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Prooiezioni copertura 22% - Consortium per Rai (Ripr. riservata)
Rutelli..............................44,6%
Alemanno.......................40,6%
Storace...............................3,9%
Ciocchetti...........................3,3%
Baccini................................1,0%
Grillini................................0,9%
martedì 15 aprile 2008
Roma. Rutelli-Alemanno, si assottiglia la distanza. Il ballottagio ormai è certo. Magra figura di Grillini, mancano i voti gay.
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giovedì 10 aprile 2008
Su 630 deputati 448 sanno già di essere certamente eletti.
(Adnkronos) Tre deputati su quattro e altrettanti senatori, entreranno in Parlamento senza essere votati, senza che gli elettori li abbiano espressamente scelti. E' uno degli effetti della lista bloccata, architrave della legge elettorale con cui gli italiani andranno a votare il prossimo 13 e 14 aprile, che determina in anticipo e quasi con certezza scientifica una buona parte della composizione del prossimo Parlamento.
Presi in esame i voti delle precedenti consultazioni, fatta la media dei risultati dei sondaggi sulle intenzioni di voto, il presidente del Comitato per i referendum elettorali, Guzzetta, ha elaborato uno studio che sottolinea tra l'altro le conseguenze delle candidature multiple.
Su 630 deputati, 448 sanno gia' di essere stati certamente eletti, mentre solo 181 rimangono in sospeso.
Il calcolo e' presto fatto: il 71% dei componenti della Camera si conosce gia', cognome per cognome, prima del voto. Al Senato la percentuale del 'seggio sicuro' sale al 74%: 236 hanno gia' ottenuto il lasciapassare per la XVI legislatura e altri 56 attendono il verdetto dell'urna. Con il Porcellum e' quindi passato il principio del "si vota ma non si sceglie", ha spiegato Guzzetta, che ha arricchito il repertorio delle originalita' delle legge in vigore con un altro dato.
A Montecitorio e a Palazzo Madama sono state presentate 242 candidature multiple che "rischiano di diventare -ha aggiunto il presidente del Comitato referendario- oggetto di un negoziato post elettorale", amministrato da 53 "plurieletti". Guzzetta ha stilato anche una classifica dei candidati presentati in piu' circoscrizioni.
In pole position c'e' Berlusconi (26), seguito da Fini (25), Casini (21), Di Pietro (18) e Bossi, che si ferma a quota 12. Veltroni 'colleziona' invece cinque presenze.
Ce n'e' abbastanza, secondo Guzzetta, per lanciare l'"allarme". "Non siamo contro nessuno ma rivolgiamo un appello, soprattutto alle forze politiche che avranno la responsabilita' di guidare il Paese, a valutare l'effetto di questa situazione in termini di disaffezione, se non di rabbia, dell'elettorato". Non ci si stupisca, ha osservato l'esponente del fronte referendario, se il 13 e
14 aprile "si dovra' registrare un forte aumento dell'astensionismo e sarebbe preoccupante se questa fosse l'unica forma di contestazione da parte dei cittadini".
"Dal giorno dopo le elezioni l'orologio referendario ricomincera' a correre. Il tempo dato ai partiti per cercare un accordo non e' eterno". Vietato siglare, ha concluso Guzzetta, un'intesa solo per onore di firma. "L'accordo deve essere buono. Per questo dal 18 maggio, giorno in cui doveva svolgersi il referendum, attiveremo una sorta di vigilanza civile sulle riforme istituzionali".
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19:54:00
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venerdì 21 marzo 2008
Elezioni e candidati gay. Un elenco di futuri trombati? Il timore c'è.
Tanti nomi e poche certezze.
Paola Concia è data per sicura nella corsa al Parlamento. Probabile Titti De Simone, capolista in Basilicata. Numerose le candidature omosex e trans, ma poche le speranze. Mancuso: «È mancata regia».
(Delia Vaccarello - L'Unità) Il gay pride 2007, che a Roma ha riempito piazza San Giovanni più del Family day, lasciava ben sperare. Il movimento omosex e trans aveva mostrato la propria consistenza. Ma il rapporto con i partiti alla prova delle candidature lo ha visto in tutt’altra forma. Se nella passata legislatura quattro scranni di Montecitorio erano occupati da gay, lesbiche, trans (Grillini, Luxuria, De Simone, Silvestri), la prossima potrebbe riservare qualche sorpresa. Franco Grillini, presidente onorario Arcigay, che si è dissociato dai Ds in vista della nascita del Pd, ha tutt’altro che la certezza di una rielezione. Candidato con i socialisti in Emilia e in Lombardia, mette alla...
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09:05:00
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giovedì 20 marzo 2008
Lettera aperta a chi voterà Partito Democratico.
(Cadavrexquis) Dunque avete deciso, nonostante tutto, di votare il Partito Democratico di Walter Veltroni e magari nemmeno l'avete scelto perché siete convinti della sua bontà - e del resto, come sarebbe possibile? -, ma perché, ancora una volta, lo giudicate l' "ultimo baluardo" per impedire a Berlusconi di presiedere di nuovo il governo di questo disastrato paese. Mi spiace, ma non sono d'accordo: ho già dato, la mia parte l'ho già fatta. Ho già votato tutto il votabile, in passato, solo perché altrimenti vinceva Berlusconi che ora, guarda caso, si candida per la quinta volta consecutiva a presidente del consiglio. Non rispondo a una quinta chiamata alle armi: se a voi basta questo per accorrere, prego, fatevi avanti. Io vorrei scegliere secondo coscienza e, soprattutto, fare una scelta politica a favore e non contro. Berlusconi è un flagello per l'Italia, ma se domani lui scomparisse dalla scena politica di questo paese non avremmo comunque risolto niente. Berlusconi non è la malattia, ma il sintomo di una malattia: il "berlusconismo" - quel misto di volgarità, arrivismo, menefreghismo nei riguardi del bene comune, corruzione, culto delle apparenze e ipocrisia pubblica - è, in un certo senso, antecedente a Berlusconi stesso e ormai costituisce l'essenza degradata di questo paese. Berlusconi avrà la maggioranza dei voti perché è l'espressione perfetta della pancia dell'Italia. Contro tutto questo il Pd non serve a niente, anche perché a sua volta è espressione di un "berlusconismo soft" - qualcuno sta tenendo il conto delle trovate idiote di Veltroni, delle sue dichiarazioni prive di consistenza (che Cacciari, almeno una volta, ha definito senza mezzi termini "puttanate"), della sua mania per i sondaggi, simmetrica a quella di Berlusconi? Senza contare che se voi votate Pd solo "contro" Berlusconi, siete in un certo senso smentiti dallo stesso Veltroni, che ha messo la sordina persino su questo aspetto della faccenda. (Quando qualche giorno fa è andato a trovare gli italiani che vivono e lavorano a Lugano e che hanno scherzato sul fatto che Berlusconi ci è andato solo per le sue operazioni di chirurgia plastica, lui è rimasto tetragono: non sia mai che gli scappi da ridere per una battuta contro Berlusconi). Dopo questa premessa e senza rubare il "lavoro" a lui, che offre tre motivi al giorno per non votare Pd, un paio di cose vorrei dirle anch'io.
