Da Helsinki, nella sua seconda giornata della visita di Stato, il presidente prima di lasciare la Finlandia, ha risposto alle domande dei giornalisti. Quando gli è stato chiesto di chiarire l’affermazione secondo la quale rimangono nel nostro Paese ‘’questioni aperte per quello che riguarda la piena identificazione che ci dovrebbe essere da parte di tutte le componenti della società nei principi e nei valori della Costituzione Repubblicana”, Napolitano ha risposto : “Non ho detto che in Italia manchi più che in altri paesi la tensione per l’integrazione europea. Come ho ribadito tante volte in questi giorni, nella stessa chiave, ho ribadito per l’Italia l’esigenza di un forte moto di patriottismo costituzionale.
Penso che ci siano tutte le condizioni”, ha aggiunto,”perché si vada verso questo comune riconoscimento dei valori e dei principi della nostra Costituzione. Questo discorso”, ha chiarito, “non ha nulla a che vedere con quello che riguarda le possibili, necessarie e concertate modifiche della seconda parte della Costituzione. Quindi ho considerato con grande favore il fatto che nelle scuole primarie fra gli insegnamenti si introduca la disciplina ‘Cittadinanza e Costituzione”’.
‘’Mi auguro” ha concluso “sia l’inizio di uno sforzo maggiore della cultura, della politica, dell’informazione. Non so se nel celebrare il 60esimo anniversario della Costituzione si sia fatto abbastanza per mantenere gli impegni. Prima di chiudere l’anno non dobbiamo ancora considerarci pienamente soddisfatti”.
mercoledì 10 settembre 2008
Napolitano: Non tutti si identificano nella Costituzione.
Pubblicato da
Redazione
alle
19:57:00
Etichette: centrodestra, costituzione, democrazia, libertà, neofascismo, presidente della repubblica, resistenza
venerdì 25 aprile 2008
Il Partigiano Nero: la storia di Giorgio Marincola, Medaglia d'Oro della Resistenza.
(Dacia Valent - Ricchiuti) Oggi voglio raccontarvi di Giorgio Marincola, il partigiano più sconosciuto della lotta di liberazione, quello di cui nessuno parla, quello che abbiamo dimenticato, come vogliono farci dimenticare i motivi di quella lotta, che oggi più che mai sono diventati attuali.
Vi racconterò una storia reale, ma che sembra una favola.
Vi racconterò della morte di un ragazzo che ha creduto e che non ha mai ceduto.
Il padre di Giorgio arriva a Mogadiscio da soldato, da conquistatore coloniale, da agente dell'impero italiano. L’aria è tesa. Esistono leggi che impediscono il mescolamento con gli autoctoni, considerati razza inferiore, ma lui si innamora - ricambiato - di una bellissima ragazza somala, la sig.ra Askhiro. Convivono tra mille difficoltà.
Lei è emarginata dai somali in quanto considerata una collaborazionista. Lui è costretto a far passare questa relazione per una cosa oscena con i commilitoni, per non passare guai.
Nel frattempo nascono Giorgio ed Isabella. Loro si sposano con una cerimonia musulmana, per proteggere lei, e lui riconosce entrambi i bambini.
Alla fine deve tornare in patria.
La madre è costretta ad un addio struggente ai suoi figli, perché se rimanessero in Somalia le verrebbero sottratti e cresciuti in un orfanotrofio caserma gestito da suore, con un altissimo tasso di mortalità, perché in quanto figli - ancorché "bastardi" - di un italiano non potrebbero essere cresciuti da una donna somala, "inferiore alla razza italiana", e decide quindi di rinunciare a loro sperando che abbiano una vita forse migliore con il loro padre italiano.
Il padre di Giorgio si risposa "regolarmente" con una donna italiana. La donna ottiene che Giorgio venga mandato a crescere con la famiglia del padre in Calabria e tiene la bambina per educarla come serva.
La bambina soffre molto, e il padre – pur amandoli a modo suo – delega tutto alla moglie ed è assente. Hanno altri figli e
Il padre decide un giorno – visti gli ottimi risultati conseguiti a scuola in Calabria da Giorgio - di riprenderlo con se a Roma, lo iscrive a scuola, cove il ragazzo si distingue per il profitto. È l’unico nero in una città di soli bianchi, e ciò lo sprona a fare di più.
