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venerdì 12 ottobre 2007

Una fiaba tra fantasie e grandissimi attori (con De Niro che fa il pirata in guêpière).

Matthew Vaughn dirige Charlie Cox e Claire Danes in una storia con Sienna Miller, Michelle Pfeiffer, Peter O'Toole e Rupert Everett.

(Il Corriere della Sera) Esistono ancora le favole? O meglio: c'è ancora qualcuno disposto a starle a sentire (e nel caso di quelle cinematografiche, starle a vedere)? La risposta non è facile, ma la speranza è che Stardust riesca a conquistare quell'attenzione che merita. Foss'anche a dispetto dal suo essere una bella favola.

Ambientata in un passato abbastanza indistinto, forse fine Settecento, forse ancora più indietro nel tempo, Stardust (che all'origine è un romanzo di Neil Gaiman, pubblicato in Italia da Mondadori: da leggere) racconta le disavventure di Tristan (Charlie Cox), un garzone di bottega che nell'animo non si sente per niente «garzone» e che aspira al cuore della bella, ma altera, Victoria (Sienna Miller). Per conquistarla, le promette che sarà capace di portarle la stella cadente che ha appena visto precipitare. E qui inizia la favola. Per prima cosa Tristan dovrà superare il muro che dà il nome al villaggio (Wall) e che ha tenuto separato (e protetto) il paesino e i suoi abitanti dall'universo sovrannaturale di Stormhold che li circonda. Poi dovrà fare i conti con le streghe, i pirati, i principi e tutti gli straordinari abitanti che vivono oltre il muro. Ma soprattutto dovrà scoprire che le stelle cadenti sono in realtà bellissime donne precipitate sulla terra (in questo caso ha il volto di Claire Danes)e che potranno tornare a brillare solo quando il loro cuore tornerà a riscaldarsi. Oltre a sfuggire alle mire della terribile strega Lamia (Michelle Pfeiffer), che vuole strapparle il cuore dal petto per conquistarsi così l'eterna giovinezza. E senza contare che al collo della donna-stella, di nome Yvaine, c'è anche un preziosissimo rubino dal colore cangiante, indispensabile per poter aspirare al trono di Stormhold e per cui si combattono i figli del vecchio re (Peter O'Toole) in fin di vita.


Come si può vedere la struttura del film è quella tradizionale di ogni fiaba che si rispetti: il percorso di «iniziazione» di un giovane che attraverso molte imprese riesce a conquistare la maturità, la fiducia in se stesso e soprattutto a fare chiarezza nel proprio cuore. Ma la sceneggiatura di Jane Goldman e del regista Matthew Vaughn (fino a oggi forse più conosciuto per essere il marito di Claudia Schiffer che per il suo film d'esordio, The Pusher) non calca troppo la mano sui valori «pedagogici» della storia: preferisce invece liberare la fantasia e far vivere al giovane Tristan ogni genere di avventura. Facendo di Stardust una straordinaria cavalcata sulle ali dell'immaginazione.

Scena dopo scena, si capisce che l'impegno del regista è soprattutto nel tratteggiare personaggi e caratteri sorprendenti e stravaganti, anche a costo di perdere un po' di vista la logica della narrazione. La scansione del tempo, fondamentale in ogni favola (anche qui, perché Tristan ha solo sette giorni per portare la stella cadente a Victoria) si perde quasi subito; la lotta fratricida dei sette eredi al trono di Stormhold — Primus, Secundus, Tertius... fino al più determinato e crudele di tutti, Septimus (Mark Strong) — viene risolta con un gusto dell'ellisse compiaciuto e divertente (vedi la repentina entrata e uscita di scena di Secundus, interpretato da Rupert Everett); forse si vorrebbe sapere di più sia delle due sorelle streghe di Lamia, Mormo ed Empusa, sia della mamma «segreta» di Tristan (Kate Magowan) e del perché sia schiava di una «lancia malefici» (Melanie Hill).

Ma il film non lascia allo spettatore il tempo di riflettere su queste possibili «mancanze» perché sullo schermo si apre immediatamente una nuova avventura, dall'esilarante trasformazione di una capra in uomo al «coro» dei fratelli di Septimus condannati a una condizione di fantasmi senza libertà, fino alla geniale invenzione — che nel libro di Gaiman non esiste — di Capitan Shakespeare, cacciatore di fulmini su un vascello volante. E affidando all'istrionismo di Robert De Niro questo ruolo, diviso tra la necessità di superare in cattiveria e brutalità la ciurma e la voglia di dar libero sfogo alla propria componente femminile, il personaggio si staglia nella fantasia dello spettatore che non dimenticherà facilmente la scena in cui, convinto di essere solo, si mette a ballare in guêpière e ventaglio.

