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mercoledì 12 dicembre 2007

Sean Penn dice che il traditore Bush merita la fucilazione, peace & love.

(Christian Rocca) New York. A morte Bush, abbasso Hillary, peace & love. Nella campagna elettorale americana è sceso in campo Sean Penn, l’attore più radicale del reame di Hollywood. Alle prossime elezioni primarie, il premio Oscar ovviamente non voterà per i disprezzati repubblicani, ma nemmeno per i favoriti del campo democratico. Secondo Sean Penn, Hillary Clinton, Barack Obama e gli altri big del partito sono soltanto una versione moderata del male assoluto bushiano. Penn non sopporta il fatto che siano inguaribili centristi, incapaci di considerare i crimini della Casa Bianca degni della pena di morte e, addirittura, timorosi di avviare le procedure di impeachment per rimuovere i responsabili dal loro ufficio. Il suo uomo è Dennis Kucinich, il bizzarro candidato di ultra sinistra che si è opposto alla guerra al terrorismo fin dal primo giorno, noto più che altro per aver mandato in bancarotta la città di Cleveland quando era sindaco e, più recentemente, per aver visto gli Ufo nel giardino dell’attrice Shirley McLaine.
In un ampio discorso tenuto venerdì scorso in una sala gremita della San Francisco State University, Sean Penn ha testualmente detto che Bush e compagni meritano la pena di morte per fucilazione. Penn, naturalmente, è contrario alle esecuzioni capitali, ma per la gang di George W. potrebbe essere pronto a fare un’eccezione: “Sono contrario alla pena di morte – ha detto nel suo discorso di endorsement a Kucinich – ma le leggi attuali prevedono che gente come Cheney, Bush, Rumsfeld e Rice, se trovati colpevoli, potrebbero trovarsi con un cappuccio sulla testa e con le mani legate e poi messi di fronte a un corpo di 12 uomini armati pronti a eseguire la condanna a morte per fucilazione”. Tutto questo, ha detto Penn, mentre “il Congresso, dominato in modo codardo dai democratici, riesce a malapena a trovare un’unica voce capace di proporre perlomeno l’impeachment. Questa è la voce di un vero americano. Questa è la voce del deputato Dennis Kucinich”.
Barba lunga, capelli arruffati, occhiali calati sul naso e vestito con un giubbottino bomber, Penn ha letto con tono monocorde il suo discorso, anche quando un unico studente repubblicano gli si è messo davanti e, rivolto verso il pubblico, ha mostrato un cartello che diceva: “Hey, Sean, ultimamente hai visto qualche Ufo?”. Secondo Penn, i repubblicani hanno devastato la Costituzione americana, che lui considera bella quanto quella venezuelana del suo nuovo amico Hugo Chavez (“un documento molto bello, non diverso dal nostro”).
“Bin Laden ora è contento”, ha detto Penn, perché grazie a Bush e alla vigliaccheria dei democratici l’America è diventata un paese di “torturatori”, di “violatori di principi” e di “pecoroni indeboliti”. La cosa più grave, secondo Penn, è che anche a sinistra ci sia una certa riluttanza a denunciare queste cose. C’è chi parla semplicemente di crimini e trasgressioni, ma per l’attore e regista si tratta di un vero e proprio “tradimento”, commesso non solo dai responsabili diretti di questi atti, ma anche da chi “sostiene questa Amministrazione attraverso la propaganda mediatica”.
Sean Penn ce l’ha anche con i suoi amici. Con la stampa liberal e con i circoli sociali di New York che continuano a parlare di “eleggibilità” dei candidati e a favorire le politiche centriste di Hillary. In gioco c’è la Costituzione, avverte Sean Penn, nella scelta del presidente non può essere decisiva l’altezza del candidato, il suo brutto taglio di capelli e nemmeno la moderazione. Kucinich è basso, ha un taglio improbabile e non è moderato nel difendere i principi americani, ma è il più nobile e meritevole dei candidati grazie a una piattaforma politica che Penn giudica coraggiosa e pacifista. “Siamo noi a determinare chi è eleggibile – ha detto Penn – ed è semplicissimo: se chiunque di noi che crede davvero nella Costituzione degli Stati Uniti andrà a votare per Kucinich, Kucinich sarà eletto”.
Penn ha ammesso di aver avuto una sbandata per uno dei candidati principali, uno degli avversari democratici di Kucinich. Poi però si è accorto che quest’altro candidato non è così deciso a difendere la Costituzione come il suo Dennis, quindi è tornato a sostenere il minoritario deputato dell’Ohio. Penn non ne ha fatto il nome, ma il candidato su cui aveva investito un po’ di fiducia è quasi sicuramente Barack Obama. Certamente non è Hillary Clinton. Di lei, dopo aver immaginato la fucilazione di Bush, ha detto cose terribili. Intanto, ha voluto ricordare che “non è Bill Clinton”, malgrado “lui conceda alla moglie la faccia del suo talento”. Per Penn, infine, “non bisogna sottovalutare il danno che l’ambizione di Hillary potrebbe causare al paese”.