L'altro giorno Veltroni è andato al forum annuale di Confcommercio, a Cernobbio, per presentare il suo programma. Come era prevedibile, Veltroni non ha convinto molto la platea: qualcuno ha sostenuto che c'è "sovrapposizione" tra il programma del Pd e quello del Pdl, e quindi si fatica a scegliere. E' stato accolto con scetticismo, insomma. Più tardi ha parlato anche Berlusconi che, scherzando - ma non troppo -, ha dichiarato, a proposito di Veltroni: "Copia i nostri programmi, dice le nostre stesse cose, e allora magari potremmo anche candidarlo a premier per il Pdl, è il nostro campione". Questo è solo un episodio, ma non è nemmeno l'ultimo, della strategia veltroniana di rincorrere i voti del centro e, persino, della destra. Lo scetticismo dei commercianti è comprensibile: perché, potendo votare l'originale, dovrebbero sceglierne una copia sbiadita? Che cosa aveva in mente Veltroni quando ha candidato, nelle sue liste, certi esponenti di Confindustria come Matteo Colaninno e Massimo Calearo? Per quale motivo io, che traggo il mio reddito dal mio lavoro e basta, dovrei votare un partito che candida - con garanzia di elezione - due confindustriali (uno dei quali, oltretutto, sosteneva la "rivolta fiscale" della Lega Nord e che durante la legislatura potrebbe anche abbandonare lo schieramento di centrosinistra)? Se è vero che c'è una parziale sovrapposizione di interessi tra imprenditori (o, per usare un termine fuori moda, "il capitale") e lavoratori dipendenti, è anche vero che è la sovrapposizione di due insiemi che si intersecano solo per una minima parte: l'interesse comune è che le aziende producano e non falliscano, ma poi quando si tratta di distribuire il reddito, gli interessi non coincidono più - o almeno così mi pare. Se è giusto che ci sia discussione e composizione dei vari interessi, anche divergenti, sarebbe opportuno che questa discussione avvenisse in parlamento tra parti che rappresentano diversi interessi, e non prima, all'interno del partito. Invece per Walter Veltroni pare che debba essere proprio così. Non sono stato io, in fin dei conti, ad aver dichiarato che il partito democratico è "riformista", ma "non di sinistra" - qualunque cosa questa distinzione volesse dire -, bensì il suo stesso segretario, a un'intervista con El Pais. Io invece penso che esista ancora una distinzione tra l'essere di sinistra e il non esserlo e una delle caratteristiche di questa distinzione è nel peso che si dà alla difesa di chi vive solo del proprio lavoro. Me lo spiegate voi come fate a mandare giù questo boccone? Mi spiegate come fate ad adorare Zapatero e poi accettare che il vostro candidato presidente del consiglio vi prenda a schiaffi così?
Vogliamo poi parlare di laicità e di diritti civili? Il Pd, durante l'ultima legislatura, ha votato compatto in senato - con l'unica eccezione, lo ricordo, di Furio Colombo - affinché venissero mantenuti i privilegi fiscali della Chiesa cattolica. Non si è nemmeno astenuto - come ha fatto Rifondazione comunista -, no, ha proprio votato a favore del mantenimento di questi privilegi. E voi ora siete pronti a votarlo. Il Pd ha candidato ancora Paola Binetti, un'estremista cattolica dell'Opus Dei, che se ne è uscita più volte con affermazioni molto gravi nei confronti degli omosessuali e che ha votato contro il suo stesso governo quando doveva passare la norma anti-omofobia: almeno Turigliatto, quando ha fatto la stessa cosa in occasione del rifinanziamento della missione in Afghanistan, è stato invitato a lasciare Rifondazione comunista. Il Pd invece no, è più generoso e, per ricompensarla del servizio prestato, ricandida chi avrebbe potuto anche far cadere il suo governo. Faccio inoltre notare che Paola Binetti non è un personaggio isolato - "uno tra mille", per riprendere l'espressione che Berlusconi ha usato a proposito di Ciarrapico -, ma è una degli esponenti di una nutrita pattuglia di futuri parlamentari "teodem", grazie ai quali non ci sarà nessun progresso su laicità e diritti civili con un eventuale governo Veltroni. E, come se non bastasse, Paola Binetti e gli altri teodem non sono dei puri e semplici "ospiti" del Partito Democratico - come lo sono i nove Radicali "garantiti" -, ma sono tra i fondatori del partito stesso. Lo mette bene in chiaro la stessa Binetti, in un'intervista al Giornale, oltre a specificare che sull'aborto è pronta a votare con la Pdl. E voi questo partito siete disposti a votarlo (pur di non avere il turpe Berlusconi al governo)? Infine, la questione dei diritti civili, soprattutto per quanto riguarda le persone omosessuali. Oltre a essere una questione molto concreta, è anche una questione simbolica: equivale a scrivere, nero su bianco, che noi gay siamo cittadini di prima categoria come tutti gli altri. Se già il programma dell'Unione era molto timido al riguardo e, pilatescamente, aveva proposto una versione depotenziata dei Pacs, i Dico, ora il Pd è ancora più timido e parla di generici "diritti degli individui", ma non di riconoscimento del diritto delle coppie omosessuali a essere considerate famiglie a pieno titolo. Lo ha ribadito lo stesso Veltroni nell'intervista al Pais citata poco fa: "Però non voglio introdurre in campagna temi che dividano gli italiani. Faremo una cosa con più sfumature, per includere sensibilità diverse". A chi l'avesse dimenticato ricordo che Veltroni ha disertato la seduta in Campidoglio, a Roma, in cui si dovevano approvare i registri comunali per le unioni civili. Ora, uscito Franco Grillini dai DS, non c'è più nemmeno bisogno di far finta di avere a cuore i diritti civili dei gay. Con che coraggio voi che avete, in passato, criticato il governo di centrosinistra per il suo immobilismo ora voterete Pd? Perché volete, adesso, votare proprio i traditori? Non sarebbe meglio, a questo punto, che votaste direttamente e paradossalmente il nemico, cioè Berlusconi e la sua coalizione?
