e "L'estasi". L'anno dopo, nel 1970, sarà Rudy van Dantzig a creare per lui "The ropes of time", cui seguiranno "Dances at a gathering" di Jerome Robbins, "Big Berta" di Paul Taylor, "Chant du compagnon errant" e "Le Sacre du Printemps" di Béjart, "Field figures" di Glen Tetley , "Aftermoon of a faune" di Robbins, "Sideshow" di MacMillan, "Laborintus" di Paul Taylor.
Nei primi anni Settanta danza ne "Il Figliol Prodigo" di Balanchine e "La Pavana del Moro" di Josè Limon, il "Don Giovanni" di John Neumeier, e , per la prima volta, con Natalia Makarova – anche lei fuggita dal Kirov di Leningrado - ne "La Bella Addormentata". Non si contano i numerosi premi e riconoscimenti. I primi importanti furono, nel 1973, il Dance Magazine Award a New York e il Prix Marius Petipa a Parigi.
Continuano, nel 1974, le sue incursioni nella danza moderna, ed eccolo a fianco di Carolyn Carlson in "Tristano" di Glen Tetley, e in "Lucifero" con la Martha Graham Dance Company. Continua anche la furia creativa, ed ecco nascere "La Bella Addormentata" per il London Festival Ballet, e un'altra nuova coreografia di "Romeo e Giulietta".
Nel 1977 nasce, con sedi a New York e Londra, un "Comitato per sostenere Nureyev" con lo scopo di promuovere delle petizioni che sollecitino le autorità sovietiche a dare un permesso alla famiglia del grande ballerino per lasciare l'URSS. L'anno dopo forma una propria compagnia chiamata "Nureyev and Friends" con la quale si esibisce in Europa con coreografie prevalentemente moderne. Nutrendo una grande passione per il cinema, non resiste al fascino della Settima Arte, e debutta sul grande schermo interpretando la parte di Rodolfo Valentino nel film "Valentino" con la regia di Ken Russell. A questo faranno seguito, nel 1981, un film per la televisione "Venezia, carnevale, un amore" di Mario Lanfranchi, accanto a Carla Fracci; e il ruolo di violinista in un film drammatico dal titolo "Exposed" di James Tobak accanto a Natassja Kinsky. Approdò anche nel musical americano "The King and I", nel 1989, in coppia con Liz Robertson. Tra i partners celebri c'è ancora da segnalare Mikhail Baryshnikov col quale danza nel 1981 in "From the sea to shining sea" di Paul Taylor.
Dopo essere diventato cittadino austriaco nel 1982, l'anno successivo viene nominato direttore artistico della Compagnia di Balletto dell'Opéra di Parigi, che guiderà fino al 1987. Nei fruttuosi anni della sua direzione rimonterà e creerà molti balletti fra cui "Washington Square" e "Cendrillon".

Data storica è il suo ritorno in Russia nel 1987, che avverrà grazie a Michail Gorbaciov e alla sua glasnost, per poter riabbracciare la madre morente. Successivamente, nel 1989, invitato dal governo russo, tornerà a danzare sul palcoscenico del Kirov ne "La Sylphide".
La Francia gli tributa varie onorificenze quali la nomina di Cavaliere della Légion d'Honneur dal Presidente della Repubblica Mitterand nel 1989, e due anni dopo il titolo di "Commandeur de l'Ordre des Arts et des Lettres". Nonostante la malattia, la sua inesauribile curiosità lo vedrà cimentarsi con la direzione d'orchestra. Alla fine del 1990 inizia a studiare per poi deuttare sul podio come direttore a Vienna, Ravello, Atene, Budapest. Fino ad arrivare al Metropolitan di New York, nel 1992, con la bacchetta in mano per "Romeo e Giulietta". E, due mesi dopo, a San Francisco. Fu il suo ultimo concerto. A cui seguì l'ultima apparizione, trasportato su una poltrona, all'Opèra di Parigi per la quale aveva creato la sua versione finale dell'intero balletto "La Bayadère".
Muore di Aids il 6 gennaio del 1993. Il suo corpo è sepolto nel piccolo cimitero russo di Saint Gènevieve Des Bois a Parigi.

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giovedì 28 febbraio 2008

Esiste una storia "gay" del mondo? Si, eccola in un libro.

La storia gay del mondo. Il libro - La casa editrice veneziana Cicero pubblica un volume di Robert Aldrich che dimostra come l’omosessualità sia esistita nelle diverse epoche e nei diversi luoghi. I casi dei marinai della Serenissima e delle lesbiche trevigiane del Medioevo.

(Claudio Malfitano - La Nuova Venezia) Dall’epopea di Gilgamesh (a fianco), protagonista del poema assiro-babilonese con il compagno Enkidhu, fino a Axel e Egil Axgil, i pionieri del matrimonio gay in Olanda, che nel 1957 unirono i loro nomi in un nuovo cognome che ne rappresentasse l’unione. Tre mila anni di storia in chiave gay: chi erano e come vivevano gli omosessuali nelle diverse epoche e in diversi luoghi del mondo. E’ l’ambizioso volume Vita e cultura gay curato dallo storico australiano Robert Aldrich e portato in Italia dalla casa editrice veneziana Cicero.
Non un qualcosa di nascosto e innominabile, ma la dimostrazione che l’omosessualità è sempre esistita in tutte le epoche e in tutti i luoghi del mondo. Con il consueto corollario di roghi e persecuzioni, fino alle lapidazioni e le impiccagioni dell’Iran di oggi, dove guardacaso il presidente Ahmadinejad sostiene che «non esistono omosessuali». Una storia che parte proprio dalla vita quotidiana degli uomini e delle donne omosessuali. E che sentenze, leggi e processi ci svelano nella loro semplicità.
Se nella Venezia del ’400 il Consiglio dei dieci dovette dare il via una stagione di «pulizia» dei sodomiti nella marina, vuol dire che tra i marinai della Serenissima il «vizio» era decisamente diffuso. Così come non dovevano mancare le lesbiche a Treviso se nel tardo medioevo troviamo un editto che prevedeva, per le donne che commettevano «questo vizio o peccato contronatura», la pena di venire «legate nude al palo sulla via delle locuste e là restare per tutto il giorno e la notte».
Il volume è stato presentato al centro Candiani di Mestre, con il deputato Franco Grillini e la storica inglese Laura Gowing. «Sul tema della storia dell’omosessualità non esisteva prima di questo libro un’opera contemporaneamente scientifica e divulgativa - ha spiegato l’editore Stefano Bortoli - All’estero è uscito più di un anno fa. In Italia è stato rifiutato da molte case editrici. Noi abbiamo voluto investire su un’opera così impegnativa, per fortuna con un certo successo». Collegare storia e sessualità non è un percorso semplice, anche se nessuno storico ha mai negato il ruolo dell’attrazione fisica nell’organizzazione delle società di ogni epoca. Lo stesso vale anche per la “deviazione” omosessuale. Anzi gran parte dell’articolazione teorica dell’omosessualità è di origine storica: per molti gay era, e lo è tutt’ora, importante ritrovarsi nella cultura greco-romana, nell’esaltazione e nella celebrazione di relazioni come quella tra Zeus e Ganimede, di Alessandro e Bagoas o di Adriano e Antinoo. Tant’è che per un periodo l’omosessualità prese il nome di «amore greco».
Proprio la difficoltà di definizione è una delle costanti storiche di quello che, appunto, Oscar Wilde chiamava l’«amore che non osa dire il suo nome». E se in Cina, grazie alla leggenda del duca Ling che offrì una pesca al favorito Mizi Xia, venne chiamato l’«amore della pesca condivisa», in occidente si dovette aspettare il 1860 perché un medico ungherese, Karoly Benkert, coniasse il neologismo greco-latino «omosessualità». Solo in tempi recenti, e con i movimenti di liberazione sessuale degli anni ’70 è arrivato il termine gay, per poi trasformarsi nell’acronimo LGBT (che sta per lesbiche, gay, bisessuali e transessuali) negli anni ’80, e nell’onnicomprensivo «queer» degli anni ’90. Fino a oggi quando la pluralità di comportamenti sessuali ha coniato Msm, una sigla per indicare gli uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini ma che non si definiscono omosessuali.