Eccelle sia nelle materie di studio sia in educazione fisica. Diventa un protetto di Pilo Albertelli, noto antifascista cattolico, che infiamma la sua giovane mente e lo forgia alla lotta e all’amore per la libertà e la patria.
Giorgio si iscrive a Medicina dove da regolarmente gli esami, e sogna di diventare specialista in malattie tropicali e di tornare in Somalia. Da sua Madre.
Nell’ottobre del 1943 assiste impotente al rastrellamento degli ebrei nel ghetto di Roma. Quella sera stessa chiede ad Albertelli di farlo entrare in azione. Albertelli lo accontenta immediatamente, aggregandolo al gruppo partigiano della Zona Parioli.
Compie molte missioni. È un bel ragazzo, è innamorato di una giovane comunista che fa la staffetta per i partigiani. Una storia d’amore complicata dalla differenza di razza, in un paese che lo vede letteralmente come un alieno. Ma la storia continua. Fino a via Rasella. Lei viene catturata. Viene uccisa con centinaia di altri, tra cui Pilo Albertelli che è stato per Giorgio il padre che non ha avuto nell’infanzia.
In un solo colpo muoiono due tra le persone più importanti per lui.
A questo punto qualcosa dentro di lui si trasforma. È diventato anche un fatto personale, oltreché politico.
Parte per un campo d’addestramento alleato, a Fasano, dove conosce altri che faranno - nel bene e nel male - la storia del paese.
Ha un rapporto molto conflittuale con Edgardo Sogno, che non riesce a farsi andare giù che quel ragazzo “mulatto” (come lo definirà nei suoi libri, senza mai citare il suo nome, perché era "solo un mulatto") sia un così valido elemento.
Ad agosto, insieme a Sogno e agli altri viene paracadutato nel biellese.
Compie svariate operazioni di sabotaggio, la distruzione di un ponte della ferrovia, alcuni blitz per liberare ostaggi e prigionieri. Viene ferito più volte.
Il suo nome diventa leggenda, lo guardano ormai tutti con rispetto e diventa il ricercato numero uno. La sua stessa esistenza è un insulto per il Terzo Reich. Il comandante SS del distretto di Biella l’ha messo al primo posto della lista dei ricercati, ma nessuno lo “vende”, perché è ormai uno dei simboli della Resistenza.
Il 7 di gennaio del 1945 viene catturato dopo un terribile scontro a fuoco. I suoi compagni tentano disperatamente di liberarlo, ma per i tedeschi è importante usarlo contro la Resistenza. E quindi viene trasferito in segreto a Torino dove viene torturato, al fine di spezzarlo.
Gli viene proposto di fare un’intervista a Radio Baiva, una radio fascista torinese. In cambio smetteranno di torturarlo.
Lui accetta. Viene lasciato a terra, malconcio e sanguinante, e i tedeschi ridono: pensano di averlo piegato. Il mattino successivo lo portano alla radio.
Gli chiedono come mai si sia messo a combattere coi "terroristi". Lui dovrebbe rispondere con un'abiura, condita di calunnie e accuse nei confronti dei partigiani, invece disobbedisce: "Sento la patria - dichiara - come una cultura e un sentimento di libertà, non come un colore qualsiasi sulla carta geografica… La patria non è identificabile con dittature simili a quella fascista. Patria significa libertà e giustizia per i Popoli del Mondo. Per questo combatto gli oppressori…”
Radio Londra riporterà l'intervista, interrotta dal rumore di botte e sedie ribaltate.
Nella sede del comando della Gestapo, il comandante prende il telefono e ordina il suo immediato trasferimento al Lager di Bolzano. Ordina di non farlo morire facilmente, ma di farlo soffrire.
Durante la prigionia, pur soffrendo moltissimo, diventa un punto di riferimento per tutti.