Tuttavia qualcuno di voi pensa - e sono stato tentato di pensarlo anch'io - che il Pd si potrebbe salvare grazie ad alcune candidature di prestigio o grazie al fatto che Veltroni ha accettato di accogliere nelle sue liste un certo numero di esponenti radicali. Naturalmente ha divertito molto anche me vedere i "vade retro Satana" pronunciati dai cattolici più intransigenti, ma il divertimento è finito lì. Infatti i Radicali e altri laici - come Umberto Veronesi, subito controbilanciato però da altre candidature papiste - non fanno parte del Partito Democratico: ne sono soltanto "ospitati". La loro presenza non rende più "digeribile" il Partito Democratico stesso perché non è parte costitutiva del suo DNA, per così dire. (Diverso sarebbe stato se, per esempio, i Radicali si fossero sciolti e fossero diventati un soggetto costitutivo del Pd, al pari dei "teodem" di Binetti e compagnia brutta). Ormai sono arrivato a credere che alcuni singoli individui non migliorino - o non peggiorino - un partito. Quello che importa, infatti, sono la struttura e il "sistema". E io vorrei votare una "struttura" che, nel caso di un partito, si esprime attraverso un posizionamento chiaro, degli obiettivi precisi e non contraddittori, un'idea politica e di società. Perché un gruppo è sempre più della somma delle persone che lo costituiscono, ma la somma deve possedere una direzione ben precisa, e concordata, verso cui andare, perché altrimenti è soltanto un caos fatto di tensioni non conciliabili e non riconducibili a un progetto o a una visione comuni. Se voi vi fidate di una cosa del genere, vi auguro tanta buona fortuna: ne avremo bisogno. Sono consapevole che si debbano accettare compromessi, ma i compromessi si accettano su basi condivise: per me sarà già un buon compromesso votare, comunque, Partito Socialista. Non avrà, probabilmente, rappresentanza in parlamento, ma almeno c'è un'idea di polity che in gran parte condivido e che non vorrei morisse del tutto. Perché se i DS avessero avuto più coraggio sarebbero andati in quella direzione, nella direzione di una sinistra riformista che ormai in Italia ci scorderemo per un bel po'.
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giovedì 6 marzo 2008
Arcigay scaricata da tutti i partiti. La Sinistra Arcobaleno, esclude Zan. Sempre più evidente la disastrosa gestione di Aurelio Mancuso.
Bene le candidature De Simone e Luxuria, le sosterremo.
(Apcom) "Siamo molto dispiaciuti per l'esclusione di Alessandro Zan, presidente veneto e della segreteria nazionale di Arcigay, dalle liste di Sinistra Arcobaleno". E' quanto dichiara in una nota Aurelio Mancuso, presidente nazionale di Arcigay, ricordando che "i partiti padovani dell'alleanza avevano sottoscritto un documento a sostegno della sua candidatura, e tutte le realtà territoriali venete di Arcigay avevano chiesto un segnale positivo".
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venerdì 29 febbraio 2008
Pdl. Berlusconi mette la Brambilla alla porta? Ai circoli solo 3 seggi.
(La Stampa) A Ferragosto dell’anno scorso pareva destinata a salvare il centrodestra, l’unta del Signore (Berlusconi) che doveva sostituirlo (in prospettiva) alla guida del suo nuovo partito e (forse) persino a Palazzo Chigi. Faceva persino tremare i maggiorenti di Forza Italia.
Ieri mattina la rossa di Calolziocorte, quando ha letto quella cifra sui giornali, ha capito tutto. Tre su 340. Michela Vittoria Brambilla non serve più alla causa, vale pochi seggi, da considerare nel computo dei 182 che Fi conta di avere alla...
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domenica 10 febbraio 2008
Piepoli: Il voto di aprile è una formalità, "Berlusconi e Fini hanno già vinto".
(Il Giornale) Professor Piepoli, allo stato attuale Berlusconi avrebbe vinto?
«Non avrebbe, ha». Tutte le novità di questi giorni (Veltroni che corre da solo, Forza Italia e An in lista insieme) non cambiano niente? «Partiamo dal dato di oggi: la somma di An e Forza Italia è 40 per cento, 16 milioni di voti. Con questo tipo di configurazione politica, Berlusconi ha vinto le elezioni».
La lista unica di centrodestra non penalizza i due partiti?
«Non muta nulla. I voti non si muovono, non si inventano. Per ora sono semplicemente trascinati. Stiamo votando con la peggiore legge elettorale, e la gente si aggrappa ai partiti».
L'azzardo di Veltroni non lo ripagherà?
«Il Pd è al 30%, 12 milioni di voti. Siamo a 16 milioni per il centrodestra berlusconiano-finiano contro 12 milioni del centrosinistra veltroniano».
Da qui ad aprile nessuna variazione?
«Ci potrebbe essere un 6% di voti portato al nuovo partito se ipoteticamente fosse sponsorizzato dalla Chiesa cattolica, ma non si espone la Chiesa e non si espone il nuovo partito».
E l'Udc?
«L'Udc è un po' debole, soprattutto con questa configurazione di nuovo conio che è la Rosa Bianca, che prenderà voti non sappiamo ancora precisamente a chi. Dopo la conferenza stampa d'esordio, le ricerche le danno un minimo di 400mila voti, 1%».
È bastata l'idea di Baccini per indebolire il partito di Casini?
«Credo che l'Udc paghi la mancata chiarezza».