Resta da rispondere alla domanda che ponevo all'inizio: c'è ancora un pubblico disposto a dar credito a un film di questo tipo? Istintivamente direi di no: per troppo tempo l'industria cinematografica, con Hollywood in testa, ha appiattito l'immaginario giovanile dentro a schemi previsti e prevedibili, dove la fantasia era una specie di optional da dimenticare. Meglio investire in costosissimi effetti speciali o moltiplicare all'infinito la velocità del montaggio piuttosto che sforzarsi di coltivare l'immaginazione e la libertà creativa. Col risultato che oggi buona parte del pubblico è più reattiva a certi cast altisonanti e a certi effetti destabilizzanti (violenza, adrenalina e sangue su tutto) che alle sollecitazioni della creatività, come è invece la strada che cerca di percorre Stardust. Resta solo la speranza che, tra film popcorn e fiction televisive, il «fanciullino» che ognuno si porta dentro non sia ancora del tutto anestetizzato.

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giovedì 11 ottobre 2007

A tu per tu con Ben Affleck su Parade.

Sull’importanza di Matt Damon agli inizi della sua carriera: “Come teenager, la cosa più naturale è avere amici che hanno i tuoi interessi. Prima di Matt ero completamente solo. Recitare era un’attività solo mia. Quando partecipavo a qualche show in TV o simili, nessuno lo capiva. Ma poi di colpo ho trovato questo amico, Matt, che pensa che quello che faccio sia interessante, che ne vuole parlare. E dopo poco tempo entrambi recitavamo.”

Sulla figlia Violet di 2 anni: “E’ sempre felicissima e parla tantissimo! Riesce sempre a farmi sorridere e a farmi sentire bene. Quando non la vedo da un po’ tutto quello che voglio fare è tornare a casa per averla ancora intorno.”
Ben Affleck ha posato per Parade magazine, al quale ha anche rilasciato un’intervista di cui vi riporto i punti salienti.

E’ cresciuto in solitudine: “Sono cresciuto in un ambiente in cui non ricevevo stima per quello che facevo. Praticavo qualche sport, ma non ero molto bravo, non ero il tipo super-atletico lodato da tutti. A casa mia ho conosciuto l’alcolismo per via di mio padre. A 8 anni ho cambiato scuola, e non conoscevo nessuno nel posto nuovo. Mi sono sentito solo.”
Anche all’università Ben si è trovato solo, l’aveva scelta solo per stare vicino ad una ragazza che di lui non ne voleva nemmeno sapere. “Ero nell’università più fredda d’America, dormivo nel dormitorio più lontano dal campus, e non conoscevo anima viva!”

Questo finchè un giorno non chiamò Matt, che studiava ad Harvard: “‘Mi devi venire a prendere!’ gli ho detto. E’ arrivato dopo sei ore. E’ stata l’ultima volta che ho visto l’università del Vermont.”

(Sunto e traduzione cura di thegossipers.com)

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mercoledì 10 ottobre 2007

I nuovi belli: Adrien Granier di "Entourage".

(TvBlog) Oggi voglio parlarvi di una serie che merita interesse, sia da parte nostra sia da parte dei nostri lettori. Si tratta di Entourage, una produzione HBO created by Doug Ellin e che annovera fra i suoi produttori esecutivi nientemeno che Mark Wahlberg (Boogie Nights, Il Pianeta delle Scimmie, The Departed).

Entourage, la cui premiere risale al 2004, in Italia è programmata da Jimmy (siamo alla seconda stagione - in America invece sono arrivati a metà della quarta), è una serie di cui ci si innamora poco a poco, così come non si può fare a meno di innamorarsi dei suoi personaggi.

Vincent Chase (Adrian Grenier, nell’immagine), giovane attore di belle speranze e ancor più bell’aspetto, lanciato verso un roseo - ma vedremo che non ci sono rose senza spine, come la saggezza popolare insegna - è attorniato da una cricca - un entourage, appunto - decisamente originale. C’è Johnny “Drama” Chase, il fratello maggiore che non ha avuto successo come attore ma che ci spera ancora (interpretato, guarda un po’, dal fratello di Matt Dillon, Kevin Dillon) e che fa da personal trainer e cuoco a Vinnie. Poi c’è Eric “E” Murphy (in lingua originale chiamato semplicemente E.), interpretato da Kevin Connolly, manager e miglior amico di Vincent. Il quartetto (che si vede anche nell’immagine qui sopra, tratta dalla sigla di testa, montage sulle note di Superhero, di Jane’s Addiction) di amici del Queens è completato da Turtle (Jerry Ferrara), autista e assistente della star.