Il 30 aprile del 1945 il campo viene liberato dagli alleati, che offrono a tutti la possibilità di rifugiarsi in Svizzera. Giorgio rifiuta. Rimangono ancora lembi della patria occupati dai nazisti e decide quindi di unirsi ai partigiani in Val di Fiemme.
Verrà ucciso il 4 maggio 1945, mentre sta effettuando un controllo su un camion di nazisti che esibisce la bandiera bianca. Vedono un partigiano nero e questo è troppo. Lo uccidono. 10 giorni dopo la liberazione.
Lui muore. Aveva 22 anni. Ed era bellissimo. Ed è Nero.
Ed è Medaglia d’Oro della Resistenza, con queste motivazioni: "Giovane studente universitario, subito dopo l'armistizio partecipava alla lotta di liberazione, molto distinguendosi nelle formazioni clandestine romane, per decisione e per capacità. Desideroso di continuare la lotta entrava a far parte di una missione militare e nell'agosto 1944 veniva paracadutato nel Biellese. Rendeva preziosi servizi nel campo organizzativo ed in quello informativo ed in numerosi scontri a fuoco dimostrava ferma decisione e leggendario coraggio, riportando ferite. Caduto in mani nemiche e costretto a parlare per propaganda alla radio, per quanto dovesse aspettarsi rappresaglie estreme, con fermo cuore coglieva occasione per esaltare la fedeltà al legittimo governo. Dopo dura prigionia, liberato da una missione alleata, rifiutava porsi in salvo attraverso la Svizzera e preferiva impugnare le armi insieme ai partigiani trentini. Cadeva da prode in uno scontro con le SS germaniche quando la lotta per la libertà era ormai vittoriosamente conclusa"
Sphere: Related Contentgiovedì 24 gennaio 2008
Gli ultimi anni di vita della donna che amò Franz Kafka. La scelta di Milena Jesenká contro l’invasione nazista.
Lunedì la presentazione del volume alla presenza dell’autrice Marie Jirásková. Fu arrestata dopo l’annessione dei Sudeti da parte di Hitler. Denunciata e incarcerata perché partecipò alla Resistenza. Un paese tra due dittature che sono diverse nelle fondamenta.
(Francesco Mannoni - Il Messaggero Veneto) Tra i milioni di vittime del nazismo, c’è anche Milena Jesenskà, la giovane amata da Franz Kafka. La donna, morta nel campo di concentramento di Ravensbrück il 17 maggio 1944, per più di tre anni fu amata dallo scrittore che le scrisse appassionate lettere d’amore.
Nata il 10 agosto del 1896 in un sobborgo di Praga, Milena era una giornalista molto apprezzata e sul settimanale praghese La Tribuna, tradusse Lettera al padre di Kafka. Fu l’occasione che li fece incontrare e innamorare. La prima lettera di Kafka a Milena giunta fino a noi è dell’aprile 1920. La loro corrispondenza durò fino al 1923, e anche se la loro relazione forse si interruppe nel 1921, entrambi continuarono a essere attratti fortemente a vicenda e, sia pure tra alti e bassi, si amarono fino alla morte di Kakfa, scomparso nel 1924.
Nel novembre del 1939 Milena fu arrestata con l’accusa di alto tradimento nei confronti del Terzo Reich, per la sua attività giornalistica e l’adesione alle forze ribelli che si opponevano ai progetti tedeschi di «realizzare la germanizzazione del territorio e della popolazione con l’impiego di misure particolari e l’inclusione nello spazio della Grande Germania». Dopo un processo mai concluso e la riconsegna alla Gestapo praghese da parte dei tedeschi, nell’ottobre del 1940 fu destinata al campo di concentramento di Ravensbrück dove conobbe la scrittrice Margarete Buber Neumann, anche lei reclusa, che dopo la guerra avrebbe scritto una toccante biografia della Jesenská. Durante la difficile prigionia, tra mille soprusi, non cedette mai alle repressioni dei suoi aguzzini. Lavorava come magliaia anche con le mani gonfie e le articolazioni doloranti e, quando poteva, faceva di tutto per aiutare le sue sfortunate compagne.