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lunedì 11 febbraio 2008

Teatro. L'ultima Filumena. Regina Bianchi risponde.

(Marzia Cangiano e Ciro Monacella - Libmagazine) Libmagazine ha avuto l’onore di incontrare Regina Bianchi, attrice di sublime valore, donna di fine cultura e incomparabile profondità interpretativa. Si è avvicinata al teatro giovanissima, quasi nascendoci, e “succhiando il mestiere del teatrante con il latte materno” come lei stessa ci ha detto; insieme ad Eduardo de Filippo è stata protagonista di svariate commedie nonché interprete di uno dei personaggi femminili più intensi del teatro del ‘900: Filumena Marturano, della quale ancora oggi per il pubblico ne è l’immagine. Oltre che per il teatro ha lavorato, con medesimo impegno, anche per il cinema con registi dello spessore di De Sica, Zeffirelli, Loy.

MC,CM: Ha esordito giovanissima nel teatro di Raffaele Viviani per passare poi a quello di Eduardo De Filippo, entrambi rappresentanti di una Napoli che sembra vivere solo nelle loro opere, entrambi autori di raro carisma. Quali responsabilità ha sofferto (se di sofferenza si può parlare) nel dar gestualità e voce a personaggi che erano espressione di due geni del teatro?

R.: Non ho esordito con Viviani ed Eduardo… Ho succhiato il “mestiere del teatrante” con il latte materno. Una mia antenata recitava alla Comedie Française a Parigi. Portata in scena a 8 giorni di vita, ho sempre fatto teatro con la “Compagnia Sociale” dei miei genitori, ma dopo anni di repertorio eterogeneo, decisi a 17 anni, di andare in compagnia Viviani. Il mondo di Viviani e De Filippo rispecchiava la realtà dei tempi: non c’è responsabilità altra che verso i tuoi maestri ed il pubblico, la sofferenza era pari alla gioia di recitare.

MC,CM: Lei ha interpretato quello straordinario personaggio che è Filumena Marturano, e a 70 anni dalla sua nascita è sicuramente l’unica vera Filumena: nessun’altra attrice dopo di lei (ricordiamo Pupella Maggio, Valeria Moriconi, Isa Danieli) ha saputo coglierne l’anima. Eppure la sua interpretazione è arrivata dopo quella altrettanto intensa di Titina De Filippo, ma lei è riuscita a fare suo il personaggio, dando vita ad una Filumena che non ha trovato più voce. Qual è stato il suo segreto?

R.: Ho avuto la fortuna di non imitare la grande Titina. Eduardo è stato un grande maestro; ha creduto in me più di me stessa. Io c’ho messo la mia umanità.

MC,CM: Parliamo di recitazione. Lei oltre che per il teatro ha lavorato anche per il cinema – film dello spessore di “Giudizio Universale” di De Sica, “Le Quattro Giornate Di Napoli” di Loy, e “Gesù Di Nazareth” di Zeffirelli, solo per citare i più noti. Relativamente alla gestualità, alla mimica facciale, al tono della voce, fra cinema e teatro si può parlare di due distinti modi di interpretare?

R.: Io ho recitato sempre nello stesso modo, era compito della regia cogliere i miei momenti migliori.

MC,CM: Negli anni ’70 c’è stato il cosiddetto “revival” della sceneggiata, trasposta al cinema, cui lei ha contribuito con svariate partecipazioni. Non prova un certo fastidio quando tale nobile forma d’arte (che nasce coniugando musica classica e teatro) è usata per descrivere con tono dispregiativo un atteggiamento che, stando al luogo comune, apparterrebbe esclusivamente ai napoletani?

R.: Trovo che la sceneggiata colga l’anima popolare di un grande città come Napoli; quando mi è stata proposta, l’ho interpretata con impegno, come per tutte le altre forme di spettacolo.

MC,CM: Parliamo un attimo della tv (solo un attimo!): ne è sempre stata lontana? Che tipo di spettatrice è, se lo è? Nel senso: con che difficoltà trova nei palinsesti qualcosa che le interessa?

R.: La televisione? Ho partecipato ai primi esperimenti televisivi nell’agosto del ’39 cantando canzoni napoletane (chi vuole può consultare i Radiocorriere dell’epoca, dove appaiono le mie foto). Sono tornata in TV negli anni ’60 con le commedie di Eduardo e vari sceneggiati. Come spettatrice ho amato molto alcuni lavori di quegli anni. Oggi purtroppo sono spesso delusa, salvo rare occasioni, per programmi scadenti e, condivido l’opinione di Donna Franca Ciampi su una “TV deficiente”.

MC,CM: Le rappresentazioni sono oggi concepite per arrivare alla maggior fetta di pubblico possibile sacrificando, molto spesso, profondità di contenuti (non a caso la proposizione in tv dei lavori di Eduardo è destinata a scomode fasce d’orario.) Non trova che questo atteggiamento possa alla lunga risultare accomodante e quindi nocivo per la sensibilità e la crescita del pubblico?

R.: Sono d’accordo: credo che il pubblico non abbia la possibilità di crescere perché non gli si propongono cose di valore (es. Benigni con Dante viene proposto quasi a mezzanotte).

MC,CM: Dulcis in fundo: Napoli città, pur stravolta, è uscita dalla guerra con grande e fervente vivacità culturale (immensi attori, immensi autori, pubblico attento). Tuttavia gradualmente negli anni è sembrata spegnersi. Basta a spiegare questo assopimento l’inarrivabile valore degli artisti della sua generazione che non hanno trovato eredi all’altezza? O secondo lei c’è dell’altro?

R.: Napoli non è spenta; gli elementi ci sono, sia registi sia attori, ma purtroppo le imprese vogliono inserire negli spettacoli attori e attrici televisivi che non sempre sono adatti al teatro vivo e vero.

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domenica 10 febbraio 2008

I campi di lavoro per "redimere" i gay furono un'invenzione di Che Guevara.

