La Wasilla Bible Church, la chiesa della candidata repubblicana alla vicepresidenza degli Stati Uniti Sarah Palin, rivolge ai gay dell'Alaska preghiere per gli omosessuali d'America, affinché guariscano dalla loro vita condizionata dalla omosessualità. La chiesa alla quale il governatore dell'Alaska aderisce da sei anni sta promuovendo una conferenza per «convertire gli omosessuali alla eterosessualità». Nella campgna di sensibilizzazione si spiega agli omosessuali che saranno «incoraggiati dal potere dell'amore di Dio e dal Suo desiderio di trasformare le vostre vite condizionate dalla omosessualità».
domenica 7 settembre 2008
La Chiesa della vice di McCain invita i gay a pregare per "guarire".
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02:01:00
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venerdì 5 settembre 2008
I gay al centro delle elezioni Usa. Ora tocca ai repubblicani corteggiarli.
Alla convention omaggi e sorrisi alla delegazione gay.
(La Repubblica) Con un´improvvisa virata rispetto all´omofobia che aveva contrassegnato la convention repubblicana del 2004, il principale stratega di McCain, Steve Schmidt, è andato a salutare la delegazione dei "Log Cabin Republicans", il gruppo dei repubblicani gay. Durante la visita Schmidt ha parlato di sua sorella, che è lesbica: «Lei e la sua partner sono una parte importante della mia vita, e di quella della mia famiglia».
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13:22:00
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mercoledì 3 settembre 2008
Gruppo gay repubblicani dà proprio appoggio a McCain.
Nel 2004 rifiutò di sostenere George W. Bush.
(Apcom) Log Cabin Republicans, una delle più importanti organizzazioni omosessuali repubblicane, ha dato il proprio sostegno al senatore dell'Arizona John McCain, candidato alla Casa Bianca. L'annuncio, arrivato mentre a St. Paul si tiene la convention che darà al veterano del Vietnam l'investitura ufficiale, assume valore soprattutto alla luce del fatto che, quattro anni fa, l'organizzazione si rifiutò di appoggiare il presidente George W. Bush, in corsa per la rielezione.
McCain, cane sciolto del partito repubblicano, piace di più dell'attuale inquilino della Casa Bianca, perchè "è un repubblicano che si concentra sui principi unificanti del partito e va incontro agli elettori indipendenti", come ha sottolineato il presidente di Log Cabin Republicans Patrick Sammon (nella foto), convinto dal fatto che il senatore dell'Arizona "quando si è votato sull'emendamento relativo alla legge sul matrimonio è stato dalla nostra parte".
L'emendamento in questione (Federal Marriage Amendment), che non ottenne la maggioranza necessaria, avrebbe definito costituzionalmente il matrimonio come l'unione tra un uomo e una donna. McCain si oppose all'emendamento, contrariamente a quanto fecero i repubblicani e Bush. "McCain ha mostrato la volontà di instaurare e incoraggiare un dialogo con Log Cabin, prendendo in considerazione tutti i lati della questione e sappiamo che continuerà a farlo da presidente", ha detto Sammon.
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10:47:00
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lunedì 1 settembre 2008
Elezioni Usa. La rentrée dell'ex sindaco Giuliani nei repubblicani.
Le sue posizioni in materia di aborto e di convivenza tra gay sono più vicine ai democratici.
(L'Unità) Per Rudy Giuliani, l’ex sindaco di New York, è come resuscitare dopo la terrificante campagna elettorale per le primarie repubblicane in vista della Casa Bianca, giudicata una delle peggiori della storia Usa. Giuliani, 64 anni, è stato scelto infatti da McCain, come oratore principale, il «keynote speaker» della Convention che si apre oggi. L’ex sindaco della Grande Mela prenderà la parola domani (a meno che ci siano cambiamenti di programma quando il tema della giornata sarà «La Riforma». Ma più che il tema della relazione, conterà la sua presenza, perché si tratta per lui di un ritorno nella cerchia che conta davvero nel partito. Giuliani è sempre stata una figura atipica tra i repubblicani, visto che le sue posizioni in materia di aborto e di convivenza tra gay sono più vicine ai democratici.
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12:38:00
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sabato 30 agosto 2008
Presidenziali Usa, McCain gioca la carta rosa: Sarah Palin.
Se così fosse, Mitt Romney, l’ex governatore del Massachusetts, e Tim Pawlenty, il governatore del Minnesota non farebbero più parte del team di McCain, che sceglie quindi una donna, giovane e madre, per stuzzicare l’appetito di chi in queste elezioni americane voleva una figura femminile. Lei, Sarah Palin, ha un curriculum di tutto rispetto: dal 2006 è la prima donna governatore dell’Alaska. Madre di cinque figli, 44 anni nata nell’Idaho, membro tesserato della National Rifle Association, maratoneta e appassionata della vita all’aria aperta (mangia hamburger di alce), quella che potrebbe essere il numero due di McCain è la presidente della Alaska Oil and Gas Conservation Commission. Suo marito Todd è un eschimese ed è anche per questo che Palin, dopo aver posato per Vogue nel 2007, è soprannominata “la governatrice più calda dello stato più freddo”.
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14:11:00
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giovedì 28 agosto 2008
Obama consacrato candidato con la benedizione dei Clinton.
(Panorama) Barack Obama è il re dei democratici. Incoronato nella convention di Denver un giorno prima del previsto, il senatore dell’Illinois ha guadagnato in poco più di tre giorni il sostegno dei Clinton e l’unità dell’Asinello. Solo John McCain, che oggi annuncerà il nome del suo vice, potrà fermare la corsa del senatore dell’Illinois verso la Casa Bianca.
La notte di Denver sarà ricordata nella storia del partito democratico americano, che tra le lacrime di gioia dei fan di Obama e quelle, intrise di rabbia, dei riluttanti fan di Hillary Clinton, aveva un bisogno impellente di curare le ferite la passione politica indispensabile per conquistare la presidenza. Se n’è accorta la stessa Hillary, che dopo l’intervento incandescente di ieri, ha interrotto la votazione, pur simbolica, sul candidato che lei stessa aveva chiesto in precedenza. Quando è toccato a lei Hillary si è sostituita a Nancy Pelosi, presidente del Congresso e della Convention, e ha chiesto la rottura del protocollo: “Dichiariamo insieme, cun una voce sola, che Barack Obama è il nostro candidato e sarà il nostro presidente”.