La sua storia, assieme a quella di altri due personaggi dell’epoca, è raccontata dalla studiosa di letteratura ceca Marie Jirásková in Una scelta tradita (Forum editrice, 117 pagine, 14,00 euro). L’autrice, che a sua volta è stata perseguitata dal comunismo, si addentra con particolare attenzione nella vita della sfortunata e intrepida Milena, basandosi su un fitto reticolo documentario dal quale riporta dettagli inediti di una vita sempre vissuta all’insegna dell’indipendenza ideologica.
Abbiamo incontrato Marie Jirásková e le abbiamo chiesto come e perché Milena Jesenská finì nel campo di concentramento.
«Bisogna risalire ai fatti di Monaco del 29 settembre del 1938 – dice – quando Hitler, Mussolini, Chamberlain e Deladier firmarono un accordo per la cessione del tertritorio dei Sudeti alla Germania. Il giorno dopo l’esercito tedesco iniziò a occupare i territori cechi di frontiera e ci furono diversi sconvolgimenti nel governo locale a favore della Germania. Il Paese era stato smembrato a danno di popoli, minoranze, gruppi, eserciti, individui che vedevano il loro destino diventare drammatico. Gli accordi di Monaco tolsero a un piccolo paese la possibilità di difendersi anche perché per molte ragioni non era adatto a una resistenza armata. Questo non impedì il crearsi di formazioni partigiane, che contavano tra le loro file gli appartenenti all’esercito che era stato sciolto e molti civili. Milena affiliata a un gruppo di partigiani, collaborò alla Resistenza con grande partecipazione».
Milena, nonostante la sua attività politica e professionale, sembra però sia ricordata per essere stata amata da Kafka...
«Nel suo paese, come giornalista impegnata, Milena era conosciuta molto più di Kafka ed era stata la prima traduttrice dello scrittore in ceco. Dell’autore delle Metamorfosi non si sapeva molto fino all’uscita nel 1935 de Il Castello, la cui risonanza all’inizio fu modesta. Ma è pur vero, nonostante il suo indubbio valore, che è grazie al carteggio con Kafka che Milena è conosciuta nel mondo. Come storica, con questo libro cerco di dimostrare come fosse una personalità eccezionale anche al di fuori del suo rapporto con lo scrittore, che l’amò molto e disse che lei era “fuoco vivo”. Nel 1923 si scambiarono l’ultima lettera e fu lui a chiederle di non scriverle più. Nel luglio del 1924, l’anno della morte di Kafka, Milena scrisse il necrologio lasciando intendere il suo grande affetto per Kafka e di come solo lei fosse stata in grado di capirlo profondamente».
Ma ci fu davvero una storia d’amore tra Milena e Kafka, o si trattò di platonica esaltazione epistolare?
«Leggendo le lettere, si capisce che si trattò di vero amore. Non sappiamo fin dove si spinsero, ma è chiaro che le loro parole svelano sentimenti profondi, gli stessi che gli innamorati mettono in mostra senza troppe remore quando il bene si impadronisce dei loro cuori e delle loro menti. Benché Kafka e Milena fossero due persone discrete, il senso del loro amore è una sensibilità fluida, una forza emotiva che li avvinceva entrambi. Milena, che aveva un’esperienza matrimoniale fallimentare alle spalle quando conobbe lo scrittore, forse si innamorò di Kafka anche per la sua fanciullaggine affettuosa, per la sua quasi sprovvedutezza sentimentale: amava tantissimo, ma sempre come bloccato da un qualcosa che gli impediva una totale immersione nel bene che lo attirava».
Come fu la vita sentimentale di Milena senza Kafka?
«Dopo il primo matrimonio – infelice e osteggiato dal padre – e il divorzio dal marito che l’aveva portata a vivere a Vienna, Milena tornò a Praga continuando la sua collaborazione con il giornale. Si sposò una seconda volta con un architetto dal quale ebbe una figlia dopo una difficile gravidanza che le costò il posto al giornale e pregiudicò il rapporto con il coniuge. Si iscrisse al Partito Comunista scrivendo per i giornali del partito, e rimase al suo posto anche quando le truppe tedesche entrarono a Praga. In molti le dissero di partire, ma lei volle restare accanto agli amici e colleghi, pronta alla lotta. Fu arrestata il 12 novembre del 1939, con molti dei suoi compagni che, come lei, non sopravvissero alla prigionia».
