(Tiscali notizie) L'Independent si mobilita sul caso di Mehdi Kazemi, il 19enne gay iraniano che rischia l'estradizione nel Regno Unito per essere deportato in Iran e, quasi sicuramente, giustiziato per "sodomia". Il quotidiano britannico, da sempre in prima linea nella difesa dei diritti umani - da lì è partito il recente appello internazionale per salvare dalla condanna a morte il giornalista afgano Kambakhsh - dedica la prima pagina a quella che viene giudicata "una decisione di vita o di morte". Il titolo è in bella mostra sullo sfondo rosso sangue e la foto di un giovane con gli occhi bendati, in attesa dell'impiccagione: "Un giovane gay ha chiesto asilo in Inghilterra dopo che il suo fidanzato è stato giustiziato per omosessualità - si legge - allora perché il governo britannico è così determinato a rispedirlo a Teheran, dove rischia con ogni probabilità l'esecuzione?".
Il quotidiano ripercorre la vicenda di Kazemi, - Il giovane è "arrivato a Londra per imparare l'inglese nel 2004 e ha poi scoperto che il suo fidanzato era stato arrestato dalla polizia iraniana, accusato di sodomia e impiccato". In una telefonata con il padre rimasto in Iran, Kazemi apprende che prima dell'impiccagione nell'aprile 2006, il suo fidanzato sotto interrogatorio fece il suo nome fra i partner con cui aveva avuto rapporti. Temendo per la sua incolumità, Kazemi richiede quindi asilo nel Regno Unito, asilo che gli viene negato alla fine del 2007.
Si è rifugiato in Olanda ma è stato arrestato - "Terrorizzato dalla prospettiva di deportazione, il giovane iraniano ha fatto un tentativo disperato di evitare l'estradizione e ha lasciato il Regno Unito per l'Olanda, dov'è attualmente detenuto fra le proteste degli attivisti in difesa dei diritti umani" scrive l'Independent. Ieri, riferisce il giornale, Kazemi è apparso in tribunale per chiedere alle autorità dei Paesi Bassi di non estradarlo nel Regno Unito, da cui quasi di certo sarà rimpatriato in Iran.
Kazemi ha scritto al ministro dell'Interno, Jacqui Smith - "Non sono venuto nel Regno Unito per chiedere asilo. Ero venuto per studiare e poi fare ritorno nel mio paese. Ma negli ultimi mesi la mia situazione è cambiata. Le autorità iraniane hanno scoperto che sono omosessuale e mi stanno dando la caccia". "Non posso frenare la mia attrazione nei confronti degli uomini - ha sostenuto nella lettera - E' qualcosa con cui dovrò convivere per il resto della mia esistenza. Sono nato con queste emozioni, e non le posso cambiare, ma sfortunatamente non posso esprimere le mie emozioni in Iran. Se ci torno sarò condannato e giustiziato, proprio come il mio ex".
Il destino del giovane è ora appeso al verdetto della corte olandese - Stabilirà se dargli il permesso di chiedere asilo nei Paesi bassi o estradarlo nel Regno Unito. Il suo caso ha già scatenato le proteste dei principali gruppi internazionali per i diritti gay, e non solo. In Italia si sono mobilitati, in particolare, il Gruppo EveryOne e i Radicali. Stando alle ong iraniane sui diritti umani, oltre 4mila fra gay e lesbiche sono stati giustiziati dalla Rivoluzione islamica del 1979. L'ultimo caso di pena di morte imposta a un omosessuale ha riguardato un 21enne, Makwan Moloudzadeh, impiccato in dicembre dopo la condanna per sodomia, o 'lavat', che è una pena capitale per la legge iraniana. Dall'Home Office, denuncia l'Independent, ammettono che in Iran ci sono state esecuzioni di omosessuali ma, "senza motivo respingono l'accusa di una sistematica repressione di gay e lesbiche".
Il parere del governo britannico - Al momento nessuna dichiarazione ufficiale sui singoli casi, ma si limita a sottolineare il suo "impegno a fornire protezione agli individui per cui è dimostrabile un bisogno reale, in accordo con gli impegni derivanti dal diritto internazionale. Se la richiesta d'asilo è respinta, esiste il diritto di appello a un giudice indipendente, e il rimpatrio è previsto soltanto per coloro che, in base al processo di richiesta di asilo e ai tribunali indipendenti, non risultano avere bisogno della protezione internazionale".
giovedì 6 marzo 2008
In Iran è condannato a morte. Estradizione gay, si mobilita l'Independent.