È stata ovazione, più che acclamazione. Lacrime, abbracci, urla, tripudio per il primo candidato democratico afroamericano nella storia degli Stati Uniti, simbolo della globalizzazione, nato a Honolulu, da padre africano del Kenya e madre americana del Kansas, cresciuto tra l’Indonesia e le Hawaii. A dargli l’endorsement finale, anche se tardivo, è stato, a nomination conclusa, Bill Clinton: “Barack Obama è l’uomo giusto per questo lavoro”. È pronto per guidare l’America e restaurare la leadership americana. Barack Obama è pronto per fare il presidente degli Stati Uniti d’America”.
Come Obama, anche il vice presidente prescelto, Joe Biden, è stato nominato candidato ufficiale dei democratici per acclamazione. E se per Obama la richiesta di fermare la conta dei voti è partita direttamente da Hillary Clinton, per Biden è stata avanzata in modo piuttosto informale dalla Pelosi. “Se volete la nomina per acclamazione dite ‘hi’”, ha incalzato la Pelosi”. Nessun contrario, ovviamente. Presa la parola, da Biden è arrivato l’affondo per McCain, da veterano della politica a veterano dell’esercito: “La scelta in questa elezione è chiara. I tempi che stiamo vivendo richiedono qualcosa di più di un buon soldato, richiedono un saggio leader”. Biden è stato presentato da suo figlio Beau, che presto partirà soldato per l’Iraq.
Lui, re Obama, sale a sorpresa sul palco, mentre Biden conclude il suo discorso. “Hello democratici” ha esclamato “sono qua perché ho una piccola cosa da dire. Voglio che tutti sappiano che sono orgoglioso di avere Joe Biden e tutta la sua famiglia al mio fianco per riprenderci l’America”. Poi, ammiccando al pubblico come una star: “La convention fino a questo punto mi sembra che sia andata bene, Michelle Obama è stata molto brava, che ne dite?” E se “Hillary ha fatto traballare i muri ieri sera -ha proseguito- Clinton ci ha ricordato cosa succede quando alla guida c’è un presidente che mette la gente al primo posto”. Per i saluti, prima della consueta benedizione, è accorsa sul palco tutta la famiglia di Biden, rappresentata da quattro generazioni, dalla madre ai nipotini. Sulle note di We are family di Sister Sledge i riflettori si sono spenti in vista del gran finale di oggi allo stadio Invesco, da 80.000 posti. Nel giorno del 45 anniversario del I have a dream di Martin Luther King.
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11:31:00
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mercoledì 27 agosto 2008
L’appello di Hillary: Obama come Clinton.
Sul Washington Post: l’editoriale sull’appello dell’ex first lady
(Panorama) Accolta dal boato della folla quando ha fatto il suo ingresso sul palco della Convention Democratica di Denver, Hillary Clinton ha mantenuto la promessa: nel nome dell’unità del partito democratico, ha chiesto ai suoi 1629 delegati di lasciare da parte i risentimenti della lunga battaglia alla convention e di impegnarsi senza indugi a favore dell’ex rivale Barack Obama di cui si è definita, sin dalla prima frase di un discorso durato 23 minuti, “un’orgogliosa sostenitrice”: “Non importa se avete votato per me o per Barack. Ma è giunto il momento di essere uniti come un partito unito con uno scopo preciso: siamo tutti nella stessa squadra e nessuno può permettersi di stare ai bordi del campo”.
Il discorso di Denver
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Ma Hillary si è tolta anche qualche soddisfazione, citando, non a caso, il suo impegno a favore della sanità pubblica e gli otto anni di presidenza di Bill Clinton: un modo, elegante, per ricordare a Obama quanto sia importante la gratitudine in politica. Tanto più che sarebbe proprio suo marito Bill, sul palco del Pepsi Center, il più offeso nei confronti di Obama. Da lui - ha raccontato al New York Times un suo confidente - non ha nemmeno ricevuto una telefonata dopo la vittoria nella gara per la nomination.
Presentata dalla figlia Chelsea come “la mia eroina, mia madre” dopo un breve video che la mostrava spesso insieme ad Obama, Hillary ha avuto parole di affetto anche nei confronti dei suoi sostenitori che ha vezzeggiato e poi invitato a votare per Obama: “Mi avete insegnato tanto, mi avete fatto ridere e mi avete fatto piangere'’ . Un ringraziamento che - si augurano negli staff del candidato afroamericano - potrebbe neutralizzare le previste contestazioni antiobamiane dei delegati-fan più accesi e delusi della Clinton. Quelli che hanno già fatto sapere di non avere alcuna intenzione di votare per l’odiato Obama. A loro, per convincerli, ha detto: “Non avete lavorato così duramente negli ultimi diciotto mesi e resistito così orgogliosamente negli ultimi 8 anni, per soffrire un’altra sconfitta”.
Il riferimento è al repubblicano John McCain, che ha definito “un amico personale” ma ha anche presentato come il più coerente erede della fallimentare linea dell’amministrazione Bush: “E’ un mio collega e un amico. Ha servito il nostro paese con onore e coraggio - ha detto - Ma non possiamo permetterci altri quattro anni degli ultimi otto anni”. E ancora, rivolta ai suoi supporter più scettici: “Tutto quello che avete fatto in campagna elettorale era solo per me o per i valori in cui crediamo, per le madri malate di cancro senza assicurazione sanitaria? Mi ero candidata per dar voce alle persone che per otto anni sono rimaste invisibili: sono le stesse ragioni per cui oggi dovete votare per Obama”.
E’ stata la giornata dell’ex first lady. Da questo lungo abbraccio con i suoi fan, ne esce rafforzata e con ambizioni intatte. Se voleva conservare qualche chance di essere candidata e poi eletta nel 2012, non aveva altra scelta che quella di mantenere unito il partito, a dispetto delle reciproche antipatie. Il sostegno a Obama era però in qualche modo obbligato. Almeno a parole. Saranno le prossime settimane, nel giorno dell’unità riconquistata, a dire di più delle sue reali intenzioni. Oggi toccherà all’ex presidente Bill pronunciare il suo endorsement a favore di Obama. Un altro passaggio chiave. Ma parlerà anche Joe Biden, il senatore del Delaware e vecchia volpe del partito che il giovane Obama ha scelto, non a caso, come vice. Per allontanare i dubbi che sia troppo inesperto, avendo solo una legislatura alle spalle (come JFK, quando fu eletto presidente - dicono i suoi fan), per diventare presidente degli Stati Uniti.
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12:37:00
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Usa, Advocate contro Barack Obama.
L'editore: Non sostengo la sua candidatura.