(Pupazzi) Quando nel 2004 Bernal interpretò il Comandante Guevara ne “I Diari della motocicletta”, anche chi di noi aveva guardato con più sospetto al mito di tanti giovani, rischiò seriamente, e per evidenti motivi, di innamorarsene. Quel film coglieva un momento esaltante della vita del “Che”, che assumeva tratti eroici addirittura quasi cristiani.

C’è dell’altro, però, nella rocambolesca storia di Ernesto Guevara e, con tutti i limiti di una ricerca condotta sulle libere e molteplici pagine di internet, ho cercato di approfondire un tema che, seppur spesso taciuto, è piuttosto noto e cioè la persecuzione sistematica degli omosessuali realizzata dal grande liberatore, il “Che”.

E’ una storia che in pochi raccontano e che le stesse associazioni omosessuali solo a tratti hanno avuto voglia di sottolineare, perché stona con una certa idea di sinistra militante amica che, ahimè, nella storia si è spesso scontrata con una realtà di oppressione altrettanto atroce di quella esercitata dalle dittature di destra.

Con il passaggio di poteri da Batista a Castro, nel 1959, Ernesto Guevara assunse un ruolo di assoluto primo piano nel regime e venne nominato provvisoriamente Procuratore Militare con il compito di reprimere gli oppositori della rivoluzione.

Nelle maglie dei Tribunali finiscono per sua espressa volontà molti religiosi, tra cui lo stesso Arcivescovo de L’Avana, e moltissimi “maricones” cioè omosessuali. Guevara elabora una sorta di piano di razionalizzazione delle carceri, decidendo di specializzarne alcune nella rieducazione dei gay, tra i quali si contano innumerevoli artisti cubani. Il “Che” realizza campi di lavori forzati ed elabora personalmente i regolamenti penitenziari, che fissano le punizioni corporali per i più facinorosi: taglio dell’erba con i denti, immersione nei pozzi di raccolta dei liquami di fogna, lavori agricoli eseguiti nudi.

E’ su questi regolamenti che nascono le “Unità Militari per l’Aiuto alla produzione”, dei veri e propri lager, tra cui la “Nueva Carceral de la Habana del Est”, che ospita gli omosessuali, riconosciuti anche solo tramite delazione. Secondo le descrizioni che alcuni dissidenti hanno dato di queste prigioni i detenuti erano stipati in celle di 6 metri per 5 nelle quali venivano montate 22 brandine, ciascuna occupata da due detenuti. Venne persino realizzato un campo di rieducazione per i gay tra i 12 ed i 15 anni, allontanati dalle scuole per evitare contaminazioni della nascente gioventù rivoluzionaria.

Un noto poeta cubano omosessuale, Reinaldo Arenas, subì l’esperienza del carcere sotto la dittatura castrista, erede di questo sistema elaborato da Guevara, nel corso degli anni ’70. Ne racconta l’esperienza un film che ha avuto un certo successo nel 2000 “Before night falls”. Particolarmente agghiacciante è il ricordo della espulsione esemplare compiuta nelle scuole cubane nei confronti dei giovani scoperti a commettere atti omosessuali. Fatti loro raccogliere i propri oggetti personali, dovevano sfilare dinanzi ai propri compagni, che erano spronati a picchiarli ed offenderli, quindi venivano portati nei campi.

Arenas è poi porto suicida nel 1990, dopo lunghi anni di Aids. Nella sua lettera di addio scrive: “Voglio incoraggiare il popolo cubano in esilio o ancora sull’Isola a continuare a lottare per la libertà. Cuba sarà libera. Io lo sono già”.

Perché è così difficile sentir parlare di questo disumano Ernesto Guevara? Su internet alcuni reduci raccontano dei “maricones” uccisi personalmente, con colpi di pistola alla tempia, dal grande “Che”, ma se poi si leggono le sue biografie ufficiali di tutto ciò non resta traccia. Persino la libera Wikipedia glissa sul tema e afferma, con grande distacco, che esistono giornalisti e storici che hanno sostenuto che egli abbia avuto un ruolo nella creazione del sistema carcerario cubano e nulla aggiunge invece sulle atrocità di cui quel sistema si è reso protagonista anche contro i gay.

Soltanto di recente il regime castrista, pur non avendo abolito l’articolo 303 del codice penale che proibisce le manifestazioni pubbliche dell’omosessualità, appare ammorbidito nei toni nei confronti del tema gay, ma molti ritengono si tratti di un maquillage effettuato per intenti di buona pubblicità.

Di molto altro ci sono soltanto “rumors” (si parla di campi di raccolta delle persone sieropositive, realizzati negli anni’80 e ’90), che non potranno trovare conferme o smentite prima della fine della dittatura. Per il momento direi che è il caso di dimenticarsi il “Che” Bernal, e di goderselo nei film di Almodovar.

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Esilarante dichiarazione dell'ex chitarrista dei Queen: "Non sapevo che Mercury fosse gay".

(Agi) Brian May non sospettava nulla. Il chitarrista dei Queen non credeva che Freddie Mercury fosse gay. Pensava piu' che altro che le abitudini della voce dei Queen fossero dettate dalla sua indole esibizionista. May lo incontro' per la prima volta negli anni Settanta, ma non prima degli anni Ottanta capi' le tendenze sessuali di Freddie, perche' - ricorda il chitarrista - fu solo allora che Mercury inizio' a portare nei backstage uomini con 'l'aspetto di Adone'. May ricorda ancora: 'Quando mi capitava di condividere una camera d'albergo con Freddie, posso assicurare che di solito erano le ragazze a fermarsi la notte'. 'Lui - continua May - era quello che oggi chiamiamo un 'metrosessuale', lo era nei suoi vestiti, nei suoi capelli e nel modo in cui amava adornarsi'. Il sessantenne May e' irremovibile su un punto: il cantante morto di Aids nel 1991 era molto piu' timido del personaggio che saliva sul palco. 'Tutti noi lo eravamo - aggiunge -. Il suo metodo per superare la riservatezza era quello di esibirsi come un Dio davanti al pubblico'.

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venerdì 8 febbraio 2008

Berlinale, si apre nel segno dei Rolling Stone.

(La7) La band e Martin Scorsese matattori della serata inaugurale.
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mercoledì 30 gennaio 2008

Coco Chanel, la biografia pubblicata da Lindau.

(Fashionblog) Il 2008 si prospetta come l’anno celebrativo di Coco Chanel, una donna dalla personalità carismatica che ha rivoluzionato in pochi anni la moda francese. Uscita da pochi mesi con la casa editrice Lindau, una biografia completa della famosa stilista, che narra la vita della designer francese, tra povertà, genio estremo, lusso e dolore.

Una figura a volte distante dal personaggio che con le sue “invenzioni” (le più famose il tailleur e la storica fragranza Chanel n°5) ha rivoluzionato il modo di vestire delle donne, che voleva belle, libere e moderne. Gabrielle Chanel un’orfana che, cresciuta in un convento e commessa in un negozio di stoffe, emerge dalla modesta realtà di provincia trasformandosi in Coco Chanel, grazie al suo coraggio, al suo carattere e principalmente al suo genio.