Che percentuale ha?
«Un 6% scarso. Ma è prevedibile una crescita della Rosa Bianca». Veltroni da una parte e Berlusconi dall'altra si sono mossi con chiarezza. «E la gente lo apprezza. In questo momento se dico chiaramente quello che voglio la gente mi segue di più».
Fino a che punto il Pd si rafforzerà correndo da solo?
«Il Pd sta salendo lentamente, è in assestamento al 30%. Ma il centrodestra ha vinto. Certo tutto è possibile: può darsi che ci sia un improvviso crollo, non so, se Fini viene trovato a rubare la marmellata. Le rotture di trend sono difficili, non le ho quasi mai viste».
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giovedì 24 gennaio 2008
Emergenza democrazia. Gli italiani protestano contro la politica: in caso di elezioni astensionismo al 40%.
(Sfera pubblica) L’insoddisfazione per l’attuale classe politica può tramutarsi in una micidiale protesta, in prospettiva elettorale: l’astensionismo. Le intenzioni di voto, almeno allo stato attuale, segnano un totale disinteresse verso la politica, diretta conseguenza della sfiducia verso la classe dirigente. Secondo alcuni rilevamenti del gennaio 2008, infatti, oltre il 40% degli elettori potrebbe disertare le urne: un dato emblematico del malcontento popolare, che comunque mescola gli “astensionisti volontari” con gli “astensionisti apatici".
Mobilitazione. Il sondaggio è stata effettuato in una fase di forte disillusione: l’emergenza rifiuti, lo scoppio di polemiche politiche, il clima di contrapposizione tra laici e cattolici risultano fattori indigesti ai cittadini alle prese con problemi quotidiani sempre più complessi. Una campagna elettorale intensa, tuttavia, può mobilitare gli elettori che, attualmente, per protesta verso la classe politica hanno annunciato la volontà di astensione. Un’eventuale bassa affluenza alle urne, però, sarebbe il definitivo segnale di scollamento tra cittadini e politica.
Swing voters. Gli swing voters, gli elettori fluttuanti, sono decisivi nelle competizioni elettorali delle maggiori democrazie occidentali e inoltre complicano la vita dei sondaggisti, scegliendo solo all’ultimo momento a quale partito (o candidato) assegnare la preferenza. Le strategie comunicative delle più recenti campagne erano incentrate sulla scuotimento degli swing voters, tendenzialmente “pigri” verso la competizione. Tuttavia, visto lo scenario di forte astensionismo, gli stili di comunicazione degli attori politici dovranno mirare anche alla mobilitazione degli elettori con convinzioni ideologiche, ora delusi dalla situazione politica.
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sabato 19 gennaio 2008
Arrivano le liste Grillo, i partiti fuori dalle urne.
(Dire) L'aveva annunciato: liste con 'bollino Grillo' gia' dalle prossime amministrative. Ora pero', il leader del V-day prepara la battaglia specificando "i requisiti e gli impegni per creare una lista civica certificata e pubblicata". E mette all'indice gli iscritti ai partiti: scelgano, o la tessera o il bollino.
All'atto della loro candidatura e nel corso dell'intero mandato elettorale- stabilisce infatti il primo requisito- i candidati non dovranno essere iscritti ad alcun partito o movimento politico". Secondo: "Il candidato non dovra' avere riportato sentenze di condanna in sede penale, anche non definitive, ne' avere procedimenti penali in corso al momento della propria candidatura".
Terzo: "Il candidato non dovra' avere assolto in precedenza piu' di un mandato elettorale, a livello centrale o locale, a prescindere dalla circoscrizione nella quale presenta la propria candidatura". Quarto: "Ogni candidato dovra' risiedere nella circoscrizione del Comune o della Regione (a seconda che si tratti di elezioni comunali o regionali) per il quale intende avanzare la propria candidatura".
Ma i grillini dovranno rispettare anche tre impegni "impegni". Ogni candidato, scrive Grillo, "si impegna a rimettere il mandato elettorale ricevuto, nel caso in cui, nel corso del suo svolgimento perda o si dimostri non abbia posseduto fin dall'origine uno o piu' dei requisiti minimi sopra descritti". All'atto della propria candidatura, continua, "la lista provvedera' a pubblicare in Rete, in un apposito ed adeguato spazio web, l'elenco dei componenti ed il loro curriculum vitae con il proprio programma di governo ed istituira' contemporaneamente un blog aperto a tutti i cittadini". Infine "la lista non potra' associarsi ad altri partiti o liste, se non certificate dal blog, per governare il Comune o la Regione".
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venerdì 4 gennaio 2008
Riforma elettorale, tra schemi e tattiche i leader nel pallone.
Il modulo Franceschini pare frutto di una logica stringente. Il numero due ha chiesto “Coraggio per passare all’elezione diretta di una persona che abbia la forza di decidere e di guidare il Paese. Che poi sia il presidente della Repubblica eletto, come votò la Bicamerale nel ‘97, o che sia un modello che si avvicini di più al sindaco d’Italia, si vedrà”. Insomma: da sindaco di Roma a quello della nazione il passo, secondo Franceschini (e Veltroni), sarebbe facile e breve.
Non lo è affatto proprio per il protagonista della Bicamerale, Massimo D’Alema che, da convinto sostenitore del modello tedesco (con preferenze), butta lì una domanda e una considerazione: se quello di Franceschini “è un fuoco d’artificio di capodanno allora non vale niente. Ma se è una cosa seria, allora salta tutto: le riforme, il centrosinistra e il governo”. A non convincere il vicepremier è la tempistica dell’intervento del ticket del Pd: “Perché, proprio alla vigilia della ripresa del dibattito tra i Poli sul modello tedesco, con consensi trasversali diffusi, si riscopre il modello francese?”. Tanto che, com’è ormai chiaro da più di un anno, su quel sistema non esiste una maggioranza politica, non solo tra i banchi trasversali del Parlamento, ma neanche tra le fila litigiose dell’Unione.