(Apcom) Sono bastate poche parole di Paul Colichman, magnate dell'editoria e icona del movimento gay che fa di testate come Advocate e Out la propria bandiera, e si è sollevato un polverone. Indignato dalle parole del candidato democratico alla Casa Bianca - a favore delle unioni tra persone dello stesso sesso, ma che ha definito il matrimonio come "l'unione fra un uomo e una donna" - Colichman ha deciso di non dare al senatore dell'Illinois il proprio sostegno nella corsa presidenziale.
Nel corso di un'intervista al New York Post, Colichman ha detto che "con quell'affermazione è come se avesse gettato la comunità gay fuori dalla finestra", sollevando l'ira degli omosessuali che minacciano addirittura di boicottare le sue riviste, ma raccogliendo anche parole di sostegno. Colichman, che è stato un acceso sostenitore della senatrice di New York Hillary Clinton e ha mal digerito la sua sconfitta, è rimasto più che perplesso per le affermazioni di Obama nel corso del Saddleback Civil Forum di una settimana fa.
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12:19:00
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martedì 26 agosto 2008
Usa: sondaggi danno McCain in rimonta grazie a temi etici.
(Uaar) Secondo l’ultimo sondaggio della Zogby-Reuters, McCain sarebbe in vantaggio su Obama (46% a 41%), ribaltando le rilevazioni precedenti. Per un’altra rilevazione L.A. Times-Bloomberg, invece Obama supererebbe di poco McCain (45% a 43%). Pare comunque, al di là delle cifre fluttanti, che il dato generale sia questo: Obama sta perdendo il consenso di cattolici e donne - anche tra i giovani - e McCain sta ricompattando il partito repubblicano e la base cristiana conservatrice. McCain, nonostante le posizioni più aperte sui temi etici emerse occasionalmente, avrebbe rassicurato di recente l’elettorato durante il confronto col reverendo Warren (rispetto ad un Obama parso meno deciso su tali questioni), affermando in maniera esplicita che l’embrione va tutelato fin dal concepimento, aggiungendo con fermezza: “Ho 25 anni di esperienza pro-vita e sarò un presidente a favore della vita”.
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Denver, preparavano attentato a Obama: arrestati.
Era in programma giovedì, nel giorno del discorso di investitura, l'attentato a Barack Obama sventato a Denver, dove è in corso la convention dei democratici. Le persone arrestate sono quattro. C'è anche una donna, legate ai movimenti suprematisti bianchi.
(Sky tg24) Era in programma giovedì, nel giorno del discorso di investitura, l'attentato a Barack Obama sventato a Denver, dove è in corso la convention dei democratici. Le persone arrestate sono quattro, c'è anche una donna, legate ai movimenti suprematisti bianchi. Uno di loro si chiama Tharin Gartrell: è un pregiudicato di 28 anni. La polizia ha sequestrato armi, compresi due fucili muniti di mirino telescopico, documenti falsi e 44 grammi di anfetamine. Alla polizia che gli chiedeva se fosse arrivato a Denver per uccidere Obama, Gartrell ha risposto di sì senza esitazioni.
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18:49:00
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domenica 24 agosto 2008
Presidenziali Usa Joe Biden, un cattolico per vicepresidente.
Nel passato del candidato l'ingombro di Wright e dell'islam.
(Apcom) Fra gli 'asset' che il senatore del Delaware Joe Biden porta in dote a Barack Obama come candidato vicepresidente c'è un pezzo importante dell'elettorato. Biden, 65 anni, infatti è di religione cattolica. E questo - soprattutto in un paese come gli Stati Uniti e soprattutto in una campagna elettorale in cui la religione è tra i temi caldi - può essere un punto di forza non indifferente per la corsa alla Casa Bianca.
Anche l'avversario di Obama, del resto, avrebbe scelto (ma non ancora annunciato) un vice dai forti connotati religiosi, il mormone Mitt Romney. E che la fede sia centrale nella politica così come, più in generale, nella vita pubblica d'Oltreatlantico, lo dimostra, da ultimo, il primo confronto avvenuto tra Obama e McCain. Scenario: una 'megachurch' evangelica della California. Intervistati dal pastore Rick Warren, i due candidati alla presidenza hanno discusso di politica internazionale e di peccati, di energia e di fede. Consapevoli che nelle due tornate elettorali precedenti il voto della destra cristiana ha fatto la fortuna di George W. Bush e la sfortuna dei suoi sfidanti.
La situazione, nel corso degli anni, è cambiata. La 'christian right' è meno legata alle sorti del Partito repubblicano e diversi leader 'evangelical' hanno allargato il proprio campo di attenzione, includendo, oltre ai temi tradizionali dell'aborto e dei matrimoni gay, questioni più trasversali come l'ecologia e il contrasto all'aids in Africa. Anche il profilo dei due candidati alla Casa bianca ha contribuito a sfumare ulteriormente la situazione. Il repubblicano McCain, ex episcopaliano diventato battista, ha dovuto faticare a riconquistare il favore dei protestanti e dei cattolici conservatori dopo le sue posizioni troppo tiepide e liberal espresse gli anni scorsi su temi come l'interruzione di gravidanza.
Obama, al contrario, ha un rapporto fin troppo ingombrante con la religione. Non solo è stato membro attivo di una comunità protestante afroamericana guidata dall'esuberante pastore Jeremiah Wright (noto per i suoi discorsi anti-bianchi) dal quale, come candidato alla Casa Bianca, ha preso le distanze. Le sue origini keniote e il padre musulmano, inoltre, hanno creato qualche imbarazzo al senatore democratico e hanno suscitato più di un sospetto tra quegli americani diffidenti dell'islam dopo l'11 settembre 2001.
Un vice cattolico, in questo senso, potrebbe aiutare Obama a 'controbilanciare' il suo pedigree religioso e tranquillizzare l'elettorato moderato. "Mi conforta dire il rosario e andare a messa ogni domenica", ha detto di recente Biden intervistato dal 'Christian science monitor'. Quella del vice di Obama è, in realtà, una fede tanto liberal quanto pragmatica. Roma, 23 ago. (Apcom) - In passato l'unico presidente cattolico della storia americana - John Fitzgerald Kennedy - dovette rassicurare i suoi elettori, prima del voto, di non essere al comando del Papa, e un altro cattolico, il candidato alla Casa Bianca John Kerry, ha perso le elezioni anche a causa delle frizioni con alcuni vescovi sul tema del diritto all'aborto. Ma Biden - che come vicepresidente potrebbe assumere il comando se qualcosa accadesse a Obama - sembra più incline alla mediazione, contemperando indipendenza e rispetto. "Le mie opinioni sono del tutto coerenti con la dottrina sociale della Chiesa", ha detto. "C'è chi all'interno della Chiesa dice che chi va contro uno degli insegnamenti della Chiesa, va contro alla Chiesa. Io penso che la Chiesa sia più grande".