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Arcigay scaricata da tutti i partiti. La Sinistra Arcobaleno, esclude Zan. Sempre più evidente la disastrosa gestione di Aurelio Mancuso.
Bene le candidature De Simone e Luxuria, le sosterremo.
(Apcom) "Siamo molto dispiaciuti per l'esclusione di Alessandro Zan, presidente veneto e della segreteria nazionale di Arcigay, dalle liste di Sinistra Arcobaleno". E' quanto dichiara in una nota Aurelio Mancuso, presidente nazionale di Arcigay, ricordando che "i partiti padovani dell'alleanza avevano sottoscritto un documento a sostegno della sua candidatura, e tutte le realtà territoriali venete di Arcigay avevano chiesto un segnale positivo".
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Addio a Enrico Job il "settebellezze" della scenografia.
Il grande scenografo e costumista è morto a 74 anni. Marito della Wertmüller, ha lavorato anche nei suoi film.
(Masolino D'Amico - La Stampa) Mentre metteva in crisi l’Arte con la maiuscola contestandone i linguaggi (via il figurativo, via l’armonia, via la prosa elaborata), il Novecento recuperava le arti con la minuscola, ossia quelle cosiddette minori, regalando attenzione e dignità al cosiddetto artigianato: così oggi un piattino di Sèvres o un mantello da sera di Worth entrano nei musei, e i loro autori un tempo anonimi sono sacrosantamente additati all’ammirazione. E’ dunque ormai perfettamente lecito salutare in Enrico Job, che rinunciò a essere pittore, un grande artista del nostro tempo per la sua attività di costumista e scenografo teatrale e cinematografico, anche se egli stesso raccontava di averla intrapresa per ripiego.
Job era nato nel 1934 a Napoli, dove il padre, veneto e importatore di frutta nella Germania di Hitler, si era trasferito in fretta a causa del cognome di apparente origine ebraica; aveva trascorso l’infanzia a Napoli, e poi l’adolescenza a Milano. Precocemente divorato da una passione per il disegno, si era educato da sé copiando i maestri antichi dalle cartoline, fino a quando il padre rinunciò a fare di lui un geometra e lo iscrisse a Brera.
Voleva fare il pittore, ma entrò in una crisi profonda quando, ormai ventisettenne, si rese conto che il mercato non aveva molto da offrire a un anomalo come lui, appassionato di Beccafumi, del Parmigianino, e insomma della fredda sensualità dei Manieristi. Così con una decisione caratteristica della sua incapacità di compromesso, nel ’61 disse addio per sempre ai pennelli (in seguito avrebbe commentato a suo modo la moderna contestazione dell’arte tradizionale, con esposizioni di un elegantissimo neonichilismo inquietante e beffardo). Sul momento la rinuncia non fu liberatoria, anzi, ne seguirono anni di profonda infelicità se non addirittura di depressione. Non sapendo fare altro che disegnare, comunque, Job pensò al teatro, e cominciò a mostrare in giro bozzetti per costumi di spettacolo, così personali da risultare invendibili, almeno fino a quando non capitarono in mano allo scenografo e costumista Luciano Damiani. Riconoscendo un talento, questi invitò il giovane a lavorare con lui, e in seguito lo sfruttò, sia pure in un simpatico clima di bottega, per diversi anni. Come costumista in proprio Job debuttò alla Scala con una Semiramide di Rossini (1962), regista Margherita Wallmann, e continuò lavorando prevalentemente per il Piccolo di Milano, dove collaborò anche a celeberrimi spettacoli di Strehler come Galileo e Il gioco dei potenti nonché, in seguito, I giganti della montagna.
Due incontri successivi segnarono il decollo della sua personalità nel mestiere che ormai si era scelto. Il primo fu col coetaneo Luca Ronconi - vedi i costumi del 1968 per Riccardo III con Gassman e per Il candelaio, e quelli (con l’impianto scenografico) per Orestea di Eschilo (1972). Il secondo fu con la regista Lina Wertmüller, da subito sua compagna per tutta la vita. Il sodalizio con quest’ultima produsse scenografie per la prosa, per la lirica, e soprattutto per il cinema, dove Job aveva debuttato in punta di piedi (Spara forte... più forte... non capisco di Eduardo De Filippo, 1974) ma dove poi avrebbe dato corpo ad alcune delle immagini più indimenticabili dello schermo italiano di ogni tempo (alla rinfusa: il bordello di Storia d’amore e d’anarchia, 1973; il lager di Pasqualino Settebellezze, 1975; la cucina napoletana maiolicata di Sabato, domenica e lunedì, 1990).