I timori di D’Alema sono tutti rivolti alla Cosa Rossa. Vero che la proposta di Walter e Dario piace ai presidenzialisti di An (”L’apertura al presidenzialismo va salutata con soddisfazione”, dice Italo Bocchino, responsabile per le riforme del partito di Fini), ai mastelliani dell’Udeur e ai radicali, ma rischia di inimicarsi La Sinistra-Arcobaleno. Da dove non si è fatta attendere una netta bocciatura. Trasporre a livello nazionale il modello romano non va giù alla Cosa Rossa, che proprio nella capitale da tempo sta pensando di aprire i file del suo scontento su sicurezza, decoro urbano, strade mal tenute, trasporti inadeguati, unioni civili. Gennaro Migliore, presidente dei deputati Prc, infatti non ha dubbi: per lui la proposta del Sindaco d’Italia è “Una vera follia impraticabile”.
In questo, il disagio del ministro degli Esteri coincide con quello premier Romano Prodi. Uniti come mai in passato, i due hanno oggi interessi convergenti: tenere in vita il governo, evitando che Veltroni rompa il patto con la sinistra; tenere in vita il dalemismo dentro il Pd, evitando che Veltroni si prenda tutto il potere.
Per il premier in vacanza, parla il deputato Franco Monaco: “Sorprende un po’ lo stop and go o lo zig zag in tema di riforme. È anche la conferma dell’esigenza, da noi più volte avanzata, di un confronto aperto”. Ancor più dura un’altra prodiana doc: Rosy Bindi, già avversaria del duo Veltroni-Franceschini alle primarie dello scorso ottobre. Il ministro della Famiglia ha addirittura chiesto di convocare immediatamente l’assemblea costituente del partito: “Le riforme istituzionali e la riforma elettorale sono cose molto serie. Continuare a lanciare proposte estemporanee con interviste e comunicati stampa non serve a nulla. Anzi rischia di gettare ancor più confusione in un percorso già tanto difficile”.
Difficile da realizzare ma anche da spiegare agli italiani. Che, in mezzo a questo caos di schemi e modelli, è facile prevedere che continueranno a dedicarsi alla nazionale di calcio.
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giovedì 13 dicembre 2007
12/12/1969 ore 16,37 Piazza Fontana.
(Carlo) La strage di Piazza Fontana fu conseguenza di un grave attentato terroristico avvenuto il 12 dicembre 1969 nel centro di Milano, quando, alle 16:37[1], una bomba esplose nella sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura in piazza Fontana, provocando la morte di diciassette persone ed il ferimento di altre ottantotto. Per la sua gravità e rilevanza politica, tale strage ha assunto un rilievo storico primario.
Una seconda bomba fu rinvenuta nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana, fortunatamente inesplosa, furono fatti i rilievi previsti, e successivamente fu fatta brillare, secondo direttive superiori e prassi normali nei casi in cui non sia possibile individuare il meccanismo di accensione, dato l'elevato rischio di morte per il personale non fu tentato di
disinnescarla.[2]. Furono salvate così le vite degli agenti ma distrutti in tal modo elementi probatori di notevole importanza per risalire all'origine dell'esplosivo e a chi avesse preparato gli ordigni.
Una terza bomba esplose a Roma alle 16:55 dello stesso giorno nel passaggio sotterraneo che collegava l'entrata di via Veneto con quella di via di San Basilio della Banca Nazionale del Lavoro, facendo tredici feriti. Altre due bombe esplosero a Roma tra le 17:20 e le 17:30, una
davanti all'Altare della Patria e l'altra all'ingresso del museo del Risorgimento, in piazza Venezia, facendo quattro feriti. Si contarono dunque cinque attentati terroristici nel pomeriggio dello stesso giorno, concentrati, tra il primo e l'ultimo, in un lasso di tempo di soli 53 minuti, a colpire contemporaneamente le due maggiori città d'Italia, Roma e Milano.
http://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_Piazza_Fontana
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lunedì 3 dicembre 2007
Riforma elettorale: il rompicapo di Veltroni.
Veltroni e l’autosufficienza democratica
Nato per archiviare le convivenze tra riformisti e massimalisti imposte dal premio di maggioranza (e responsabili sia del tracollo del Prodi 1 nel 1998 sia della grama vita del Prodi 2), il Pd di Veltroni ha bisogno di una legge elettorale capace di spedirlo al governo senza bisogno di Prc, Pdci, Verdi e Sd e del loro 8-10 per cento. Il “Veltronellum”, che con collegi minuscoli (meno eletti uguale quorum più alti) sovrarappresenta i partiti grandi, garantirebbe al Pd di arrivare a sfiorare il 40 per cento dei seggi con una forza elettorale stimata sul 28-30 per cento. A quel punto basterebbero un po’ di centristi allergici al berlusconismo per avere una maggioranza solida, senza più “cose rosse” tra i piedi.
Con il tedesco, che è un proporzionale puro, il Pd avrebbe invece sempre bisogno di Bertinotti e soci. Inoltre diventerebbe forte la tentazione di mettere in piedi quella grande coalizione che il sindaco di Roma dice essere in contrasto con la vocazione bipolare del Pd.
Quanto al sistema referendario (che porta alla costruzione di due sole grandi formazioni), per Veltroni sarebbe più danno che vantaggio: per contendere al Pdl il premio di maggioranza il Pd dovrebbe far lista con la sinistra radicale. E saremmo da capo.
Berlusconi e la conquista del centro
Il Cavaliere è arrivato alla stessa conclusione di Veltroni, anche da qui nasce il nuovo feeling tra i due: basta con gli alleati che portandoti in dote una manciata di seggi ti costringono a estenuanti mediazioni di governo, irritanti per gli elettori.
Ma rispetto al Pd Berlusconi ha un vantaggio. La sua Fi (o Pdl che sia) può collocarsi sia al centrodestra sia al centro. Con il proporzionale senza premio di maggioranza tutti gli esiti diversi da una schiacciante vittoria del centrosinistra sarebbero favorevoli all’ex premier. Se dalle urne uscisse una maggioranza di centrodestra, bene. Se uscisse un pareggio, l’incarico per guidare una grande coalizione andrebbe probabilmente a lui, visto che il Pdl (sondaggio Ispo-Corriere della sera del 22 novembre) è potenzialmente più forte del Pd. E persino se un reprint del centrosinistra attuale riottenesse la maggioranza Berlusconi potrebbe tentare di smontarlo, tirando dalla sua i riformisti indisponibili a ripetere l’accordo con la sinistra radicale. Ma anche il referendum per lui andrebbe benone: costringerebbe An e Udc ad andare a Canossa nel Pdl, che si aggiudicherebbe quasi certamente il premio. Però per amore di Umberto Bossi (vedi) deve proclamarsi contrario.