Da parlamentare ha difeso la sentenza del 1973 con la quale la Corte suprema sancì il diritto di abortire, pur dicendosi personalmente contrario all'interruzione di gravidanza. "Non credo di avere il diritto di imporre il mio punto di vista, o quello che io considero materia di fede, al resto della società", ha spiegato nella sua autobiografia. Una posizione questa che Obama ha fatto pubblicamente propria.
Un punto di riferimento, per Biden, è il Concilio vaticano II, la grande riunione di vescovi e teologi che nei primi anni Sessanta rinnovò la Chiesa cattolica. "Sono stato tirato su in un'epoca nella quale la Chiesa era fertile di idee ed aperta alla discussione su alcuni dei suoi insegnamenti basilari", ha spiegato al 'Christian science monitor'. "Porre questioni non era criticato, era incoraggiato".
Di certo i cattolici, da un punto di vista elettorale, sono una componente importante nei calcoli degli strateghi della campagna presidenziale. Anche perché la Chiesa statunitense è profondamente cambiata in questi anni. Non sono più pionieri e immigrati, povera gente proveniente dall'Irlanda, dall'Italia o da altri Paesi europei in cerca di fortuna, i cattolici d'Oltreatlantico. Sono finiti i tempi in cui i cugini e gli zii d'America vivevano tra di loro, discriminati da una società prevalentemente 'wasp' (white, anglo-saxon and protestant, bianca, anglosassone e protestante), esclusi dalle stanze del potere. Oltre alla presidenza di Kennedy (eletto nel 1960), dai primi anni del secolo il numero di senatori e di membri del Congresso di confessione cattolica è costantemente aumentato (sino a rappresentare, oggi, un quarto del Senato ed il 29% della camera bassa), cinque giudici della Corte suprema su nove sono oggi cattolici (tra di essi, il presidente John Roberts), e la comunità cattolica Usa, che conta oltre 70 milioni di persone, si è spostata verso la 'middle class' ed è entrata appieno nella vita economica e sociale statunitense.
Sempre di più, inoltre, accanto un cattolicesimo tradizionale va crescendo la popolazione di cattolici ispanici di recente immigrazione, dalla fede più calorosa e dal tenore di vita più povero. Bacino elettorale per lo più inaccessibile al nero Barack Obama. Almeno fino ad ora.
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giovedì 21 agosto 2008
Usa, messe in campo anche le tette per sostenere Obama.
Se anche le tette potessero votare Barack Obama avrebbe vinto da un pezzo. Mi spiego. Continua in America la campagna a sostegno di Barack Obama, il candidato democratico alle presidenziali USA, considerato da una parte dell'America il volto nuovo della politica del cambiamento.
In questi mesi le inziative pro Obama sono state innumerevoli, vedi l'Obama Girl, e alcune molto originali. Quella più stravagante di tutte, secondo noi, è stata la campagna "Boobs for Barack" (Tette per Barack")...
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domenica 17 agosto 2008
Sfida tra Obama e McCain nel tempio degli evangelici.
Barack Obama si è espresso a favore delle unioni civili dei gay.
(Rai news24, nella foto McCain e Obama con Warren) Un confronto a distanza. Quasi un’anteprima delle 3 sfide tv già programmate per i due candidati alla Casa Bianca. Ma – in qualche modo – a giocare in casa è stato John McCain. Gli evangelici, infatti, tradizionalmente votano a destra.
Ma il pastore Rick Warren ancora non ha dato indicazioni di voto. Così per Obama è stato un tentativo di aprire una breccia in un elettorato favorevole al suo avversario.
Obama e McCain sono stati intervistati separatamente per un'ora ciascuno. Il tutto in diretta tv su Cnn e Fox News.
Pungolati da Warren, i due sfidanti hanno fatto ammissioni sulla propria vita privata. Obama ha confessato: "Ho avuto una gioventù difficile. A volte ho usato la droga".
Il repubblicano McCain invece ha riconosciuto che il maggior fiasco morale della sua vita è stato il fallimento del suo primo matrimonio.
Era prevista solo una stretta di mano ma McCain e Obama si sono abbracciati sul podio davanti a migliaia di spettatori e alle telecamere prima di alternarsi sotto il fuoco delle domande del predicatore californiano. Sul tema caldi delle nozze gay, entrambi i candidati si sono detti d'accordo: "Matrimonio e' l'unione di un uomo e una donna". Obama però si è detto contro un emendamento costituzionale per avallare questa definizione e si è espresso a favore delle unioni civili dei gay.
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venerdì 15 agosto 2008
Usa. Colorado, candidato gay vince primarie per seggio Camera.
Il democratico Jared Polis sarebbe quinto deputato omosessuale.
(Apcom) Ha 33 anni, è un imprenditore ed è omosessuale. Non sarebbe una notizia, se non fosse che Jared Polis è il candidato democratico che ha appena vinto le primarie in Colorado e si appresta a sbaragliare, secondo le previsioni, anche il contendente repubblicano Scott Starin nella corsa per un seggio alla camera dei Deputati.
Se eletto, Polis diventerebbe il quinto deputato dichiaratamente gay, ma il primo uomo in assoluto ad essere eletto dopo aver fatto outing. Come riporta il Los Angeles Times, gli altri suoi colleghi deputati, tranne la democratica Tammy Baldwin del Massachusetts, hanno dichiarato la loro omosessualità solo durante il proprio mandato, mentre Polis non ha mai fatto mistero delle sue preferenze sessuali.
Anzi, durante la festa organizzata per celebrare la propria vittoria ha abbracciato e ringraziato il suo compagno, Marlon Reis. Jared Polis ha fatto fortuna con un'attività su Internet ed è impegnato in numerose attività di beneficenza a favore di minoranze e per garantire l'istruzione.
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giovedì 14 agosto 2008
Presidenziali Usa, Obama e McCain a caccia del voto dei fedeli.
(Reuters) Barack Obama e John McCain, i due candidati alle presidenziali degli Stati Uniti, sabato cercheranno di accattivarsi il voto degli elettori religiosi quando, ospiti di uno dei più eminenti evangelici d'America, discuteranno del ruolo della fede nella sfera pubblica, dell'Aids, dell'ambiente e di altri temi.
Nonostante la separazione tra stato e chiesa, nella politica americana la religione ha grande importanza, e agli aspiranti alla Casa Bianca verrà sicuramente chiesto come intendano coniugare fede e ruolo presidenziale.
Al Civil Forum -- che sarà moderato da Rick Warren, noto pastore evangelico, presso la sua Saddleback Church nella Lake Forest, in California -- i candidati non si affronteranno direttamente, ma si alterneranno sul palco.