Con la moglie, Job avrebbe firmato più di venti pellicole, nelle quali la sua presenza è così determinante da giustificare l’interrogativo sull’importanza della scenografia in uno spettacolo. Qui la risposta naturalmente non può che essere, «dipende dallo spettacolo». E’ vero tuttavia che in una famosa intervista Job stesso, rievocando la sua nutritissima attività - più di cento titoli tra prosa, lirica, grande e piccolo schermo -, disse di avere smesso di considerarla solo come un modo di sbarcare il lunario quando capì di potersi considerare coautore, alla pari col regista. In effetti, alcune sue concezioni sarebbero sembrate prepotenti - il lussuoso salotto da cinema americano anni trenta per la famigliola ebraica di Brooklyn in Vetri rotti, regia di Mario Missiroli, 1995; il grandioso repertorio di quadri e mobili antichi per il miserabile deposito di arredi da noleggio concepito da Eduardo per Le voci di dentro, regia di Francesco Rosi, 2004); in ogni caso, però, comunicavano una festosa, irresistibile felicità di invenzione.
Con alcuni registi, Lina a parte, Job ebbe un rapporto particolarmente costante e fecondo, in primis Mario Missiroli, da Verso Damasco, 1978 a Medea di Euripide (1996), ma poi anche con Mina Mezzadri, Francesco Rosi, lo stesso Eduardo. In un paio di occasioni curò egli stesso anche la regia dello spettacolo (le opere liriche Il trovatore, 1990, e Elisabetta regina d’Inghihlterra (1991). Da vero uomo del Rinascimento, infine - colto, curioso, disincantato, segretamente appassionato, umile verso il lavoro e orgogliosissimo della propria competenza - fu anche scrittore, di tre romanzi diversamente autobiografici, il più recente dei quali, Il cavallo a dondolo, è recentissimo (2006).
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Fisco&Gabbana. Quando gli stilisti sono evasori con poco stile.
Quell'evasore ha stile. Due milioni di multa a Dolce e Gabbana. Venti contestati a Ferragamo. I big della moda nel mirino degli 007 delle tasse.
(Paolo Biondani ed Emiliano Fittipaldi - L'Espresso) Era il 1994, ma sembra un secolo fa. Di Pietro era ancora pm, Berlusconi aveva formato il suo primo governo e in Procura a Milano cominciavano a sfilare gli stilisti. L'inchiesta - una delle ultime di Mani pulite - coinvolse quasi tutti i marchi più famosi del made in Italy, per chiudersi con pochi patteggiamenti, molte prescrizioni e alcune clamorose assoluzioni. Ora il fisco ha deciso di tornare in passerella. Con nuove accuse di evasione a due gruppi tricolori di fama internazionale: Dolce&Gabbana e Ferragamo.
Fisco&Gabbana
La prima accusa riguarda l'anno 2002: in quei 12 mesi, secondo il fisco, per Dolce&Gabbana era di moda il nero. A documentarlo è una sentenza del 21 febbraio scorso, che conferma i sospetti degli ispettori tributari su uno dei settori più controversi dello stratificato mercato della moda: i rapporti economici tra gli stilisti e le ditte-satellite che comprano i loro prodotti esclusivi e li rivendono perlopiù ad altri distributori commerciali, chiamati in gergo "stockisti". Al centro del caso c'è un processo tributario da 2 milioni di euro che riguarda la Sto.Tex srl, controllata all'80 per cento dalla Dolce&Gabbana Industria spa. Dopo una verifica in azienda, gli uomini dell'Agenzia delle entrate di Legnano contestano alla società "gravi omissioni" nella quantificazione delle "giacenze di magazzino": per gli accertatori la Sto.Tex non ha dichiarato nei libri contabili di aver rivenduto ben 126.679 prodotti di abbigliamento con il marchio D&G, che aveva in precedenza acquistato dalla casa-madre. Tutta quella merce che sembra sparita dai depositi, in realtà sarebbe stata rivenduta agli stockisti rigorosamente in nero. Un giro d'affari clandestino che avrebbe permesso alla Sto.Tex di nascondere redditi per 2 milioni e 445 mila euro. Per evitare una multa di quasi 2 milioni di euro (tra imposta evasa e sanzioni), la società presenta ricorso attraverso gli avvocati Dario Romagnoli e Giancarlo Zoppini, che fanno parte di uno dei più prestigiosi studi di commercialisti milanesi, quello fondato e tuttora guidato dall'ex ministro Giulio Tremonti.