Fini e l’incubo dell’irrilevanza
Per il capo della destra l’incubo è quello di tornare ai margini del gioco politico. Il 10-12 per cento di An è oggi indispensabile grazie al premio di maggioranza che obbliga a predefinire le alleanze. Non lo sarebbe più in un sistema proporzionale (tedesco o spagnolo che sia), anche perché potrebbe facilmente nascere una grande coalizione che sforbicerebbe la sinistra radicale e la destra. Per questo Gianfranco Fini vuole a tutti i costi sistemi con vincolo di coalizione. Per lui il tedesco e lo spagnolo sono veleno; il referendum una manna.
Bertinotti e Cosa rossa
A Rifondazione i primi 18 mesi di governo stanno confermando l’idea che il proprio habitat, più che il governo, sia l’opposizione, paradiso dei puri e duri. Dove starebbe ancora meglio se, inglobando Pdci e Sd (con i Verdi l’operazione è più difficile), riuscisse a creare una Cosa rossa tra il 7 e il 10 per cento. Il sistema tedesco, con la soglia di sbarramento al 5 per cento, sembra tagliato apposta per indurre Pdci e Sd, sotto minaccia di estinzione, ad assecondare il progetto. Il Veltronellum con uno sbarramento di fatto tra il 6-8 per cento, è più rischioso. Come il sistema referendario, che vanificando le coalizioni (il premio va solo ai partiti) rimette tutti sotto la tagliola degli sbarramenti attuali: 4 per cento alla Camera e 8 al Senato. Troppo alto pure per la Cosa rossa.
Bossi e la ridotta della Valle Padana
Anche per il senatur, come per Fausto Bertinotti, l’importante è sopravvivere mantenendo immacolata la propria identità. Ma poiché i numeri sono modesti (4,6 per cento nel 2006, idem oggi, a sentire l’Ispo), il Carroccio vuole uno sbarramento ancor più basso di quello tedesco. Sul referendum stessa allergia di Rifondazione e di tutti i piccoli, che non potrebbero mai far parte di maxipartiti. Con chi potrebbe mai fondersi la Lega?
Casini e il sogno dei due forni alla tedesca
Come il Bettino Craxi dei tempi d’oro, anche Pier Ferdinando Casini sogna di diventare l’ago della bilancia, capace di concedere la maggioranza sia a Berlusconi sia a un Veltroni “debertinottizzato”. Per condurre questo lucroso gioco ha bisogno di un sistema che non obblighi a dichiarare prima da che parte si sta, quindi senza premio di maggioranza. Il tedesco gli calza a pennello, perché è convinto, con qualche innesto (Clemente Mastella, Savino Pezzotta, Lamberto Dini?), di stare ben sopra il 5 per cento. Del resto, quello è il sistema che per decenni ha consentito al Fdp, i liberali tedeschi, di fare da ago della bilancia tra la Cdu e la Spd.
Parisi, Prodi e le “zeppe” costituzionali
Per Arturo Parisi e i prodiani tutti il bipolarismo è una religione. Il ministro della Difesa è tra i promotori del referendum, e Prodi fu nel 1996 l’inventore dell’Ulivo, il padre del Pd. A questo si aggiunge il timore del premier che una rapida intesa tra Berlusconi e Veltroni sulla legge elettorale possa portare a elezioni anticipate già nella primavera del 2008.
Da Palazzo Chigi si intima perciò a Veltroni la condizione che alla riforma elettorale si accompagnino anche laboriose riforme costituzionali. Inaccettabile per il Cavaliere, desideroso di andare alle urne quanto prima per sfruttare il vento propizio. Su questa base, tra prodiani e finiani è nata una bizzarra convergenza d’interessi: tutti e due puntano al referendum e con le riforme costituzionali vogliono in fondo ostacolare il dialogo tra il sindaco della capitale e il capo di FI. Stranezze della politica.
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domenica 11 novembre 2007
Testardo: Ma Berlusconi non cede "Sono senza coraggio non tratteranno".
Il Cavaliere insiste: "Prodi cade, a marzo si vota".
(Francesco Bei - La Repubblica) Le subordinate non esistono, all´orizzonte c´è soltanto la crisi di governo e il voto. Silvio Berlusconi, nonostante i movimenti tellurici che si avvertono nel centrodestra, resta fermo sul no al dialogo sulla riforma elettorale. Ieri lo ha ribadito in privato a Francesco Storace e Daniela Santanché, riuniti all´Eur per la nascita della Destra: «Tenetevi pronti, si vota a febbraio-marzo». Casini e Fini aprono? «Li voglio vedere che si siedono al tavolo di Veltroni. E comunque io tiro dritto per la mia strada». Il Cavaliere infatti, al di là dei numeri del Senato e della «certezza» che il governo presto o tardi andrà sotto («se non sarà mercoledì avverrà più avanti, ma non cambia niente»), è convinto che il progetto «tedesco-spagnolo» offerto dal segretario del Pd non sia altro che «un tentativo di dividere la Cdl, a cui noi non ci presteremo». Eppure, anche se solo a livello puramente teorico, nelle conversazioni avute con i suoi Berlusconi una cosa se l´è lasciata sfuggire: «E´ chiaro che se c´è da trattare non lo lascio fare certo a Casini e Fini».