Fra i personaggi ricorrenti, poi, merita ben più di una menzione lo straordinario Ari Gold (Jeremy Piven), che per questa sua straordinaria, eclettica performance, si è abbondantemente meritato un Emmy come miglior attore non protagonista in una serie comedy), agente della star, le cui movenze, battute e cattiverie sono un vero e proprio must per la serie.
Inutile dirvi, dunque, che questa non è una serie che parla di gente comune.

C’è una quantità di carni (maschili e femminili, ma soprattutto femminili) in mostra ai limiti dell’incredibile, una quantità e qualità di guest star che non ci si crede (da James Cameron a Jessica Alba, da Scarlett Joanson agli U2, da Hugh Heffner con tutte le sue conigliette a Saigon, da Mandy Moore a Holly Valance, non ci si è certo risparmiati - ed è facile credere che a un certo punto le star si prestino fin troppo volentieri a impersonar se stesse in una serie che in fondo parla di loro.

La scrittura è accurata, le battute sempre al top - fin troppo -, il realismo con cui si tratta la materia cinema senza mai far vedere il cinema - giuro, pagherei per vedere Queen’s Boulevard, il film indipendente in cui recita Vinnie - ammirevole: fra sesso, lusso e droghe, cellulari che suonano incessantemente, soldi sperperati e piccoli e grandi drammi, le linee orizzontali dei personaggi si dipanano sapientemente e mostrano di non aver per nulla il fiato corto (a giudizio del sottoscritto le più interessanti restano quella di Johnny Drama e quella di Ari Gold, che vedete nell’immagine qui sopra).

Qui non si fa solo una serie tv: si parla di un certo tipo di cinema, si cita a iosa - un film per te, uno per loro, dice l’addetta stampa di Vinnie quando si deve pensare se fare un altro film indipendente o un blockbuster -, si punta il dito contro il sistema degli studios e si mostra il lato oscuro del cinema stesso. Non che ci si addentri in chissà quale critica sociale, anzi. Però quel velo malinconico, quella vita dorata con la ruggine subito pronta a affiorare, resa così bene da una regia che a tratti sembra buttata via e che invece si rivela in tutta la sua sapienza con una serie di deliziosi totali pittorici, emergono e non sono solo un’impressione o una speranza.

A citar tutte le battute e le sottotrame di Entourage non si finirebbe più.
Resta un ultima lode da fare: alla colonna sonora. Altra voce del budget sulla quale non si è certo risparmiato.
Da vedere, tutta d’un fiato (gli episodi sono da 25′ e sono, lasciatemi citare un altro detto popolare, come le ciliegie). Genera dipendenza.



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Ieri Tom Ford il più cliccato.

Ne siamo fieri. Ieri siamo stati i primi in Italia a dare la notizia del servizio fotografico realizzato da Terry Richardson per la rivista gay americana "Out" con Tom Ford, poi, via via si sono accodati gli altri.
Nell'intervista rilasciata al giornale, quello che troviamo non è il solito Tom Ford conosciuto in Italia ai tempi in cui disegnava le collezioni di Gucci, tuttaltro.

E' un Tom Ford particolarmente allegro e disinibito quello che appare nel servizio fotografico "Worlds champion Tom Ford", un Tom allegro, compagnone e caciarone che dopo la photosession si lancia nudo sotto la doccia con i suoi due compagni di lavoro. E parla di c***i naturalmente, com'è giusto.

Questo nostro primato è stato premiato infatti il suo articolo è stato in assoluto il più visto.
Grazie Tom.




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lunedì 8 ottobre 2007

Benedetto fa 500 santi tra franchisti e fascisti.

Quasi 500 nuovi martiri spagnoli per la beatificazione più numerosa della storia: Il 28 ottobre prossimo, in piazza San Pietro.

(Zenit.org) Il 28 ottobre prossimo, la Chiesa celebrerà la beatificazione più numerosa della storia elevando alla gloria degli altari quasi cinquecento martiri della persecuzione religiosa che ha avuto luogo in Spagna negli anni Trenta del secolo scorso.

Lo ha affermato venerdì pomeriggio padre Juan Antonio Martínez Camino, Segretario generale della Conferenza Episcopale Spagnola, in un atto accademico tenutosi in vista di questa beatificazione nell’Aula Magna del Pontificio Istituto Agostiniano, situato nei pressi del Vaticano.

Il Cardinale José Saraiva Martins, Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, presiederà quel giorno, in piazza San Pietro in Vaticano, la beatificazione dei 498 martiri del XX secolo in Spagna.

“Non erano mai stati beatificati tanti servi di Dio in un’unica cerimonia – ha spiegato il portavoce della Conferenza Episcopale –: è la più numerosa della storia”.