Durante il processo, il 21 novembre 2007 i difensori chiedono un rinvio e tentano una conciliazione: la Sto.Tex accetta di aumentare le vendite dichiarate, ma solo per 28 mila prodotti, che corrisponderebbero a maggiori profitti per 342 mila euro. La società, inoltre, rinuncia a contestare di aver esposto costi per 97 mila euro in verità "indeducibili". L'Agenzia di Legnano, però, rifiuta di patteggiare: la verifica fiscale sulle effettive rimanenze di magazzino ha accertato lacune tanto "gravi" da far risultare "inattendibile tutta la contabilità aziendale". Quindi la Sto.Tex resta chiamata a pagare l'intera multa, senza sconti: a conti fatti, un milione e 940 mila euro. Il 30 gennaio 2008 i due professionisti dello studio Tremonti presentano una corposa memoria difensiva che addebita agli ispettori del fisco una presunta catena di errori clamorosi: l'agenzia avrebbe fatto confusione tra "capi" e "pezzi", calcolando come prodotti destinati alla vendita, ad esempio, ben 27 mila "accessori interni per abiti", che secondo l'azienda sarebbero "semplici etichette dei vestiti".
Il 13 febbraio i giudici dell'ottava Commissione provinciale di Milano (presidente Mario Piscitello) si ritirano in camera di consiglio: la sentenza dà completamente ragione al fisco. Le motivazioni spiegano che, "di fronte alla sussistenza e all'importanza delle criticità" denunciate dagli ispettori, la difesa della Sto.Tex "si limita ad affermazioni di principio non supportate da alcun elemento documentale". "Appare singolare", rimarca la sentenza, il fatto che che la Sto.Tex abbia "sottratto alla conoscenza di questo giudice tutti i documenti contabili ed extracontabili in suo possesso, su cui pure fonda in parte la sua difesa". Altrettanto strana sembra ai giudici la scelta di citare, nella "scrupolosa memoria" difensiva, solo alcuni "allegati", senza invece depositare l'intero verbale d'accusa. In conclusione, la sentenza riconferma l'intera multa e condanna la Sto.Tex a pagare anche le spese del processo. Ora la società controllata da Dolce e Gabbana può impugnare il verdetto in appello davanti alla Commissione tributaria regionale di Milano.
Ferragamo l'olandese
Dolce e Gabbana sono in buona compagnia. Anche la casa di moda Ferragamo, infatti, è finita nel mirino degli ispettori di Visco, che ipotizzano un'evasione fiscale - sanzioni comprese - superiore ai 20 milioni di euro. Il caso è intricato e registra sentenze contrastanti. Ma l'ultima puntata è stata sfavorevole al gruppo fiorentino. La sentenza negativa è firmata dalla Commissione tributaria provinciale di Firenze, ma è probabile che l'esito finale della complessa vertenza sarà deciso solo in Cassazione. L'accusa ipotizza la cosiddetta "esterovestizione". Per uno stilista italiano sembra il colmo, ma si tratta di un sistema diffuso per eludere le tasse: una o più società riconducibili allo stesso soggetto economico dichiarano di avere la sede centrale fuori del territorio italiano, in modo da sfruttare tassazioni agevolate di altri paesi. Nel caso di Ferragamo, la holding è localizzata in Olanda. Il fenomeno degenera in illecito fiscale, cioè in esterovestizione, se il fisco riesce a dimostrare che all'estero in realtà c'è solo una sede formale, una facciata legale, mentre l'attività economica viene di fatto gestita, amministrata e diretta dall'Italia.