Moltissime le sue frequentazioni artistiche e la sua attività di mecenate verso l’arte, prediligendo le avanguardie e gli innovatori dell’epoca come Picasso, Djagilev, Cocteau, Colette, Stravinskij, Dalì, ecc…Numerosi anche gli amori celebri e non, e le vicende personali che si intrecciano con quelle storiche, come la seconda guerra mondiale, che causa della chiusura della maison all’apice del successo. Ma non si è mai arresa, riportando in alto l’impero che aveva costruito con tenacia ed un carattere dalle mille sfaccettature.

Un’icona che ha cambiato per sempre la moda ed oggi è ancora uno dei marchi più importanti del mondo. La biografia, scritta da Henry Gidel è apprezzabile per la sua completezza e per i contributi fotografici all’interno del libro. Noi di fashionblog, abbiamo avuto l’opportunità di leggerla e di conoscere tutte le facce di Coco Chanel e non solo quella della famosa stilista. Un ritratto inedito per chi conosce il suo lato “pubblico” e sicuramente interessante per chi è curioso verso la storia della moda, visto che il marchio Chanel ne rappresenta un capitolo fondamentale.

In lavorazione nel 2008 anche un film sulla vita della stilista che vedrà protagonista Audrey Tatou.

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lunedì 28 gennaio 2008

Lbri. Maria Callas, gli anni della Scala.

(Booksblog) Maria Callas – Gli anni della scala, curato da Vittoria Morbio e tradotto da S. Tuja, edito da Allemandi, è una delle non poche occasioni – tra libri, convegni, mostre – per ricordare la vicenda umana di Maria Callas.

Una vicenda conclusasi nella peggiore delle maniere. Scomparsa trent’anni fa a Parigi, in solitudine e tristezza, l’artista vede adesso riconoscersi una celebrità che in qualche modo colma quel tormento interiore che l’ha caratterizzata, e che lei seppe ben esprimere nel ruolo di Medea assegnatole da Pier Paolo Pasolini.

Il libro contiene una vasta collezione di immagini e scritti, tra cui la testimonianza di Georges Pretre (in francese con traduzione a fronte), quella di Elvio Giudici, il personalissimo racconto di Giovanna Lomazzi, un’analisi – a cura di Rita Citterio – dei costumi della Callas conservati presso la Scala di Milano e altro. Andrea Vitalini cura la cronologia degli spettacoli della Callas dal 1950 al 1962.

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giovedì 24 gennaio 2008

Gli ultimi anni di vita della donna che amò Franz Kafka. La scelta di Milena Jesenká contro l’invasione nazista.

Lunedì la presentazione del volume alla presenza dell’autrice Marie Jirásková. Fu arrestata dopo l’annessione dei Sudeti da parte di Hitler. Denunciata e incarcerata perché partecipò alla Resistenza. Un paese tra due dittature che sono diverse nelle fondamenta.