Così, oltre il muro del «no» a tutti i costi, si capisce che anche dentro Forza Italia si sta iniziando a ragionare su degli scenari alternativi. Ieri a Montecatini, a sentire Pier Ferdinando Casini e il suo invito «a un comune momento di riflessione» sulla legge elettorale, c´era tutto lo stato maggiore forzista, riunito da Marcello Dell´Utri. E le risposte sono state tutt´altro che tetragone. «Casini sostiene che sarà inevitabile anche per noi sederci a dialogare - osserva Mario Valducci - , un discorso condivisibile se non si vota. Aspettiamo mercoledì. In ogni caso quella roba di Veltroni Berlusconi non l´accetterà mai, perché è fatta apposta per spaccare le coalizioni». «Casini - ammette Fabrizio Cicchitto - è stato abile, ha saltato a piè pari questa settimana decisiva lanciandosi direttamente nel futuro. Noi restiamo fermi sul modello D´Alimonte. Poi vediamo. Certo se Casini ci propone il tedesco la risposta è no». E la bozza Veltroni? Per Gaetano Quagliariello «Al momento è più tedesca che spagnola, ma con uno sbarramento al 5-6% che crea problemi ai piccoli del centrosinistra. Come farà Veltroni a convincerli?». A Paolo Bonaiuti l´ipotesi Veltroni non piace per niente: «Il nostro obiettivo primario è far cadere il governo. Ma comunque, così com´è, la bozza Veltroni non va bene: non ci sono le alleanze preventive, non c´è un argine abbastanza alto per evitare il frazionamento dei partiti e poi il bipolarismo ne sarebbe travolto».
La conclusione è che, al di là della propaganda sulla spallata, Berlusconi potrebbe avere interesse a sedersi domani al tavolo da gioco per dare egli stesso le carte. «Salvo poi - ipotizza un azzurro di peso - far saltare la trattativa e andare dritto al referendum». Con il duplice risultato di far cadere il governo (Mastella si sfilerebbe per evitare le urne) e ricompattare la coalizione sotto la sua leadership.
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mercoledì 7 novembre 2007
Alimentazione: Scoperto l'interruttore dell'appetito. La dieta dell'amore è quella mediterranea.
(Agi) Il dispendio energetico che il comportamento sessuale provoca puo’ essere infine reintegrato mediante cibo ipercalorico, in particolare il miele e l’uovo anche questi assai comuni in area mediterranea. “Forse, allora, la fama di latin lover trae spunto dalla tavola e dalla buona cucina mediterranea!” scherza Giorgio Piubello, Tesoriere SIA e relatore al Congresso. Luoghi comuni a parte, gli andrologi spiegano che non esistono evidenze scientifiche a dimostrazione delle influenze positive di alcuni alimenti sull’attivita’ sessuale. “Il legame ‘cibo-sesso’ ha il nome di un ormone: il Vip (Vasoactive intestinal polypeptide), sostanza che provoca la vasodilatazione dei corpi cavernosi dei genitali, che sia nel maschio che nella femmina tendono a gonfiarsi di sangue - spiega Piubello - Fra gli altri ‘alleati’ dell’amore ci sono anche altri ormoni come l’androstendiolo, presente ad esempio nel tartufo, la feniletilamina, che ritroviamo nel formaggio e nel cioccolato e che viene prodotto dal cervello nella fase dell’innamoramento. Per una cena “esplosiva” posso suggerire anche la senape che attiva le ghiandole sessuali, lo zafferano che stimola le zone erogene, ed il sedano che fluidifica il sangue e che gli antichi romani dedicavano a Plutone, dio del sesso.”
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giovedì 1 novembre 2007
Al voto, ma come?
Un sondaggio commissionato da “Repubblica” rivela che il 57% degli intervistati vorrebbero tornare alle urne. Rimane però il problema legato alla legge elettorale, e l’incertezza di vecchie e nuove alleanze tutte da verificare. E se il Pd accarezza l’idea di correre in solitudine, i numeri non sembrano favorirlo nell’operazione. L’impasse del centrodestra, il futuro prossimo della sinistra.
(Emiliano Sbaraglia - aprileonline.info) Il sondaggio -Secondo un rilevamento Demos-Eurisko, sembra dunque che oltre la metà degli italiani (il 57%), sarebbe più che favorevole al ritorno al voto in caso di caduta del governo. Un dato, a ben guardare, indicativo soltanto parzialmente, considerando come scontata questo tipo di preferenza da parte dell’elettorato di centrodestra (73%).
Del sondaggio, un elemento di particolare interesse rappresenta l’orientamento degli elettori del neonato Pd, che vorrebbero confermato il patto con le forze della sinistra cosiddetta “radicale”, e con l’Italia dei Valori di Di Pietro. Viene da chiedersi, dopo quanto accaduto con la bocciatura della Commissione d’inchiesta per i fatti di Genova durante il G8, se molti di quegli stessi, interpellati a poche ore di distanza, continuino a pensarla allo stesso modo nei confronti del partito dell’ex pm. Più difficile invece (e questo era facilmente comprensibile), l’accettazione di una eventuale rinnovata alleanza con l’Udeur, a tal punto che circa il 50% degli intervistati, pur respingendo l’ipotesi di una “grande coalizione”, vedrebbe con favore un’intesa con l’Udc di Casini. Segnale, questo, di un naturale (s)bilanciamento del Pd verso l’area moderata del novello soggetto politico.
Tralasciando quella piccola componente che immagina intese ancora più larghe, quanto a dir poco ardite (l’8% aprirebbe a Forza Italia (!), il 3% alla Lega Nord), il 38% sarebbe disponibile a sostenere una competizione elettorale in solitaria. Entra in gioco a questo punto la strategia-Veltroni, e non solo la sua.
Il Pd -“Il voto anticipato sarebbe irresponsabile”. Parte da qui il ragionamento del leader del Pd durante l’ultimo incontro con deputati e senatori “democratici-Ulivo”; e la questione della legge elettorale, più volte ripresa anche dal Capo dello Stato, diviene dirimente al momento di scegliere come giungere a elezioni anticipate. I vari “modelli” proposti, infatti, da quello tedesco a quello spagnolo, passando per il francese, determinerebbero inevitabilmente orientamenti politici diversi a seconda dei casi. E l’ipotesi di una corsa individuale del Pd, finalizzata a contrattare poi con i papabili alleati, forte della forza dei numeri, seppure supportata dal 37% ufficialmente dichiarato da Veltroni, in realtà sembra percorribile sino a un certo punto: i dati reali segnalerebbero in effetti percentuali attorno al 28% (fonte Piepoli), il che vorrebbe dire meno della somma dei voti ottenuti da Ds e Margherita alle ultime elezioni (31% circa).
Il centrodestra -In questa selva di numeri e probabili (o improbabili) tatticismi, l’attuale opposizione non dorme anch’essa sonni tranquilli.