Cosa resta della memoria di Milena negli archivi della Gestapo?
«Tra i materiali della Gestapo praghese sono conservati solo alcuni documenti degli atti del processo, necessari al procedimento del tribunale popolare di Dresda dove la Jesenská fu giudicata. Il fascicolo conta in tutto una quarantina di pagine. Dagli atti non è possibile capire quale attività clandestina svolgesse la donna, ma solo che era sospettata di scrivere articoli contro il nazismo che causavano inquietudine tra la popolazione. Al processo non si riuscì a giudicarla colpevole di alto tradimento perché mancavano prove vere, ma ciò non impedì, mesi dopo, il suo trasferimento nel campo di concentramento. Forse si era saputo del suo prodigarsi nel convincere i propri amici ebrei a lasciare la Cecoslovacchia prima che i tedeschi li arrestassero».
Perché ha intitolato il libro Una scelta tradita?
«Questo è il titolo italiano. La traduzione letterale del titolo originale, suonerebbe all’incirca “Resoconto succinto di una triplice scelta”. Il sottotitolo Milena Jesenkà e la vigilia della guerra, chiarisce il contenuto dell’opera tesa a raccontare il travaglio di una vita, le scelte politiche di una donna che per il suo paese ha sacrificato tutta la vita. Era in ballo, oltre la libertà, la conservazione della propria identità, il ruolo irrinunciabile di rappresentante del popolo ceco che spesso aveva subito la durezza del tallone straniero e non voleva sottostare ancora una volta alla violenza del più forte».
Anche lei ha conosciuto i rigori della persecuzione, quella comunista in questo caso. Perché fu perseguitata?
«Nel 1970, al convegno degli scrittori cechi fu pronunciato un discorso contro la censura per una maggiore libertà, non solo di stampa. A quel tempo insegnavo in una scuola media superiore e ne parlai con gli studenti, ma ci furono delle proteste studentesche e sospesi le lezioni sui contenuti del convegno. Ero un membro del Partito Comunista ceco, e da tempo volevo uscirne perché non condividevo più diversi suoi atteggiamenti, ma non era possibile. Fu il partito a cacciarmi con l’accusa di essere un’opportunista di destra, e perciò non potevo educare la gioventù. Da allora non mi fu concesso di praticare alcuna attività culturale, e non riuscii a trovare lavoro neanche in un allevamento di polli. Mi trasferii a Praga dove ottenni un posto come custode di un museo e per quasi vent’anni fui regolarmente controllata dai servizi segreti e convocata per degli interrogatori fino al 1989».
Come veniva trattata durante gli interrogatori?
«Per tre anni dal 1980 al 1983, gli interrogatori erano mensili. Come nei romanzi polizieschi, erano in due a interrogarmi: uno era più indulgente, l’altro durissimo. Contro di me non fu mai usata violenza fisica, non mi chiesero mai di collaborare con loro, ma cercavano di abbattermi psicologicamente. L’interrogatorio peggiore fu quello cui era presente una donna molto cattiva che mi aggrediva verbalmente con una violenza impensabile. Dalla sua bocca uscivano fiumi di parole, accuse e offese, un vero letamaio di obbrobri che avevano il compito di annullarmi e farmi cedere a chissà quali rivelazioni, ammettere colpe inesistenti, trame politiche mai vissute. Questa donna fu addirittura ripresa dal compagno perché troppo aggressiva e invitata a moderarsi».
Adesso, cosa pensa del comunismo?
«Sono felice che il regime comunista non esista più e spero che una simile dittatura non abbia più a verificarsi in alcuna parte del mondo. Tuttavia, anche se nella pratica è stato alterato, il comunismo resta una grande ideologia e per questa ragione non voto a destra e mi ritengo molto vicina alle posizioni di centro sinistra
Pubblicato da
Redazione
alle
14:11:00
Etichette: autori, comunismo, donne, guerra, letteratura, libri, miti, nazismo, olocausto, personaggi, resistenza