(Francesco Mannoni - Il Messaggero Veneto) Tra i milioni di vittime del nazismo, c’è anche Milena Jesenskà, la giovane amata da Franz Kafka. La donna, morta nel campo di concentramento di Ravensbrück il 17 maggio 1944, per più di tre anni fu amata dallo scrittore che le scrisse appassionate lettere d’amore.
Nata il 10 agosto del 1896 in un sobborgo di Praga, Milena era una giornalista molto apprezzata e sul settimanale praghese La Tribuna, tradusse Lettera al padre di Kafka. Fu l’occasione che li fece incontrare e innamorare. La prima lettera di Kafka a Milena giunta fino a noi è dell’aprile 1920. La loro corrispondenza durò fino al 1923, e anche se la loro relazione forse si interruppe nel 1921, entrambi continuarono a essere attratti fortemente a vicenda e, sia pure tra alti e bassi, si amarono fino alla morte di Kakfa, scomparso nel 1924.
Nel novembre del 1939 Milena fu arrestata con l’accusa di alto tradimento nei confronti del Terzo Reich, per la sua attività giornalistica e l’adesione alle forze ribelli che si opponevano ai progetti tedeschi di «realizzare la germanizzazione del territorio e della popolazione con l’impiego di misure particolari e l’inclusione nello spazio della Grande Germania». Dopo un processo mai concluso e la riconsegna alla Gestapo praghese da parte dei tedeschi, nell’ottobre del 1940 fu destinata al campo di concentramento di Ravensbrück dove conobbe la scrittrice Margarete Buber Neumann, anche lei reclusa, che dopo la guerra avrebbe scritto una toccante biografia della Jesenská. Durante la difficile prigionia, tra mille soprusi, non cedette mai alle repressioni dei suoi aguzzini. Lavorava come magliaia anche con le mani gonfie e le articolazioni doloranti e, quando poteva, faceva di tutto per aiutare le sue sfortunate compagne.
La sua storia, assieme a quella di altri due personaggi dell’epoca, è raccontata dalla studiosa di letteratura ceca Marie Jirásková in Una scelta tradita (Forum editrice, 117 pagine, 14,00 euro). L’autrice, che a sua volta è stata perseguitata dal comunismo, si addentra con particolare attenzione nella vita della sfortunata e intrepida Milena, basandosi su un fitto reticolo documentario dal quale riporta dettagli inediti di una vita sempre vissuta all’insegna dell’indipendenza ideologica.
Abbiamo incontrato Marie Jirásková e le abbiamo chiesto come e perché Milena Jesenská finì nel campo di concentramento.
«Bisogna risalire ai fatti di Monaco del 29 settembre del 1938 – dice – quando Hitler, Mussolini, Chamberlain e Deladier firmarono un accordo per la cessione del tertritorio dei Sudeti alla Germania. Il giorno dopo l’esercito tedesco iniziò a occupare i territori cechi di frontiera e ci furono diversi sconvolgimenti nel governo locale a favore della Germania. Il Paese era stato smembrato a danno di popoli, minoranze, gruppi, eserciti, individui che vedevano il loro destino diventare drammatico. Gli accordi di Monaco tolsero a un piccolo paese la possibilità di difendersi anche perché per molte ragioni non era adatto a una resistenza armata. Questo non impedì il crearsi di formazioni partigiane, che contavano tra le loro file gli appartenenti all’esercito che era stato sciolto e molti civili. Milena affiliata a un gruppo di partigiani, collaborò alla Resistenza con grande partecipazione».
Milena, nonostante la sua attività politica e professionale, sembra però sia ricordata per essere stata amata da Kafka...
«Nel suo paese, come giornalista impegnata, Milena era conosciuta molto più di Kafka ed era stata la prima traduttrice dello scrittore in ceco. Dell’autore delle Metamorfosi non si sapeva molto fino all’uscita nel 1935 de Il Castello, la cui risonanza all’inizio fu modesta. Ma è pur vero, nonostante il suo indubbio valore, che è grazie al carteggio con Kafka che Milena è conosciuta nel mondo. Come storica, con questo libro cerco di dimostrare come fosse una personalità eccezionale anche al di fuori del suo rapporto con lo scrittore, che l’amò molto e disse che lei era “fuoco vivo”. Nel 1923 si scambiarono l’ultima lettera e fu lui a chiederle di non scriverle più. Nel luglio del 1924, l’anno della morte di Kafka, Milena scrisse il necrologio lasciando intendere il suo grande affetto per Kafka e di come solo lei fosse stata in grado di capirlo profondamente».
Ma ci fu davvero una storia d’amore tra Milena e Kafka, o si trattò di platonica esaltazione epistolare?
«Leggendo le lettere, si capisce che si trattò di vero amore. Non sappiamo fin dove si spinsero, ma è chiaro che le loro parole svelano sentimenti profondi, gli stessi che gli innamorati mettono in mostra senza troppe remore quando il bene si impadronisce dei loro cuori e delle loro menti. Benché Kafka e Milena fossero due persone discrete, il senso del loro amore è una sensibilità fluida, una forza emotiva che li avvinceva entrambi. Milena, che aveva un’esperienza matrimoniale fallimentare alle spalle quando conobbe lo scrittore, forse si innamorò di Kafka anche per la sua fanciullaggine affettuosa, per la sua quasi sprovvedutezza sentimentale: amava tantissimo, ma sempre come bloccato da un qualcosa che gli impediva una totale immersione nel bene che lo attirava».
Come fu la vita sentimentale di Milena senza Kafka?
«Dopo il primo matrimonio – infelice e osteggiato dal padre – e il divorzio dal marito che l’aveva portata a vivere a Vienna, Milena tornò a Praga continuando la sua collaborazione con il giornale. Si sposò una seconda volta con un architetto dal quale ebbe una figlia dopo una difficile gravidanza che le costò il posto al giornale e pregiudicò il rapporto con il coniuge. Si iscrisse al Partito Comunista scrivendo per i giornali del partito, e rimase al suo posto anche quando le truppe tedesche entrarono a Praga. In molti le dissero di partire, ma lei volle restare accanto agli amici e colleghi, pronta alla lotta. Fu arrestata il 12 novembre del 1939, con molti dei suoi compagni che, come lei, non sopravvissero alla prigionia».
Cosa resta della memoria di Milena negli archivi della Gestapo?
«Tra i materiali della Gestapo praghese sono conservati solo alcuni documenti degli atti del processo, necessari al procedimento del tribunale popolare di Dresda dove la Jesenská fu giudicata. Il fascicolo conta in tutto una quarantina di pagine. Dagli atti non è possibile capire quale attività clandestina svolgesse la donna, ma solo che era sospettata di scrivere articoli contro il nazismo che causavano inquietudine tra la popolazione. Al processo non si riuscì a giudicarla colpevole di alto tradimento perché mancavano prove vere, ma ciò non impedì, mesi dopo, il suo trasferimento nel campo di concentramento. Forse si era saputo del suo prodigarsi nel convincere i propri amici ebrei a lasciare la Cecoslovacchia prima che i tedeschi li arrestassero».
Perché ha intitolato il libro Una scelta tradita?
«Questo è il titolo italiano. La traduzione letterale del titolo originale, suonerebbe all’incirca “Resoconto succinto di una triplice scelta”. Il sottotitolo Milena Jesenkà e la vigilia della guerra, chiarisce il contenuto dell’opera tesa a raccontare il travaglio di una vita, le scelte politiche di una donna che per il suo paese ha sacrificato tutta la vita. Era in ballo, oltre la libertà, la conservazione della propria identità, il ruolo irrinunciabile di rappresentante del popolo ceco che spesso aveva subito la durezza del tallone straniero e non voleva sottostare ancora una volta alla violenza del più forte».
Anche lei ha conosciuto i rigori della persecuzione, quella comunista in questo caso. Perché fu perseguitata?
«Nel 1970, al convegno degli scrittori cechi fu pronunciato un discorso contro la censura per una maggiore libertà, non solo di stampa. A quel tempo insegnavo in una scuola media superiore e ne parlai con gli studenti, ma ci furono delle proteste studentesche e sospesi le lezioni sui contenuti del convegno. Ero un membro del Partito Comunista ceco, e da tempo volevo uscirne perché non condividevo più diversi suoi atteggiamenti, ma non era possibile. Fu il partito a cacciarmi con l’accusa di essere un’opportunista di destra, e perciò non potevo educare la gioventù. Da allora non mi fu concesso di praticare alcuna attività culturale, e non riuscii a trovare lavoro neanche in un allevamento di polli. Mi trasferii a Praga dove ottenni un posto come custode di un museo e per quasi vent’anni fui regolarmente controllata dai servizi segreti e convocata per degli interrogatori fino al 1989».
Come veniva trattata durante gli interrogatori?
«Per tre anni dal 1980 al 1983, gli interrogatori erano mensili. Come nei romanzi polizieschi, erano in due a interrogarmi: uno era più indulgente, l’altro durissimo. Contro di me non fu mai usata violenza fisica, non mi chiesero mai di collaborare con loro, ma cercavano di abbattermi psicologicamente. L’interrogatorio peggiore fu quello cui era presente una donna molto cattiva che mi aggrediva verbalmente con una violenza impensabile. Dalla sua bocca uscivano fiumi di parole, accuse e offese, un vero letamaio di obbrobri che avevano il compito di annullarmi e farmi cedere a chissà quali rivelazioni, ammettere colpe inesistenti, trame politiche mai vissute. Questa donna fu addirittura ripresa dal compagno perché troppo aggressiva e invitata a moderarsi».
Adesso, cosa pensa del comunismo?
«Sono felice che il regime comunista non esista più e spero che una simile dittatura non abbia più a verificarsi in alcuna parte del mondo. Tuttavia, anche se nella pratica è stato alterato, il comunismo resta una grande ideologia e per questa ragione non voto a destra e mi ritengo molto vicina alle posizioni di centro sinistra

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"Sarte" al vetriolo... Valentino va in pensione e dà i voti ai colleghi stilisti.

(Fashionblog) Valentino lascia, come annunciato, l’alta moda e si dedica alla pensione. Lo scettro passa ad Alessandra Facchinetti, giovane astro della moda italiana che debutterà in firma Valentino con il pret-a-porter a marzo a Parigi.

Valentino Garavani, fondatore dell’impero del marchio e del “Rosso Valentino”, colore ormai simbolo delle sue collezioni, lascia la scena distribuendo commenti verso i suoi colleghi di alta moda. Osservazioni lusingatorie in alcuni casi e meno benevole in altri:

Giorgio Armani: “e’ grande ed elegante”
Miuccia Prada: “mi sembra una signora che sa quel che vuole”
Dolce e Gabbana: “me li ricordo quando esordirono, erano timidissimi ma già con una piccola grinta. Ora hanno una certa arroganza.”
Donatella Versace: “non posso che dire bene. E’ una donna che sa vestire le donne.”

fonte: Ansa

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mercoledì 23 gennaio 2008

Valentino a Parigi con 74 abiti per l’addio alla moda.

(Panorama) Valentino Garavani stasera, con l’ultima sfilata di haute couture a Parigi, chiude la sua storia nella moda. D’ora in poi il “sarto” di 76 anni sarà un personaggio da intervistare per parlare del passato e per valutare magari il presente, e i suoi abiti verranno apprezzati nelle mostre e nei musei o addosso alle sue amiche-clienti che conserveranno gelosamente i tesori nell’armadio.