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Sinistra di lotta e di governo: i quattro ministri rossi e il nodo Dal Molin.

I comitati
(Panorama) C’era una volta la sinistra di lotta e di governo. Ovvero quella che nelle piazze si lamentava dei padroni e poi nei palazzi della politica votava insieme agli altri. C’era una volta? No, c’è ancora. Ed è pronta a permeare anche la neonata Cosa Rossa, la federazione che da domenica si chiama La sinistra-L’arcobaleno.

Che i comportamenti siano ancora quelli della sinistra di lotta e di governo lo denunciano gli antagonisti della rete Lilliput che protestano da oltre un anno contro la base militare americana di Vicenza e che ora attaccano anche i compagni: “Ci avevano promesso, e stava nel programma dell’Unione, una riduzione delle spese per gli armamenti. E soprattutto hanno recentemente approvato la Finanziaria nella quale sono stati stanziati i fondi per il finanziamento della nuova struttura militare che raddoppierà di fatto la base militare americana. Si fanno belli con il popolo antagonista dicendo che sono contro la base, ma nei fatti avallano la decisione di ampliare la base”. Per protestare contro la base americana a Vicenza è prevista una tre giorni di confronto (un’assemblea prima e un convegno poi) che culminerà con una manifestazione il 15 dicembre. A cui hanno aderito tutti e quattro i partiti, di lotta e di governo, della Cosa rossa.
Un assaggio della protesta, e della spaccatura tra movimenti e partiti, si è avuta a Roma proprio in questo fine settimana dove si celebrava la nascita della Sinistra unita. Non è mancata la contestazione pacifica (sotto forma di “okkupazione” dell’assemblea della Cosa rossa) dell’associazione No Dal Molin che ha chiesto alla Sinistra-L’arcobaleno di adoperarsi, anche in sede di governo, per scongiurare il raddoppio della base militare della Nato a Vicenza. E i quattro ministri rossi Alfonso Pecoraro Scanio (Ambiente), Fabio Mussi, (Università), Alessandro Bianchi (Trasporti) e Paolo Ferrero (Solidarietà sociale) non se lo sono fatti dire due volte: hanno inviato una lettera a Romano Prodi in cui chiedono di ridiscutere il raddoppio della base militare.
La spiegazione che danno quelli della sinistra a Panorama.it ha un sapore tutto politichese: la Finanziaria, dicono senza voler essere citati, non prevede il raddoppio della base, ma solo uno stanziamento di fondi per le strutture militari. È per questo che, per premere sul resto della coalizione, è stata avviata quell’iniziativa politica nella quale i 4 ministri hanno preso carta e penna scrivendo al premier.