Al di là delle dichiarazioni convenzionali, che pure denotano alcune frizioni tra il binomio Berlusconi-Fini, non ultima quella riguardante proprio la formazione di un partito unico, nella Cdl l’impressione è che in ogni caso non si remi nella stessa direzione, trasportati da obiettivi tra loro ben poco convergenti.
Oltre al 57% di italiani di cui sopra, non è un segreto che l’italiano più propenso a sciogliere le Camere per tornare al voto sia il Cavaliere. Il motivo potrebbe essere facile da intuire.
Il pressing di Gianfranco Fini per sostituirlo alla leadership del centrodestra, alimentato anche dalla recente manifestazione a Roma del suo partito, induce a pensare che prima si voti, più la candidatura del capo di Forza Italia resti al sicuro. La formazione di un “Partito della Libertà”, orientato a rispondere alla novità politica rappresentata dal Pd, comporterebbe invece l’aumento delle possibilità di Fini di porsi a capo di questa nuova formazione, per completare quella sensazione di “rinnovamento” che si vorrebbe proporre all’elettorato. Ma per coordinare un’operazione del genere ci vuole tempo, e lo stesso Fini appare piuttosto incerto nello spingere o meno sull’acceleratore in tal senso. Berlusconi, da parte sua, avendo un partito che tuttora registra da solo percentuali di preferenza superiori al 28% stimato per il Pd, aggiunge a suo vantaggio un altro motivo affinché tutto cambi affinché nulla cambi.
La sinistra -Tornando alle indicazioni offerte dal sondaggio, per uno strano paradosso i più “conservatori” dell’attuale situazione politica sembrano essere proprio gli elettori della sinistra di governo, la maggior parte dei quali vorrebbero mantenere l’attuale alleanza, anche qui con la sostituzione tra Udeur-Udc. E se dalla Costituente socialista arrivano le parole di Gavino Angius con l’avvertimento al Pd di fare attenzione ai numeri, che per l’ex diessino non regalerebbero più di un 25% ai democratici di Veltroni, nell’area composta dal “cartello dei quattro”, Prc-Pdci-Verdi-Sd, gli Stati generali della sinistra dovrebbero dar vita a una federazione di partiti ancora da definire ma da compiere entro la fine dell’anno, per farsi trovare pronti in caso di voto anticipato. Ma anche in questo caso siamo ancora di fronte all’incertezza del come realizzare concretamente questo passaggio (certo di non poca rilevanza) e del come porsi nel quadro politico appena descritto.
La corsa al voto, nei fatti, alla fine potrebbe rivelarsi non così salvifica. Allo stesso tempo, l’alternativa di un governo in costante affanno, sfibrato da un’alleanza troppo ampia quanto necessaria dopo la famosa “porcata”, e quotidianamente messa alla prova da quella tendenza tutta italiota al “particulare” di guicciardiana memoria, non può produrre altro oltre una irreversibile agonia.
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venerdì 26 ottobre 2007
Il sistema elettorale lo scelga il popolo,
(Affari italiani - Libero.it) E' ampiamente riconosciuto che tra i fattori chiave della nostra crescente marginalità economica e industriale nello scenario europeo e mondiale, sta l'obsolescenza del sistema istituzionale e, in particolare,del sistema elettorale che produce, come ben si vede, ingovernabilità: non è possibile che l'esponente di un partito che vale l'1,5% minacci la crisi di governo se il premier non gli conferma la sua fiducia in una storia molto opaca.
Andare al voto con il ‘porcellum’ riprodurrebbe gli stessi difetti e grippaggi del processo di governo e legislativo che non possiamo permetterci. Guardando all'Europa che sta facendo molto meglio di noi, abbiamo tre modelli tra cui scegliere: spagnolo, tedesco e francese. Andrebbe contato anche quello di Veltroni che non si capisce cosa voglia e perché lo voglia.
Mentre uniamo la nostra voce a quella autorevole di Giovanni Sartori – modello tedesco e trasparenza nel CdS di oggi – nel chiedere a Veltroni di far trasparire il suo pensiero, ci spingiamo anche più in là con una proposta molto semplice. Una proposta poco costosa e perfettamente coerente con il tono di novità, di prossimità alla gente nonché con il decantato coraggio politico che Veltroni sostiene di possedere e di voler brandire appena possibile: 'vi stupiremo con le nostre proposte!'.
La proposta è che Veltroni lui stesso chieda al consiglio di amministrazione della Rai di realizzare una trasmissione a reti unificate per spiegare al popolo i tre diversi sistemi elettorali (e magari anche il suo se proprio non gli andasse bene nessuno dei tre) con una scheda di 5 minuti, anche illustrata da Sartori e da altri eminenti costituzionalisti che non mancano, a cui aggiungere una critica e una difesa di ciascun sistema per non più di 5 minuti. Così in 30 minuti, prima che calino l’attenzione e gli zuccheri, i telespettatori unificati avrebbero un quadro chiaro delle alternative.A questa presentazione ‘neutra’, cioè molto simile a una lezione condotta da brillanti professori, dovrebbe seguire un dibattito tra tre o quattro politici in modo da avere anche la lettura squisitamente politica della questione elettorale, capire perché questo partito appoggia quel sistema e quell’altro no. Qui ovviamente bisogna tenere il collare stretto e chiudere la discussione entro la mezz’ora se no ci perdiamo l’audience.
La serata termina con una votazione del pubblico via sms a pagamento. Costo del voto: un euro destinato a finanziare una giornata di voto tipo quella per il partito democratico della settimana scorsa. Una giornata anche questa a basso costo, basata sulla prestazione volontaria gratuita dei cittadini e utilizzando le strutture organizzative dei partiti (gestione dei seggi, gazebo, registrazione dei votanti, raccolta e conta dei voti, ecc...) che vorranno aderire per mettersi in ascolto del popolo, il tutto senza costi per lo Stato.
Ovviamente i partiti che partecipano all'evento – una vera e propria delega al popolo da parte della Casta litigiosa e spendacciona – si impegnano a sostenere in Parlamento il sistema elettorale vincente senza, questo è il punto, modificarne una virgola con mediazioni ed accordi partitici dell’ultima ora.
Lo abbiamo conosciuto e sappiamo che possiamo sperare in Veltroni.
"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"Sphere: Related Content
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