Sulla passerella del marchio, che da quasi mezzo secolo porta il suo nome, ci saranno nuove creazioni, nuove forze, come è giusto che sia. Il suo addio, dopo quasi un anno di saluti, feste di commiato e celebrazioni degne di un re, è una sorta di santificazione nella chiesa mondiale dell’eleganza.
Alla sfilata ci sarà anche Alessandra Facchinetti, la stilista di 35 anni che l’azienda (venduta da Garavani e dal socio Giancarlo Giammetti già una decina d’anni fa) ha deciso di assoldare per sostituire il maestro, il quale ha espresso rammarico per non essersi mai occupato di allevare un vero “delfino”. Quindi ha dovuto “digerire” Alessandra e lo ha fatto “obtorto collo” tanto che non manca occasione di ricordare di non averla scelta lui. Domani comunque la maison Valentino volta pagina: escono sia Garavani sia Giammetti e con loro anche alcuni collaboratori, inclusa Daniela Giardina che, per oltre 30 anni, come capo dell’ufficio stampa, ha tenuto bordone a tutti i capricci dei due.
La sfilata non sarà una retrospettiva ma avrà comunque il sapore antico di una rievocazione. Valentino ha deciso di mostrare, con 74 uscite in passerella, tutto quello che ha saputo fare nella sua vita da couturier: quindi una serie di abiti da giorno in lana double, quella che egli iniziò a usare negli anni ‘60. Poi una parte in avorio e bianco che cita una famosa collezione su cui c’è un altrettanto famoso aneddoto.
Alcuni anni fa, infatti, fu chiesto a Valentino cosa ricordasse del ‘68 e di quel periodo di fermento, ed egli rispose: “Ah, sì il ‘68, l’anno di una mia meravigliosa collezione bianca”.
Tra questi capi del ‘68, appunto, un bel completo da cocktail con giacchina, tutto preziosamente ricamato: “è un tipico completo Valentino, il maestro ne vuole sempre almeno uno in ogni collezione” spiega Livia, assistente dell’assistente del maestro, con lui da 1976. Andando avanti nella rassegna, ecco una lunga serie di abiti a fiori, corti o lunghi: anemoni giganti o piccolissimi, dalie, mimose viola su fondo giallo: sono vestiti senza tempo, possono restare nel guardaroba per una vita senza mai sfigurare. Ed è questa la forza di Valentino e, in fondo, perfino la sua modernità.
Gli abiti da sera sono dei monumenti: una lunga tunichetta incrostata di preziosità se ne sta ancora tra le mani delicate delle sarte che danno gli ultimi punti alla spirale di tulle che la avvolge come un colpo di vento. Un altro vestito è come un bouquet di rose: centotrenda volants in tutte le gradazioni del rosa per formare un insieme spettacolare. L’abito fresia ha una rete di spalline a “budellino” di raso che formano corolle tremolanti sul dorso. Il vestitino mughetto sembra appena sbocciato ed è tale l’illusione che par di sentirne il profumo.
Agnese Zogla è una giovane bellezza lettone che ha il ruolo di modella d’atelier: su di lei (ovviamente taglia 38) sono stati cuciti i vestiti che stasera saranno indossati da uno stuolo di mannequin. Ma in passerella ci sarà anche lei che farà ben tre uscite e la terza, la numero 59, con un lungo abito bianco. Perché Valentino ha deciso di chiudere la sfilata con il candore, per creare il clima rarefatto adatto al colpo di scena finale: sarà infatti un diluvio di rosso a chiudere, tra lacrime, abbracci e musica strappacuore, la carriera del maestro sulle scene della moda. Dal 19 giugno prossimo, comunque, gli appassionati del sempiterno stile Valentino potranno goderne in tutte le sfumature al Musee des Arts decoratifs di Parigi dove si aprirà la mostra retrospetiva “Temi e Variazioni”, con duecento abiti scelti tra i più significativi della sua carriera.

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venerdì 18 gennaio 2008

Firenze e il trasferimento del capolavoro di Michelangelo. "Lasciate il David dov´è ora". Soprintendenti contrari al trasferimento.

La proposta di portarlo alla Leopolda piace invece all´assessore comunale Gozzini e a Giambrone del Maggio musicale. La direttrice dell´Accademia: "Deve rimanere nella Tribuna che gli è stata costruita intorno, quello è il suo contesto". Gli agenti di viaggio associati a Confindustria: "Va bene, purché non sia messo in un posto scomodo".