L'inchiesta sul gruppo Ferragamo era stata aperta dalla Guardia di Finanza di Firenze quando a dirigerla era il generale Andrea De Gennaro, da poco divenuto comandante provinciale a Roma. La holding di Ferragamo viene inizialmente messa sotto accusa per gli anni fiscali 1996-1999, ma i giudici fiorentini, in una prima pronuncia dell'ottobre 2005, senza entrare nel merito della vicenda, sottolineano vizi procedurali e dichiarano la nullità della notifica. Gli ispettori però non si arrendono, e ripetono l'identica accusa per il periodo 2000-2001. Stavolta la commissione, composta da altri giudici, entra nel merito e dà ragione agli esattori: la sede effettiva del gruppo non è in Olanda, ma nel nostro Paese, visto che perfino i più semplici ordini di amministrazione interna (come l'acquisto di toner e stampanti) vengono decisi da Ferragamo Italia. Riportando la residenza della holding al di qua delle Alpi, l'Agenzia delle entrate ora chiede non solo di versare in Italia tutte le imposte sul reddito complessivo della "esterovestita" (che pagava le tasse solo ad Amsterdam), ma anche di cancellare altri vantaggi ritenuti illegittimi: quando incassava i dividendi prodotti dalla società olandese la casa madre fiorentina pagava aliquote più basse di quelle italiane.
Se il caso Ferragamo è un classico esempio di giurisprudenza discordante (con la stessa commissione che prima nega e poi conferma l'accusa di evasione), ancora più vistoso è un caso di presunta frode dell'Iva che chiama in causa un gruppo imprenditoriale di Prato, presieduto da Paolo Sarti, l'ex leader degli industriali della città toscana. Nonostante non sia a capo di un impero finanziario, l'imprenditore (che opera nel tessile, nell'alimentare - la sua Food Italia è tra i leader nelle vendite di pizze surgelate - e nell'immobiliare) è sotto inchiesta per una cifra-monstre, ben 22 milioni di euro: Iva detratta indebitamente o richiesta a rimborso senza averne titolo. L'indagine, nata all'inizio del 2007, ha coinvolto decine di persone: sei sono finiti in carcere. Gli inquirenti ipotizzano un giro di compravendite fasulle: prodotti come filati, macchinari, persino imbarcazioni, figurano venduti da una società all'altra, ma in realtà tornano al proprietario iniziale addirittura prima del calar del sole. Il presunto cervello della frode fiscale, il commercialista riminese Giampaolo Corabi, che si presentava come consulente dell'autorevole studio Sutti di Milano, ha patteggiato lo scorso ottobre una pena di tre anni e due mesi.
Tra vip della moda, imprenditori e campioni dello sport, l'Agenzia delle entrate della gestione Visco sta sparando le ultime, pesantissime cartucce. Ma le elezioni sono vicine e pochi ispettori scommettono che la lotta all'evasione fiscale continuerà, soprattutto in caso di vittoria del centrodestra, con la stessa lena degli ultimi mesi. I vertici dell'Agenzia sono pronti a fare le valigie, nonostante rivendichino di aver fatto il possibile per dimostrare che la legge è uguale per tutti. Più dei versamenti imposti a tante celebrità di sport e cinema (da Valentino Rossi a Ornella Muti, da Mario Cipollini a Marco Van Basten), tra i successi della squadra guidata da Massimo Romano spiccano i casi della Bell e le verifiche fiscali su Telecom Italia (solo l'accertamento per la fusione con Blu vale oltre un miliardo). E mentre l'Agenzia si prepara a chiudere le indagini sull lista dei presunti evasori di Vaduz, continuano anche altri accertamenti a otto zeri. Un nome per tutti: Stefano Ricucci. La sua Magiste international ha già restituito oltre 25 milioni di euro, ma il confronto tra Agenzia e la società Magiste Real Estate, attualmente in concordato fallimentare, non è terminato. Gli ispettori contestano plusvalenze da capogiro e tra un mesetto dovrebbero formulare l'accusa finale: si parla di circa 50 milioni tra imposte evase e sanzioni.
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GF8. Per colpa di Raffaella è rottura tra Christine e Francesco. Ora si odiano!
Gf8, Chris rompe con Fra. Il romano crede a Raffaella.
(TGCom) Questa volta tra Christine e Francesco è davvero finita. La rottura tra i due appare insanabile. Tutto è nato da una "confessione" infelice di Raffaella. La bimba di casa infatti ha raccontato a tutti gli altri componenti della Casa che la bionda milanese avrebbe definito "finto" il matrimonio tra Benedetta e Thiago. La ricciola napoletana arricchisce il racconto di ulteriori particolari, che si riveleranno falsi.