"E' abbastanza straordinario, è la prima volta che un pastore convoca i due probabili candidati... Combattono entrambi per il voto (dei religiosi)", ha commentato Michael Lindsay, docente di sociologia politica alla Rice University di Houston.
Il 25% degli americani è di fede evangelica. Per il Partito Repubblicano, gli evangelici -- avversi ad aborto e diritti degli omosessuali e strenui difensori dei valori familiari "tradizionali" -- costituiscono una base fondamentale.
Si calcola che nel 2004 l'80% degli evangelici bianchi votò per George W. Bush. Quest'anno, il movimento è meno compatto e più sfaccettato, anche se in larga misura è comunque schierato dalla parte dei repubblicani.
A giugno uno studio del Pew Forum on Religion & Public Life ha rivelato che il 61%dei protestanti bianchi evangelici sosteneva McCain, mentre Obama aveva dalla sua solo il 25%. Ma lo stesso istituto nel 2004 rilevò come Bush fosse sostenuto da una quota maggiore di evangelici, il 69%.
Altri sondaggi hanno individuato un forte supporto per Obama da parte degli evangelici neri e ispanici, e questo fa dei fedeli un "campo di battaglia" fondamentale per spuntarla alle elezioni di novembre.
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domenica 10 agosto 2008
Il programma di Obama. Irak, armi, religione, aborto. E i diritti ai gay?
(Christian Rocca) “Rinnovare la promessa americana” è il titolo del programma di Barack Obama. Cinquantuno pagine, in prima bozza, presentate dalla Commissione presieduta dal governatore dell’Arizona Janet Napolitano al “Platform standing committee” che potrà ancora modificarle prima di sottoporle ai delegati alla Convention di Denver del Partito democratico (25-28 agosto). Il documento delinea il piano d’azione del presidente Obama ed è diviso in un preambolo e quattro capitoli, ciascuno dei quali contiene il verbo “rinnovare”. La prima parte svela le idee obamiane per “rinnovare il sogno americano”, cioè le sue proposte sull’economia. La seconda spiega come “rinnovare la leadership americana” nel mondo. La terza parte è sulle questioni etico-sociali, la quarta sull’innovazione istituzionale. Obama comincia col dire che “l’America è il paese che ha guidato il Ventesimo secolo, costruito una fiorente classe media, sconfitto il fascismo e il comunismo e fornito generose opportunità a molte persone”. Oggi, però, “siamo a un bivio, siamo nel sesto anno di una guerra a due fronti, la nostra economia è in difficoltà, il nostro pianeta è in pericolo”. Obama promette assistenza sanitaria di qualità per tutti e poi aiuti alle famiglie, migliore istruzione e più tasse solo per le famiglie che guadagnano più di 250 mila dollari. Sui trattati di libero scambio, Obama è meno populista di qualche mese fa ma conferma di voler rinegoziare il Nafta e di voler imporre ai partner il rispetto degli standard internazionali su lavoro e ambiente.
Sulla politica estera e di sicurezza nazionale, la Platform ribadisce la contrarietà alla guerra in Iraq e il piano di ritiro “responsabile” in 16 mesi. Obama insiste sulla cautela delle operazioni di rientro e annuncia che, in ogni caso, in Iraq resterà “una forza residua impegnata in missioni specifiche: colpire i terroristi, proteggere la nostra ambasciata e il personale civile, consigliare e sostenere le Forze di sicurezza irachene e fare in modo che gli iracheni compiano progressi politici”. La differenza con John McCain non è grande, salvo che il repubblicano pensa di legare il rientro delle truppe alla situazione sul campo, non al calendario. Obama parla di “porre fine alla guerra in Iraq”, evitando il verbo “vincere” che, invece, usa a proposito della guerra in Afghanistan, definita “giusta”. Agli alleati e alla Nato, Obama chiederà l’invio di altre truppe, mentre sul fronte interno aumenterà la dimensione di esercito e marine di 92 mila unità. L’America di Obama si impegnerà nella diffusione della democrazia (ma non con la forza) e per fermare la proliferazione di armi di distruzione di massa. Sull’Iran, il programma dice che “il mondo deve evitare che l’Iran acquisisca armi nucleari”. Obama comincerà con la diplomazia, ma “mantenendo tutte le opzioni sul tavolo”.
Un capitoletto è dedicato alle “armi da fuoco”. Obama “riconosce che il diritto a portare armi è una parte importante della tradizione americana”, ma pensa a “ragionevoli regolamentazioni” diverse tra stato e stato. “Onoriamo il posto centrale che la fede ha nelle nostre vite”, si legge a pagina 43 assieme ad altre considerazioni sull’importanza della religione e delle associazioni caritatevoli. Il paragrafo sull’aborto è intitolato “choice”, “scelta”. Per la prima volta dal 1992 scompare la parola “raro” dalla nota formula clintoniana dell’aborto “legale, sicuro e… raro”. Salvo correzioni in corso d’opera, il programma di Obama sostiene il pieno “diritto della donna a scegliere di abortire” e si oppone “a qualsiasi tentativo di indebolire o mettere a repentaglio tale diritto”.
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venerdì 8 agosto 2008
Elezioni americane: la rimonta di McCain.
Dopo il cambiamento di strategia, Maccain ha avuto una maggiore attenzione da parte dei media. E il suo gradimento è salito nei sondaggi. Il distacco da Obama è diminuito. Secondo l’istituto di ricerca Rasmussen, il candidato repubblicano, per la prima vota sarebbe addirittura in vantaggio. Di un punto. 47 a 46. Percentuali smentite da un’altra rilevazione. Quella condotta dall’Ipsos per conto dell’Associated Press, secondo la quale Maccain sarebbe a 6 punti di distanza dal suo antagonista. Cifre più rassicuranti per Obama, ma che non gli consentono di essere sicuro della vittoria finale.
“In questo momento della campagna elettorale, i sondaggi ballano e non riflettono quello che poi accadrà al momento del voto – dice Michael P. MacDonald, politologo della George Mason University e esperto del prestigioso Brookings Institution – I recenti attacchi di Maccain a Obama hanno galvanizzato i sostenitori del candidato repubblicano. Ma non credo che riuscirà a mantenere questa tensione per il resto della campagna elettorale. Vedremo degli altri alti e bassi nei sondaggi. Ma soltanto negli ultimi giorni si stabilizzeranno. E allora, forse sapremo chi vincerà. Alla fine, io scommetterei su Barack Obama, ma questo non significa che Maccain non abbia alcuna chance di affermazione. Semplicemente, per lui, sarà molto, molto più difficile”. Oltre ai sondaggi, ci saranno altri segnali per capire chi diventerà il 44°Presidente degli Stati Uniti. MacDoland segnala il numero delle persone che si registreranno nelle liste elettorali. Le indicazioni che emergono in questo momento parlano di unaforte mobilitazione per Barack Obama.