(Mara Amorevoli e Simona Poli La Repubblica, edizione di Firenze) Contrari tanti, favorevoli pochi, tiepidine le istituzioni, ostili le soprintendenze. L´idea lanciata dall´assessore regionale alla Cultura Paolo Cocchi di spostare il David di Michelangelo dall´Accademia al futuro Parco della musica della Stazione Leopolda non convince ma fa discutere. «In fondo è quello che volevo», spiega lo stesso Cocchi, «la mia idea è un invito al dibattito, un´offerta per intavolare un discorso sul turismo sostenibile e il decongestionamento del centro storico. Su questi temi stanno lavorando molte regioni europee a vocazione turistica, che si pongono l´obiettivo di far crescere il numero dei visitatori evitando di concentrarli in pochi luoghi. La mia non è una provocazione: ho intenzione di mettere a disposizione delle risorse perché Comune e il ministero individuino un percorso, scegliendo alla fine la destinazione più idonea». Rutelli per il momento tace. Parla al suo posto il sottosegretario ai Beni culturali Andrea Marcucci: «Ritengo che al momento non sia possibile formulare alcun giudizio rispetto all´ipotesi di Cocchi», si limita a dire. «Prima di entrare nel merito di questa come di eventuali altre proposte, desidero comunque sottolineare che il ministero deve far valere in primo luogo le ragioni della tutela, della salvaguardia e della sicurezza dell´opera d´arte». Il sindaco di Firenze Leonardo Domenici concorda sulla necessità di affrontare la questione dell´alleggerimento di certe direttrici del centro di Firenze: «Nella sua lettera Cocchi individua nella tramvia il simbolo di un cambiamento contro la retorica dell´immobilismo e introduce il concetto di turismo sostenibile. Si può discutere di questo e di altro ma c´è un tempo per ogni cosa. Oggi non è questa la priorità. Anche Martini, che ho sentito per fissare presto un incontro tra la giunta comunale e regionale, concorda sul punto». L´assessore alla Cultura di Palazzo Vecchio Giovanni Gozzini ha più entusiasmo: «La Leopolda entro il 2011 sarà un´area completamente nuova, perché non arricchirla con un´offerta culturale importante?». E´ sulla stessa linea Francesco Giambrone, sovrintendente del Maggio musicale: «Decentralizzare i capolavori è un´idea molto intelligente e tanto più intelligente è creare un tessuto culturale artistico proprio dove sorgerà il nuovo teatro del Maggio». E il presidente della commissione cultura di Palazzo Vecchio Dario Nardella raccomanda di non aprire inutili polemiche: «Si raccolga, per quanto possibile, il senso costruttivo di questa proposta, che suscita interesse soprattutto per la parte in cui pone al centro il problema di una gestione dei flussi turistici meno congestionante per il centro storico di Firenze. Non si tratta di mandare a casa i visitatori ma di proporre un´offerta turistico-culturale più articolata nel territorio fiorentino».
Ma non la pensano affatto così funzionari della soprintendenza, storici dell´arte e direttori di musei. In primis Franca Falletti, direttrice della Galleria che è la "casa" del David: «Deve rimanere nella Tribuna che gli è stata costruita intorno, quello è il suo contesto, a pochi passi dall´Opera del Duomo dove è stato scolpito e da Piazza Signoria dove fu collocato. Capisco la necessità di creare altri poli di attrazione turistica a Firenze ma facciamolo con l´arte contemporanea». Dello stesso parere il direttore regionale dei Beni culturali Mario Lolli Ghetti: «La collocazione del David accanto ai Prigioni è storica, impensabile fare un passo indietro». Il direttore dei Musei Vaticani Antonio Paolucci sbotta: «E´ una realtà storica importante e splendente che non va toccata». Il critico Achille Bonito Oliva è perentorio: «Sarebbe un errore sottrarlo alla sua dimora, una beffa bella e buona». Cristina Acidini, soprintendente del Polo museale fiorentino boccia Cocchi: «Il David non si sposta per rilanciare un´area della città. Il suo trasferimento non può essere oggetto di una proposta estemporanea». Il trasferimento della statua è un´idea "antistorica" secondo Carlo Sisi, ex direttore della Galleria d´arte moderna di Pitti, «perché la Tribuna fu edificata per il David». Lo stesso dice Paola Grifoni, soprintendente ai monumenti: «Sono assolutamente contraria. Basta usare il passato, è segno che non siamo in grado di sviluppare il nostro futuro». James Bradburne, direttore della Fondazione Palazzo Strozzi sostiene che «per il sovraffollamento turistico serve un piano strategico». Ecco il tema da discutere, precisa il direttore del l´Istituto e Museo di storia della Scienza Paolo Galluzzi: «E´ positivo tornare a ragionare sull´opportunità di distribuire in modo diffuso grandi segnali del patrimonio culturale». E se il presidente di Aia Federalberghi Paolo Giacalone ritiene che «spostare pezzi di città non serva a nulla se non ci sono vere alternative turistiche al centro storico», il presidente nazionale di Assotravel di Confindustria Andrea Giannetti dice sì allo spostamento «purché il David sia messo in un posto comodo per arrivarci».
Nell´aula del consiglio regionale il capogruppo di An Maurizio Bianconi domanda sbigottito «come mai prima di formulare una proposta del genere Cocchi non abbia sentito il bisogno di interpellare la soprintendenza». Il senatore di Forza Italia Paolo Amato, che si era incatenato alla porta degli Uffizi per protestare contro il trasloco in Giappone dell´Annunciazione di Leonardo, è scatenato: «Il David rimanga dov´è. Dove alloggia in piena sicurezza ed è ammirato da più di un milione di turisti ogni anno. La proposta di Cocchi è un´idea bizzarra, da rigettare, che mi auguro non abbia alcun seguito. Traslocare il capolavoro di Michelangelo non è altro che un´operazione promozionale a sfondo immobiliare, con il solo scopo di impreziosire il progetto del nuovo Auditorium del Maggio Musicale».

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mercoledì 16 gennaio 2008

Grandi allestimenti e una fiction per il 150° anniversario di Puccini. In campo le migliori voci e i nomi più celebri della regia e della musica.

Giacomo Puccini al centro della foto, a New York durante le prove de "La fanciulla del west".

Le istituzioni musicali italiane in gara per celebrare la nascita del Maestro. In provincia di Lucca verrà realizzata anche una pista ciclabile. La Rai produrrà uno sceneggiato sulla vita del compositore.

(Rosaria Amato - La Repubblica) La Tosca con la regia di Franco Zeffirelli dal 14 al Teatro dell'Opera di Roma, Madama Butterfly con regia, scene e costumi di Pier Luigi Samaritani dal 15 al Maggio Musicale Fiorentino, la Manon Lescaut diretta da Daniel Oren che ha debuttato il 10 al Carlo Felice di Genova, ancora Madama Butterfly dal 13 al Teatro Massimo Bellini di Catania: per gli appassionati di lirica l'anno comincia nel segno di Giacomo Puccini, e non potrebbe essere altrimenti dal momento che quest'anno ricorre il 150° anniversario della nascita del grande compositore, nato a Lucca il 22 dicembre 1858. Per il coordinamento e la promozione delle celebrazioni, che in parte sono già cominciate nel 2007, è stato istituito già nel 2004 un Comitato che ha sede alla Biblioteca Statale di Lucca, presieduto da Bruno Ermolli.

In tutta Italia sono in programma allestimenti di opere e concerti di musiche pucciniane, convegni, pubblicazioni, persino l'inaugurazione di una pista ciclabile progettata dalla provincia di Lucca che, passando per Marina di Vecchiano, e quindi coinvolgendo anche la provincia di Pisa, giungerà fino al lago di Massaciuccoli, nei pressi della villa di Puccini, e del nuovo teatro all'aperto di Torre del Lago, la città prediletta del Maestro.

La modernità di Puccini. "Il 150° anniversario della nascita di Puccini - spiega Gabriella Biagi Ravenna, presidente del Centro Studi Giacomo Puccini di Lucca - è stata l'occasione intanto per coordinare tutte le iniziative delle tante istituzioni che portano il nome di Puccini nel territorio della provincia di Lucca, che ambisce a diventare un punto di riferimento internazionale per il turismo culturale e di qualità. Ma è anche l'occasione per riscoprire Puccini, da sempre l'autore più rappresentato in tutto il mondo. La sua popolarità anzi ha fatto sì che il rapporto con la critica fosse contrastato, lo si accusava di cercare il successo a tutti i costi, ma non è così. Se avesse cercato solo la popolarità avrebbe scritto 10 Bohème. E invece il suo motto era "Rinnovarsi o morire", ogni sua opera è un capitolo nuovo".

Le iniziative delle fondazioni liriche. Tutti i teatri d'opera italiani hanno programmato quest'anno allestimenti di grande interesse di opere pucciniane. La Tosca che debutta il 14 a Roma ha la prestigiosa firma di Zeffirelli, ed è anche l'occasione per ricordare il debutto dell'opera, che avvenne proprio al Teatro Costanzi di Roma il 14 gennaio del 1900, con la direzione di Leopoldo Mugnone e la "messa in scena" curata da Tito Ricordi. Il Teatro dell'Opera di Roma metterà inoltre in scena La fanciulla del West ad aprile e Madama Butterfly a luglio a Caracalla.