Christine non ci sta, si sente diffamata dalle parole di Raffaella e afferma davanti a tutti che le parole della bella napoletana sono false. "Io ho soltanto detto che Benedetta e Thiago sono troppo cicici, sempre a farsi coccole e non litigano mai", rivela la veejay milanese. Tuttavia Francesco non crede che le parole di Christine siano state esattamente quelle da lei rivelate e tende a credere a Raffaella: "Non credo neanche a mio padre e mia madre, per quale motivo dovrei credere a te?", chiede con tono arrogante Francesco.
Christine rimane allibita. Non crede alle sue orecchie e reagisce malissimo alle parole del ragazzo: "Tu solo con Raffaella potevi stare. In due non fate mezzo cervello!", inveisce la bionda milanese contro Francesco.
Inutili i tentativi del ragazzo di recuperare la gaffe commessa, Chris non ne vuole sapere e urla con gli occhi fuori dalle orbite: "Questa me la paghi!". La ragazza è ferita e non vuole chiarire. Confidandosi con Lina afferma: "Lo strangolo!".
Lina, vedendo l'amica a pezzi, decide di andare a parlare lei stessa con Francesco. Dopo averlo definito "un bambino di cinque anni e mezzo", passa all'attacco: "Dovevi appoggiarla", gli ripete incessantemente. "Possibile che tu hai dubbi su Christine?", chiede ancora la Dottoressa. "Ancora devo capire che ha detto", risponde lui, subito delucidato da una pronta Lina: "Non ha detto niente di quello che ha riferito Raffaella". Lina ce la mette tutta ma alla fine, dopo la lunga discussione, la conclusione è drastica: "Sei fregato!", sentenzia Lina che conosce bene il carattere tenace dell'amica.
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Ragazzino adescato per foto a luci rosse. Adolescenti avvicinati con l’inganno e indotti a farsi riprendere in pose hard.
La Procura indaga su un giro di pornografia minorile nella Marca. Scattate le prime perquisizioni: due persone nel mirino, sequestrati i cellulari.
(La Tribuna di Treviso) Un ragazzino trevigiano convinto con l’inganno a farsi riprendere in posizioni pornografiche da parte di adulti nei confronti dei quali sono ora in corso le perquisizioni. Almeno due, fino a questo momento, le persone finite nel mirino degli inquirenti e alle quali sono stati contestati i reati di pedopornografia e di sostituzione di persona. In un caso gli investigatori hanno sequestrato i cellulari che proverebbero i contatti tra gli adulti e il minore. Gli accertamenti della Procura, che coordina l’attività della polizia postale, sono ancora all’inizio.
Un giro di pedopornografi che si scambiano immagini di ragazzini ripresi in pose hard: è l’ipotesi a cui sta lavorando la Procura di Treviso che ha disposto una serie di perquisizioni nei confronti di alcuni adulti residenti in città e nei centri vicini. Il sospetto è che un adolescente trevigiano sia stato contattato e convinto con l’inganno a farsi fotografare in atteggiamenti e posizioni a luci rosse. Le immagini così ottenute sarebbero state scambiate tra gli organizzatori del giro. Gli investigatori stanno ora cercando quelle immagini. Per questo sono state disposte una serie di perquisizioni a carico di svariate persone residenti nella Marca. Tra loro anche M.V., un giovane già finito nei guai per violenza sessuale nei confronti di una minore con la quale si era spacciato per carabiniere. L’uomo, difeso dall’avvocato Alessandra Nava, si trova attualmente in cella. Nel caso a cui sta lavorando in queste ore la polizia postale, il reato contestato, oltre a quello di pornografia minorile (il 600 ter: chiunque sfrutta minori al fine di realizzare esibizioni pornografiche o di produrre materiale pornografico è punito con la reclusione da 6 a 12 anni), è anche quello di sostituzione di persona. Chi ha contattato il tredicenne, insomma, lo ha fatto usando un’identità e una professione fasulla: con l’inganno lo avrebbe convinto ad accettare qualcosa della cui gravità il ragazzino non si è reso conto. I fatti si sarebbero verificati la scorsa estate, tra luglio e agosto, ma il caso è venuto alla luce solo in questi giorni e la Procura ha disposto immediatamente le perquisizioni. Sotto sequestro sono finiti alcuni cellulari che proverebbero l’avvenuto contatto col minore.
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