Il New York Times ha pubblicato un articolo secondo il quale in numerosi stati aumentano le persone che si registrano nelle liste dei democratici mentre diminuiscono gli elettori repubblicani. L’inchiesta cita il caso del Nevada e dell’Iowa – due “campi di battaglia” in tutte le presidenziali – dove il numero dei Democrats, a sorpresa, è sensibilmente cresciuto mentre quello dei sostenitori del Grand Old Party è fortemente calato. “Credo che avremo un’affluenza record nelle prossime elezioni e probabilmente, un sensibile spostamento di voti da destra a sinistra, come raramente è avvenuto in passato – dice Michael P.MacDonald – Mi pare che i primi segnali che arrivano, vadano in quella direzione.” Non solo. Il piccolo, grande terremoto politico nazionale, potrebbe essere annunciato anche da un incremento di coloro che si registrano nelle liste degli indipendenti. E’ proprio su di loro che punta Obama.
“Sì, quella si espandere il suo consenso, è sempre stata la sua strategia – conferma il politologo del Brookings Institution – Ha mobilitato la sua macchina elettorale per una capillare operazione di porta a porta finalizzata a convincere le persone a iscriversi alle liste di voto. Perché è sicuro di poter fare presa su coloro che non sono militanti né dei democratici, né dei repubblicani”. Negli Stati Uniti, il voto non è obbligatorio. Chi vuole recarsi alle urne, deve registrarsi. La volontà di farlo di un sempre maggiore numero di persone, secondo il docente universitario della George Mason University, è una nota “estremamente positiva” per il senatore dell’Illinois. Riuscirà Obama a conquistarli definitivamente nei prossimi, decisivi mesi?
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Elezioni Usa. Presidente Obama, forse.
(Cristhian Rocca - Il Foglio) In teoria non ci dovrebbe essere partita, Barack Obama vincerà le elezioni del 4 novembre e il 20 gennaio a mezzogiorno in punto sarà il nuovo presidente degli Stati Uniti. In realtà non è affatto così, malgrado l’entusiasmo e la passione e una campagna elettorale perfetta contro un avversario repubblicano in preda al panico, confuso e odiato da buona parte della sua stessa base elettorale. Non si era mai vista una situazione così favorevole per un esponente del Partito democratico, a meno di tre mesi dal voto. Forse solo nel 2000, quando Al Gore, da vicepresidente in carica ed erede degli anni dell’abbondanza clintoniana, si era trovato ad affrontare l’impacciato figlio dell’ex presidente Bush. Eppure, in quella favorevolissima occasione, il democratico Gore ha perso, sia pure di un soffio, in modo contestato e con una leggera prevalenza di voti popolari.
Per Obama sembra più facile. E’ vero che l’America è una nazione conservatrice (delle sue ampie libertà costituzionali), al punto che dal 1968 ha aperto le porte della Casa Bianca soltanto a due democratici, e in entrambi i casi in circostanze eccezionali. Questa volta la fisiologica fatica del doppio mandato pesa sui repubblicani e il presidente uscente è ai minimi storici di gradimento. C’è poi la percezione di una crisi economica e finanziaria, l’inaudito costo della benzina in un paese che si muove su strada e i numerosi fallimenti gestionali dell’Amministrazione, dall’uragano Katrina alla crisi dei mutui. Più controverso appare il ruolo che giocherà nelle urne la guerra al terrorismo, visto che secondo alcuni analisti premia il candidato che si era opposto all’intervento in Iraq (Obama), mentre secondo altre rilevazioni finirà per favorire il più esperto e affidabile sulle questioni di sicurezza nazionale, nonché il candidato che è stato capace di suggerire la strategia giusta per ribaltare la situazione a Baghdad (McCain).
A favore delle probabilità di una vittoria di Obama ci sono anche le sue straordinarie qualità politiche, la capacità di farsi rispettare tipica del politico navigato di Chicago e una buona dose di fortuna mista a coraggio (tanto che in diretta televisiva ha preso un pallone, tirato e fatto canestro da tre punti). Poi ci sono i soldi, che Obama raccoglie in quantità industriali: a oggi quasi 350 milioni di dollari, provenienti non soltanto dai piccoli contribuenti, come recita la propaganda obamiana, ma anche da grandi donatori e big corporation, come ha svelato ieri mattina in prima pagina il New York Times.
Le insidie del referendum sulla persona
A facilitare ulteriormente la partita per il senatore di Chicago ci pensa la stampa, entusiasta come non mai per un candidato così fenomenale ed elettrizzante. Eppure, nonostante questa mirabolante esposizione mediatica, i numeri di Obama non accennano a migliorare, McCain gli sta sempre addosso e in alcuni casi addirittura lo supera. La gara per la Casa Bianca, insomma, è apertissima. Obama è certamente messo meglio di McCain, perché è competitivo nei soliti stati in bilico, ma anche in tradizionali roccaforti repubblicane. McCain, invece, sembra avere chance di conquistare stati “democratici” soltanto in New Hampshire e Michigan. Il vento soffia alle spalle di Obama ma la gara è un referendum sulla sua persona, probabilmente l’unico modo capace di fargli perdere le elezioni. Questo spiega il mancato balzo dei suoi numeri che, peraltro, non hanno mai raggiunto il 50 per cento. Gli ultimi dati Zogby segnalano anche un imprevisto crollo del sostegno fra i giovani e le donne. C’è chi sostiene che il colore della sua pelle, sfruttato dai Clinton alle primarie, sia un fattore decisivo. Altri credono che a spaventare sia il suo passato troppo di sinistra, la sua giovane età, la disinvoltura con cui cambia posizione o l’istinto elitario che ogni tanto affiora, ma anche la presunzione che lo porta ad atteggiarsi già a capo di stato, se non a messia e salvatore del mondo. Secondo David Brooks del New York Times, Obama è difficile da etichettare, non fa parte pienamente di nessun club, è sempre alla ricerca di una propria identità, è un leader caldo e idealista, ma anche freddo e calcolatore. Non si sa bene chi sia, insomma. E malgrado il clima favorevole, sembra che per ora l’America abbia deciso di restare cauta a guardare.
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mercoledì 6 agosto 2008
Paris Hilton contrattacca McCain con un video. E si propone come presidente.