Il Teatro del Giglio di Lucca e la Fondazione Festival Pucciniano di Torre del Lago eseguiranno complessivamente tutte le opere di Puccini. Tra le firme prestigiose degli allestimenti quella di Maurizio Scaparro. Il Maggio Musicale Fiorentino apre il 2008 nel segno di Puccini con Madama Butterfly nell'allestimento ideato da Pier Luigi Samaritani proprio per Firenze nel 1979. Madama Buttefly va anche in scena per la Fondazione Petruzzelli di Bari a febbraio, con la regia di Daniele Abbado, e al Teatro Bellini di Catania dal 13 gennaio. Il Carlo Felice di Genova oltre alla Manon Lescaut che ha appena debuttato con la bacchetta di Oren ha in cartellone La Bohème tra novembre e dicembre.
A Milano La Scala ha in cartellone Il Trittico con la direzione di Riccardo Chailly tra marzo e aprile e la Bohème con la regia di Zeffirelli e la direzione di Gustavo Dudamel a luglio. A Napoli al San Carlo a giugno andrà in scena la Turandot. Lo Sferisterio di Macerata ha scelto Tosca, il Verdi di Trieste La Rondine, che va in scena anche alla Fenice di Venezia tra fine gennaio e febbraio. A Venezia l'altro titolo pucciniano, a ottobre, sarà Gianni Schicchi. Verranno inoltre eseguiti diversi concerti.

Le iniziative della Lucchesia. E' stato affidato al Centro Studi Giacomo Puccini un convegno internazionale sul grande compositore e il Novecento. Il 22 dicembre ci sarà un concerto di "buon compleanno" a Lucca. Verrà inoltre realizzato un volume fotografico curato da Romano Cagnoni sui luoghi di vita e di opera di Giacomo Puccini. Il 15 giugno verrà inaugurato il Nuovo Gran Teatro all'Aperto di Torre del Lago, una struttura in cemento, cristallo e legno di 3200 posti sistemati su un'area di 2600 metri quadrati, che ha avuto un costo complessivo di 15 milioni di euro.

La documentazione. Il 150° della nascita di Puccini è stata anche l'occasione per una pubblicazione in versione digitale di tutti i documenti del maestro. Sul proprio sito Internet Culturale il ministero dei Beni Culturali ha pubblicato lettere, documenti e partiture giovanili del Maestro fornite dalla città di Lucca. Anche la Ricordi ha pubblicato in versione digitale le partiture complete di Puccini.

La fiction. In collaborazione con la Rai verranno realizzati una fiction sulla vita del Maestro e un film dal titolo La fanciulla del lago, sul percorso alla scoperta dell'ispirazione compositiva della Fanciulla del West. Inoltre con l'avallo del ministero delle Comunicazioni ci sarà un'emissione filatelica speciale per ricordare l'anniversario.

Finanziamenti per quasi 3 miliardi e mezzo. Per il Comitato nazionale per le Celebrazioni pucciniane sono stati stanziati, nell'arco dei cinque anni di attività (dal 2004 al 2008) 1,2 milioni di euro che, spiegano gli organizzatori, sono stati e saranno utilizzati per potenziare e sostenere "le maggior espressioni culturali della Terra di Puccini, quali il Teatro del Giglio di Lucca e la Fondazione Festival Pucciniano di Torre del Lago". Gli enti pubblici territoriali hanno a loro volta stanziato 1,1 milioni ai quali si aggiunge oltre un milione messo a disposizione dall'impresa privata nazionale e locale.

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sabato 12 gennaio 2008

Liverpool capitale europea della cultura. A metà tra i Beatles e il futuro.

(Panorama) La rinascita di Liverpool, prossima capitale europea della cultura, arriva dall’acqua. E non poteva essere altrimenti in una città così caratterizzata dal suo porto e dalla sua storia mercantile e marittima. Sarà sulle onde salmastre dei Salthouse Docks che verrà costruito un nuovo teatro da 25mila posti. Una struttura che darà l’impressione di galleggiare, da dove il 5 maggio 2008 partiranno le note del concerto che celebrerà l’investitura di Liverpool a regina d’Europa per un anno. Non a caso è stata scelta una zona strategica, collegata agli Albert Docks, ex magazzini ristrutturati, oggi salotto buono, sede della Tate Gallery, di numerosi ristoranti e patrimonio dell’umanità, come l’intera zona portuale. Ma c’è anche un film a contribuire al nuovo appeal della città nota soprattutto per aver dato i natali ai Beatles e ad averla trasformata, da grigia e uggiosa realtà commerciale, a destinazione privilegiata per weekend di tendenza. Across the Universe, love story scandita dalle melodie dei quattro baronetti e impreziosita da cameo di Bono Vox e Joe Cocker, ha fatto scoppiare una nuova Beatlemania, arrivata anche in Italia grazie a una mostra al Museo Archeologico di Aosta.

Mania che a Liverpool assume i contorni di vera ossessione, dato che la città sembra un mausoleo a cielo aperto, punteggiata da negozi di memorabilia e souvenir e percorsa incessantemente da tour organizzati che sciamano tra la statua di Eleonor Rigby, la Casa Museo di John Lennon e gli Strawberry Fields. Senza dimenticare il Cavern Quarter, nuova zona trendy per la vita notturna e la musica dal vivo, punteggiata da bar e locali notturni. Da non perdere una serata al Cavern Club ricostruito con i mattoni del locale dove i Beatles tennero i primi concerti negli anni Sessanta. Oggi le band fanno la fila per esibirsi, gratis, sul suo palcoscenico.
Tranquilli: c’è molto da fare e da vedere anche per chi magari all’epoca preferiva i Rolling Stones o non ama particolarmente le melodie degli scarafaggi. Ad esempio, fare shopping vintage all’Heritage Market, il mercatino di abiti second hand e paccottiglia varia che compete per dimensioni e affari d’oro con quello londinese di Camden Town. Oppure passeggiare sul lungomare della penisola di Wirral e visitare il centro storico dominato dalla gigantesca cattedrale anglicana, la più maestosa di tutto il Regno Unito.

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mercoledì 9 gennaio 2008

"La musica celata" nel Cenacolo di Leonardo.

(Booksblog) È appena uscito per l’editore Vertigo un libro rivoluzionario sull’”Ultima Cena” di Leonardo Da Vinci. La musica celata. Un mistero svelato dopo cinquecento anni, del musicista e informatico Giovanni Maria Pala, porta alla luce un inedito e finora insospettato messaggio occulto dell’affresco che, coi suoi misteri, ha appassionato i lettori di Dan Brown e del suo Codice Da Vinci.

Il Cenacolo potrebbe nascondere in sé una traccia musicale. Leonardo, già rinomato suonatore di lira - oltre che pittore, architetto, inventore e tutto il resto - può aver disposto le mani degli Apostoli e il pane della mensa in modo tale da scrivere una melodia musicale segreta, ma perfettamente strutturata e armoniosa. Una sorta di struggente requiem che fa da colonna sonora all’ultimo pasto di Gesù.

Questa è la tesi dell’autore, che ha voluto allegare al libro anche un CD musicale contenente proprio la misteriosa traccia dell’”Ultima Cena”. Il testo, primo e finora unico al mondo su tale argomento, non è scritto come un saggio ma piuttosto come un diario quotidiano. Tra le sue pagine, l’autore ha annotato passo dopo passo le sue scoperte e le sue ipotesi, come un novello Indiana Jones pittorico-musicale, di modo che qualunque lettore potesse ripercorrere e verificare tutti i passaggi di questa incredibile scoperta.

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