“Dal punto di vista organizzativo, è la prima volta che varie e numerose cause (23), iniziate e portate avanti dalle rispettive postulazioni, sono accolte al servizio offerto dall’Ufficio per le Cause dei Santi, creato dalla Conferenza Episcopale Spagnola, in dialogo con la Congregazione per le Cause dei Santi, per incoraggiare, accompagnare e coordinare il lavoro delle parti, rispettando sempre le competenze di queste ultime”.

“Dal punto di vista pastorale – ha aggiunto –, praticamente tutte le diocesi spagnole, per ragioni di nascita, vita apostolica o martirio dei nuovi beati, si vedono beneficiate da questa grande festa della fede e della santità”.

Il Segretario della Conferenza Episcopale ha spiegato che “una beatificazione così numerosa non è stata preparata per coltivare alcuna megalomania. La cerimonia e la festa saranno grandi perché grande è la pagina della storia della Chiesa in Spagna che in esse si riflette”.

“Sono molti i casi di martirio già riconosciuti dalla Chiesa per questo periodo degli anni Trenta del secolo scorso – ha rivelato –. Con questi nuovi beati si avvicinano già ai mille (per l’esattezza 977, tra cui 11 santi)”.

“E sono molti i casi suscettibili di essere riconosciuti in futuro – ha proseguito padre Martínez Camino –. Di circa 2.000 sono già avviati i processi. Ed è prevedibile che si continuino a proporre molti altri casi fino ad avvicinarsi, forse, alla decina di migliaia”.

“La persecuzione religiosa degli anni Trenta del XX secolo ha caratteristiche proprie in Spagna, ma non è un caso isolato né originale spagnolo. Si inserisce nella grande persecuzione subita dai cristiani di tutte le confessioni nel XX secolo nel mondo e, in particolare, in Europa”, ha chiarito.

“La Chiesa non cerca colpevoli quando beatifica i suoi martiri. Cerca solo la gloria di Dio e il bene degli uomini. Cerca di promuovere la causa di Gesù Cristo, che è la causa dell’essere umano”.

All’atto accademico è intervenuto monsignor Vicente Cárcel Ortí, studioso della Storia della Chiesa in Spagna, che ha spiegato come la persecuzione religiosa degli anni 1934 e 1936-39 sia stata l’aspetto più negativo della Seconda Repubblica Spagnola. Una pagina buia della storia che si è voluto occultare mescolandolo, confondendolo o giustificandolo con la Guerra Civile, quando in realtà è iniziato due anni prima.

Papa Pio XI, nell’enciclica “Dilectissima nobis” (3 giugno 1933), denunciò davanti al mondo la situazione di autentica persecuzione religiosa che viveva la Chiesa in Spagna, ha ricordato lo storico.

“E’ stata la più grande conosciuta nella storia della Spagna, e forse in tutta la storia della Chiesa cattolica. Ci sono stati circa 10.000 martiri per motivi religiosi”, ha osservato.



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Un Nobel imbarazzante, per il governo e per il Vaticano.

(Uaar) Un italiano, un americano e un britannico - tra straordinari «ingegneri del Dna» - sono stati insigniti a Stoccolma del Premio Nobel per la medicina.
Mario Renato Capecchi - che pur avendo studiato e lavorato a lungo negli Stati Uniti è nato a Verona nel 1937 - l’inglese Martin J. Evans e l’americano Oliver Smithies sono stati premiati per gli studi e le scoperte sulle cellule staminali embrionali. I loro studi hanno portato a realizzare una tecnica nota come «gene targeting», definita di «immensa importanza» nelle motivazioni addotte dal comitato scientifico del Karolinska Institute di Stoccolma, che attribuisce il prestigioso riconoscimento.
Capecchi si è diplomato in chimica e fisica all’Antioch College nel 1961 e ha maturato il Ph.D. in biofisica ad Harvard, nel 1967, con una tesi di dottorato in biologia molecolare, supervisionata dal premio Nobel James D. Watson, che verteva sull’analisi dei meccanismi di iniziazione e di terminazione della sintesi proteica.
La tecnica del «gene targeting», messa a punto dalla squadra formata dai tre scienziati (che hanno continuato a lavorare in tre laboratori distinti), ha consentito di ottenere i primi cambiamenti nel patrimonio genetico nei topi utilizzando cellule staminali embrionali. […]

Testo integrale su Corriere.it

Un uomo che per far ricerca ha dovuto studiare e vivere all’estero (ora è cittadino americano). Un uomo che per vincere il Nobel ha dovuto fare ricerca proprio sulle cellule staminali embrionali, argomento tabù per il Vaticano.



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Levi Poulter è il ragazzo della settimana.
Mercoledì sarà online con un servizio fotografico.
Vi aspettiamo.

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