L’ereditiera, celebre per i suoi eccessi e regina del gossip, risponde infatti al candidato repubblicano alle presidenziali Usa che aveva usato la sua immagine e quella di Britney Spears per criticare il concorrente Barack Obama. E lo fa con un video parodia pubblicato ieri su FunnyOrDie.com, sito fondato dal comico Will Ferrell. Qui il video
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Nel filmato Paris Hilton appare a bordo piscina, su una sdraio, in costume leopardato, e definisce McCain “un tipo rugoso dai capelli bianchi”. Lo spot elettorale originale del senatore dell’Arizona presentava Obama come “la più grande celebrità del mondo”, mentre passavano immagini di lui a Berlino, intervallate da immagini di Britney Spears e Paris Hilton. E una voce fuori campo aggiungeva: “Ma è pronto a prendere il comando?”. Ora la parodia di FunnyOrDie.com mostra McCain accompagnato dal commento: “È la più antica celebrità del mondo, genere super vecchio. Abbastanza vecchio per ricordare i giorni in cui ballare era un peccato (…) ma è pronto a prendere il comando?”.
Le immagini iniziali del candidato sono intervallate da altre scherzosamente irriverenti - chiaro richiamo alla sua età (72 anni) -, come quella di Yoda, il maestro jedi di Guerre stellari.
Paris esordisce così, con un sorriso a mezza bocca: “Hey America, sono Paris Hilton e sono anch’io una celebrità. Solo che io non vengo dal passato e non prometto il cambiamento come l’altro uomo. Sono solo hot!”.
E prosegue: “Ma quest’uomo rugoso dai capelli bianchi mi ha utilizzato nel suo spot elettorale, e immagino che ciò voglia dire che sono candidata alla presidenza. Allora grazie per il sostegno, uomo dai capelli bianchi, e voglio che l’America sappia che sono assolutamente pronta a prendere il comando”.
La Hilton si prende anche il gusto di parlare un po’ del suo programma elettorale, offrendo una strategia energetica alternativa, che combina gli elementi delle piattaforme politiche di McCain e Obama, proponendo incentivi fiscali per la fabbricazione di auto ibride ed elettriche. E chi sceglierà come suo vicepresidente? “Sto pensando a Rihanna”, la giovane cantante pop.
La Hilton conclude: “Ci vedremo alla Casa Bianca”. Aggiungendo: “Oh, forse la ridipingerò di rosa, spero non vi dispiaccia”. Con una bandiera americana che intanto sventola sullo sfondo.
Pronta la risposta dello staff di McCain. Che però non se la prende con Hiltie. Anzi, il portavoce Tucker ha detto a TMZ che il pensiero di Paris in materia di energia è più profondo di quello di Barack. “Forse la realtà è che Paris ha un piano energetico più sostanziale di Barack Obama”.
Piccolo promemoria: in passato la famiglia Hilton ha sostenuto il Partito Repubblicano, anche finanziando la campagna di McCain.
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domenica 3 agosto 2008
Obama, leader o piacione?
(Pino Buongiorno - Panorama) Con Shimon Peres è subito scattata un’istintiva simpatia. L’anziano capo di stato (85 anni) ha apprezzato il carisma del giovane Barack Obama (46 anni) e la sua visione globale dei problemi, riferisce a Panorama uno dei collaboratori del presidente israeliano. Sicuramente Peres, ma anche il ministro degli Esteri Tzipi Livni, del partito centrista Kadima, e il leader laburista, nonché ministro della Difesa, Ehud Barak si batteranno a favore del candidato nero alla presidenza degli Stati Uniti. Secondo gli ultimi sondaggi, Obama è in svantaggio di 9 punti sul rivale repubblicano John McCain fra i 250mila israeliani con passaporto americano. Nella stessa comunità ebraica, che vive e vota in America, l’attuale 65% dei consensi è considerato fra i più bassi ottenuti dagli aspiranti presidenti democratici.
In Germania Obama ha trovato uno sponsor imprevisto: Edmund Stoiber, il presidente onorario dell’Unione cristiano-sociale, partito bavarese conservatore che sostiene la maggioranza dei cristiano-democratici di Angela Merkel. Dopo aver ascoltato il suo discorso di 35 minuti dal palcoscenico costruito vicino alla Colonna della vittoria a Berlino, Stoiber ha esclamato: “Il giovane senatore rappresenta quello che molti oggi agognano: carisma e leadership”. Ancora più entusiasta il presidente francese Nicolas Sarkozy, che ha così congedato il gradito ospite sulla scalinata dell’Eliseo: “Buona fortuna, Barack, se vinci la Francia sarà contentissima”.
Barack Obama visita il Muro del pianto a Gerusalemme
Leader o piacione? Israele, Germania, Francia, ma anche Giordania, Iraq, Gran Bretagna, Afghanistan: l’Obamamania è contagiosa. Ma quante di queste solenni benedizioni internazionali alla fine si trasformeranno in voti in America? Ann Marie Jones, 40 anni, una casalinga dell’Ohio, uno degli stati ancora una volta cruciali nelle elezioni del prossimo 4 novembre, ha deciso che non voterà il candidato verso il quale nutriva fino a poco tempo fa una grande ammirazione. “John McCain si è fatto vedere al nostro convegno sul cancro, organizzato dall’università statale, e lui invece lo ha disertato” si è lamentata mentre accarezzava, fra le lacrime, il figlio di dieci anni al quale lo scorso settembre è stata diagnosticata una terribile malattia. A 3 mesi dal voto permane la domanda di fondo: chi è davvero Barack Obama? Un leader con sostanza politica o solo un formidabile oratore? Un leader o solo un “piacione”? “Non c’è dubbio che negli Usa, al contrario che in Europa, Obama viene percepito in generale come più debole di McCain come comandante in capo” risponde a Panorama Frank Newport, il direttore della Gallup Poll, uno dei sondaggisti più accreditati. “Il suo tallone di Achille è la sicurezza nazionale. Per questo ha organizzato il viaggio all’estero. I punti di forza di Obama sono invece l’economia e la politica energetica”. Sempre Newport sostiene che, al contrario, gioca a sfavore di McCain l’età (72 anni), considerata dall’elettorato americano “un problema assai più serio del colore della pelle di Obama”.