Oliviero Diliberto, Fabio Mussi, Pecoraro Scanio, Franco Giordano all'assemblea de La Sinistra - Arcobaleno | Ansa

I Verdi inoltre pongono una questione ambientale, come sottolinea il vicepresidente del gruppo Verdi-Pdci al Senato, Natale Ripamonti: “Abbiamo chiesto che prima di qualsiasi intervento di raddoppio della base sia fatta la valutazione d’impatto ambientale. Di certo non sarà questa Finanziaria a dare il via libera al raddoppio della base, che è ancora tutta da vedere”.
Fonti del ministero della Difesa aggiungono che, visti gli impegni presi ormai tempo fa, il raddoppio della struttura militare non si discute: gli accordi con gli Usa erano quelli di concedere il raddoppio della base. E così sarà.
Come finirà? Come il copione di un film già visto: a protestare a Vicenza ci saranno tutti. Forse Romano Prodi chiederà (o esigerà?) che non scendano in piazza membri del governo; seguiranno le solite tensioni nell’Unione, ma alla fine gli accordi internazionali con gli Usa verranno rispettati. Magari con l’astensione di alcuni (i soliti) ministri intrappolati nel loro doppio ruolo di lotta e di governo.

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Teatro; Peppe Barra riporta in scena "La cantata dei pastori".

(Prima) Sabato 15 dicembre, alle 21, al teatro Caivano Arte, Peppe Barra va in scena con un classico della tradizione partenopea: “La Cantata dei Pastori”. Sul palco, oltre all’attore-cantante-scrittore - figlio dell’indimenticabile Concetta Barra - ci saranno anche Patrizio Trampetti, Umberto Bellissimo, Maria Letizia Gorga, Giacinto Palmarini. La regia è curata dallo stesso Barra, mentre le musiche sono di Lino Cannavacciulo, che dirige un’orchestra di nove elementi. Una messinscena esilarante che nel corso degli anni ha riscosso sempre notevoli consensi. L’opera - composta alla fine del 1600 da Andrea Perrucci, col fine di trasmettere alle masse popolari il messaggio cristiano attraverso il teatro - narra le vicissitudini di Maria e Giuseppe nel loro viaggio verso Betlemme.

Nella storia irrompe il personaggio comico di Razzullo (Peppe Barra), uno scrivano afflitto dalla fame e incapace di svolgere un lavoro stabile. La presenza di un personaggio comico come lo scrivano Razzullo all’interno di un contesto sacro doveva servire, all’epoca in cui La cantata dei pastori fu composta, ad attirare le masse popolari e a trasmettere loro il messaggio cristiano attraverso il teatro. L’opera - rappresentata con successo per tutto l’Ottocento - vide, nel corso degli anni, l’inserimento di altri personaggi comici e uno stravolgimento sempre più marcato dei suoi contenuti, tanto che nel 1889 le autorità decisero di vietarne la rappresentazione.

Ma non ci riuscirono se non per breve tempo. Infatti La cantata ha fatto parte del repertorio di molte compagnie per tutto il Novecento e oggi arriva fino a noi, portando con sé un fascino intatto, nell’allestimento di Peppe Barra e Paolo Memoli.

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Votare per il decreto sulla sicurezza per ottenere una norma antiomofobia...

(Femminismo a sud) Qualche giorno fa a Bologna si è fatta una fiaccolata e in generale si stanno moltiplicando e ripetendo iniziative e interventi che sostengono la norma antiomofobia duramente osteggiata dalla Binetti, da Mastella e altri deputati simili. Vale la pena però spiegare ancora che questa norma in realtà è un passaggio di un maxi emendamento sulla sicurezza che contiene ampi riferimenti alle espulsioni di comunitari e extracomunitari considerati "dannosi" o che non hanno un reddito sufficiente a giustificare la loro presenza in Italia. Si tratta cioè di un provvedimento sulla sicurezza che è stato votato da tutta la sinistra (a parte Turigliatto) senza nessun imbarazzo.

Come ho già scritto si tratta dunque di un baratto. Carne straniera in svendita in cambio di un po' di diritti per gay, lesbiche e trans. E la mistificazione è davvero enorme perchè si omette appunto di dire che la norma antiomofobia è contenuta nel decreto sicurezza che parla di esclusioni e deportazioni. Per votare la prima bisogna votare anche tutto il resto. Così è, in termini puramente tecnici.