La macchina elettorale di Obama. La verità è che ancora una volta assisteremo a un risultato al cardiopalmo. Ne è convinta, per esempio, Donna Brazile, una delle veterane delle campagne elettorali del Partito democratico (fra l’altro è stata manager della campagna di Al Gore nel 2000). “Sarà un’elezione estremamente combattuta” prevede. La stessa Brazile mette in guardia dai facili ottimismi suscitati dai sondaggi nazionali, secondo i quali il senatore dell’Illinois sarebbe in vantaggio di 4-9 punti su McCain: “Tutti noi prestiamo più attenzione ai dati che provengono dai singoli stati, come Ohio, Michigan, Minnesota, Florida e Virginia, e che fanno emergere un quadro di grande incertezza. Come è già accaduto in passato, saranno in ogni caso gli elettori non legati ai partiti a determinare la vittoria”. Ecco perché Obama, anche a costo di rinnegare i temi liberal propagandati durante le primarie (riforma della sanità, nuova politica sull’immigrazione, profondo cambiamento nella politica estera), ha deciso di ricollocarsi al centro per conquistare, oltre ai democratici ancora fedeli a Hillary Clinton, quel 20-30% di elettori non schierati che si attestano a metà strada fra i liberal e i conservatori e tendono a prediligere i politici moderati. L’unica novità rispetto a 4 anni fa, spiega ancora il sondaggista Newport, è che è aumentata la fetta dei repubblicani in uscita dal partito (quasi il 10% in più). A favorire Obama in questo momento non sono solo l’eccezionale favore dei media e la capacità impareggiabile di tenere sermoni cadenzati a seconda delle platee. Lo aiuta soprattutto il livello organizzativo della sua macchina elettorale rispetto a quella dell’avversario repubblicano.
Un comizio del candidato democratico alla Casa Bianca.
“Organizzare una campagna elettorale presidenziale, che comporta trattare con i leader locali, selezionare il personale di fiducia e delegare le responsabilità, gli sta conferendo una notevole esperienza manageriale” sostiene in un’intervista a Panorama Ted Sorensen, consigliere politico che scriveva i discorsi a John Kennedy. Il mago è certamente David Axerold, che guida lo staff come un orologiaio di Ginevra. Ogni tappa della campagna appare scientificamente calibrata per costruire la figura presidenziale di Obama. Il senatore dell’Illinois non è un eroe di guerra come McCain? Nessun problema: ecco la “settimana del patriota”, nella quale Obama affronta in un crescendo di retorica i grandi temi dell’orgoglio di essere americano, della famiglia e della religione. Non sa nulla su come gira il mondo? Ecco la “settimana della politica estera”, dove ha ricevuto un sostegno inatteso da George W. Bush, che ha mandato un suo emissario ai colloqui con l’Iran (Obama ha sempre affermato che bisogna parlare direttamente con il regime di Teheran e non affidare ad altri la trattativa diplomatica). Ancora più significativo l’aiuto del premier iracheno Nouri al Maliki a proposito del ritiro programmato delle truppe americane. In entrambi i casi McCain è stato spiazzato. Ora è la volta della “settimana dell’economia”, con il candidato “del cambiamento” che va prima a Washington a consultare i grandi economisti e i guru della borsa e poi vola in Michigan, Ohio e Pennsylvania, dove più acuta è la crisi economica. Anche in questo giro Obama si porta dietro gli ultimi sondaggi, secondo i quali per oltre metà dell’elettorato americano l’economia è oggi la principale preoccupazione, mentre solo il 13% avrebbe a cuore le sorti dell’Iraq. “La sua leadership mi ricorda quella di Franklin Delano Roosevelt. Penso che Obama, come lui, se sarà eletto saprà trovare un modo inedito e coraggioso per far uscire l’America da una congiuntura economica negativa” dichiara Robert Dalleck, uno dei maggiori storici delle presidenze americane.
I dubbi dell’opinione pubblica. Una conquista della Casa Bianca fin troppo annunciata? È difficile dare oggi una risposta plausibile, anche perché gli orientamenti dell’opinione pubblica, in particolare dei non schierati, si definiranno solo dopo le candidature alla vicepresidenza e dopo le due convention: dei democratici in programma a Denver dal 25 al 28 agosto, dei repubblicani a St. Paul dall’1 al 4 settembre. McCain deve sicuramente inventare al più presto nuove formule di politica economica, andando oltre le questioni della sicurezza nazionale. Obama invece ha altri ostacoli da superare. “Potrebbe diventare uno dei presidenti che più ispirano gli americani in tempi difficili, come Kennedy e Ronald Reagan” dichiara a Panorama Larry Sabato, politologo dell’Università della Virginia. “È intelligente e ha un impressionante istinto che lo porta a prendere le decisioni giuste. Inoltre sa entusiasmare i giovani come nessuno ha fatto dai tempi di Kennedy e potrebbe essere in grado di mettere fine ai nostri infiniti dibattiti sul razzismo. Allo stesso tempo, però, Obama sarebbe uno dei presidenti con meno esperienza nella storia americana. E l’opinione pubblica comincia a infastidirsi perché percepisce nel candidato democratico un’arroganza e una sicurezza ai limiti dell’impudenza” conclude Sabato. “In definitiva trovo impossibile predire come si comporterebbe una volta eletto o se saprebbe tenere testa alle sfide da affrontare. È una gigantesca scommessa. L’incognita maggiore non sono i suoi piani per l’Iraq, l’economia o l’ambiente, ma il fatto che abbia la forza politica e l’abilità per metterli in pratica”. (hanno collaborato Elena Molinari e Oscar Puntel)
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mercoledì 16 luglio 2008
Unioni gay, per McCain i figli di coppie omosessuali sono orfani di un genitore.
La comunità gay protesta: pregiudizi medievali.
(Apcom) Il senatore dell'Arizona John McCain, il candidato repubblicano alle presidenziali americane di novembre, ha le idee chiare: alle coppie di persone dello stesso sesso non deve essere consentito di adottare un figlio. La ragione è semplice, i figli di genitori omosessuali è come se fossero orfani di un genitore, allevati in una "famiglia a metà". Negli Stati Uniti solo in Florida le adozioni sono vietate alle coppie gay mentre si stima che almeno 100.000 bambini vivano in affidamento.
"Abbiamo dimostrato che entrambi i genitori sono necessari per tenere in piedi una famiglia - ha detto ai giornalisti McCain, a margine di un comizio - quindi non credo nelle adozioni gay". McCain e la moglie Cindy hanno adottato una figlia nata in Bangladesh e il senatore invita gli americani a fare altrettanto, purché siano etero.
Le parole di McCain hanno sollevato un inevitabile polverone. "McCain - ha commentato Jody Huckaby, responsabile dell'associazione 'Parents, Families and Friends of Lesbians and Gays' - vuol negare l'affetto di una casa a bambini che ne hanno disperatamente bisogno, sulla base di un pregiudizio medievale su come dovrebbe essere fatta una famiglia".
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