Ed è indicativo vedere che invece che una fiaccolata contro il decreto sicurezza si sia fatta una fiaccolata per farlo votare. Devo arguire che tra le persone di arcigay e arcilesbica ci siano soprattutto quell* che amano le espulsioni e le derive giustizialiste e securitarie e che come unica lamentela pongano il fatto che non sia possibile arrestare qualcuno anche per le violenze che vengono commesse spinte dall'omofobia. Non c'e' di fatto nessun comunicato che faccia cenno ad una disapprovazione del contenuto xenofobo del provvedimento e dunque, pur rendendomi conto di quanto sia esagerato e paradossale questo paragone, sono autorizzata a pensare questo.

Un provvedimento contro l'omofobia (anche quello secondo me dovrebbe puntare più su cambiamenti di tipo culturale che non su soluzioni securitarie) è sacrosanto ed è giusto che se ne parli, ma non capisco davvero perchè non si possa insistere perchè il percorso, con dignità e legittimità, possa proseguire in maniera indipendente. Attualmente invece chi lotta perchè sia riconosciuta una qualche soluzione contro l'omofobia si ritrova a votare, marciare, fiaccolare anche in favore del decreto sicurezza.

Mi chiedo dunque come possono le stesse associazioni (arcigay e arcilesbica) che per il 24 novembre (manifestazione nazionale contro la violenza alle donne) hanno dato adesione proprio per contestare il pacchetto sicurezza e i provvedimenti che riguardavano le donne contenuti nello stesso, agire ora in maniera totalmente opposta?

Se conoscete la risposta dite per favore...

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Omofobia, la "potente lobby radicale" replica a Volontè: in che mondo vive?

Dichiarazione di Rita Bernardini.
Ma in che mondo vive l’onorevole Volontè? Affermare che né in Italia, né altrove esista l’omofobia equivale a comportarsi come quei fondamentalisti islamici che negano la Shoah: negare l’esistenza dell’omofobia vuol dire negare l’evidenza. Episodi di discriminazione nei riguardi degli omosessuali, infatti, sono all’ordine del giorno e il nostro paese non solo non è immune da questo fenomeno ma, al contrario, si rivela giorno dopo giorno come uno dei più afflitti dal pregiudizio omofobico, riscontrabile persino in molti atteggiamenti della nostra classe politica.

E’ proprio tra i politici alla Volontè che l’omofobia attecchisce meglio, rendendoli incapaci di prendere atto di come la società cambia e si evolve, di ciò che viene comunemente riconosciuto e accettato. In nessun un luogo come in Italia la politica arranca nel tentativo impacciato di colmare la distanza da una società già matura e consapevole. Lo dimostrano la difficoltà che s’incontra ad affrontare il tema delle unioni civili e l’ostruzionismo ideologico dei fondamentalisti cattolici, che tuttora impedisce l’approvazione di una legge che riconosca alle coppie di fatto i diritti più elementari.

Volontè, inoltre, denuncia l’esistenza di una “lobby radicale” che opererebbe tra Roma e Bruxelles allo scopo di “stravolgere princìpi e fondamenti dell’ordinamento italiano”. La lobby radicale di cui parla Volontè sarebbe quella, che servendosi dei regolari strumenti di controllo previsti dal Parlamento Europeo (come quello dell’interrogazione), ha consentito a Marco Cappato di chiedere conto alla Commissione del recepimento – o mancato tale – di una direttiva europea contro le discriminazioni per orientamento sessuale da parte degli stati membri, entro i termini previsti?

Bisogna ammettere che è davvero bizzarro sentire illazioni di questo genere da chi risponde pedissequamente alle direttive del Vaticano: l’unica vera lobby che, incurante della laicità dello Stato, insidia l’autonomia di coloro che dovrebbero legiferare in rappresentanza di tutti i cittadini, senza discriminazioni dovute al sesso, alla razza, alla religione, eccetera, come recita l’articolo 3 della Costituzione italiana

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Dieux du Stade: Geoffrey Messina. Il video.


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