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mercoledì 3 ottobre 2007

Le aragoste della Guzzanti soccombono alle ragioni del bibitaro.

(Pianosequenza.net) Gli avanzi di Avanzi. Tanto basterebbe per commentare l’ultima vezzosa opera di Sabina Guzzanti, poiché di vezzo si tratta; se infatti con il discreto Viva Zapatero! la caustica imitatrice aveva dimostrato di avere qualcosa da dire, ne Le ragioni dell’aragosta rimbomba il vuoto pneumatico di un lungometraggio privo di qualsiasi idea originale – o anche di seconda mano ma degna d’esser rappresentata (magari ne avesse presa qualcuna del libro dal quale ha consapevolmente o inconsapevolmente scippato il titolo, la raccolta di saggi di David Foster Wallace). Tutto si riduce ad un nostalgico (e un po’ patetico) rincorrersi dei bei tempi andati del gruppo di Avanzi (fra cui Cinzia Leone, Antonello Fassari, Francesca Reggiani, Pier Francesco Loche, Stefano Masciarelli e Marco Messeri, presenti nel film), quando la satira era libera, le repubbliche crollavano e i treni arrivavano in orario.

Non c’è traccia di una storia, di una denuncia o di una protesta; c’è la testimonianza morale della tempra morale che moralizza l’impegno del comico di lotta e di scherno, in questo caso prestato all’immaginaria causa di una comunità di pescatori sardi messi in crisi dalle condizioni della fauna sottomarina. Un avvitamento su sé stessi e sul proprio ruolo che per giustificare l’emulsione di una pellicola vorrebbe composizioni estetiche trascendentali o grandi gesta e grandi storie o una sceneggiatura lungimirante e profonda, quando invece si risolve in un finto documentario, autocelebrativo, ispirato da una vicenda campata in aria travestita da favoletta morale, capace solo (talvolta) di strappare qualche risata. La Guzzanti, poi, che pure è dotata di un talento comico straordinario (come del resto tutta la famiglia, compreso il suo forzaitaliota padre), scade nel vittimismo, nella retorica e nell’autocompiacimento; peccati non certo veniali per chi trasuda arroganza da tutti i pori (o per chi non è un genio come Luttazzi, e lei decisamente non lo è). Un esempio è il modo in cui sputa sentenze sulla cosiddetta “marcia dei colletti bianchi” del 1980; l’autrice dimostra non tanto di ignorare il significato storico-politico di quell’evento, quanto di disconoscere i diritti dei dissidenti (capita che i ruoli si possano rovesciare…), giudicati senza appello come servi strumentalizzati e venduti ai padroni, rivelando una chiusura mentale ed un disprezzo assolutamente gratuiti e ingiustificati a prescindere dal merito del giudizio politico; esibizione e ostentazione di un classismo veterocomunista ormai fuori moda perfino a Correggio.

Le ragioni dell’aragosta è un film ad uso e consumo personale dell’autore, cucinato davvero male e per giunta nemmeno tanto divertente; niente a che vedere, per esempio, con le ragioni esposteci dal bibitaro che ci ha dato ristoro subito dopo la proiezione, in un negozietto poco distante dal cinema, l’unico aperto a quell’ora. Anche il bibitaro è sostanzialmente un comico, nonostante si atteggi a commerciante così come la Guzzanti si atteggia a regista, ma i suoi monologhi sono assai meno pretenziosi; tra gli scaffali colmi di bottiglie di vino raffiguranti Gramsci, Stalin, Mussolini, Hitler, Marx e chi più ne ha più ne metta («è ‘n produttore friulano che se sta a fa’ ‘n sacco de sordi co’ ‘st’idea qui dei dittatori su ‘e bottiglie, io ce ‘i metto tutti in vetrina pe’ pluralismo, poi ognuno se compra quella che vole»), il bibitaro ci ha intrattenuti con una lectio magistralis di storia contemporanea su «er secolo più violento de tutti da cent’anni a questa parte», soffermandosi in particolar modo sulle figure dei grandi dittatori disegnati sulle etichette dei suoi vini, come il duce «che poi enfondo ‘a politica’interna era gagliarda, era de politica estera che nun ce stava a capì ‘n cazzo» e come il fuhrer detto «baffetto, che all’inizio c’aveva proprio ‘n debole pe’ Mussolini, se vestiva pure uguale a lui – ecco, guàrdate ‘ste bottiglie, so’ vestiti uguale o no? – sì, c’aveva proprio ‘n debole, però ‘n debole politico eh, poi se s’enculavano no’ ‘o so mica». Insomma, quello si che è stato un vero spettacolo. E, a differenza della Guzzanti, non abbiamo nemmeno dovuto pagare il biglietto.

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Prima di tutto i Diritti. Lettera aperta a Walter Veltroni.

(Andrea Benedino e Anna Paola Concia - GayLeft)

Caro Walter,
il 14 ottobre voteremo per te e ci siamo candidati insieme ad altre e ad altri omosessuali nelle tre liste a tuo sostegno. La nostra è fiducia autentica, per te e per la tua storia. Gestire questa fiducia tuttavia non è né semplice, né senza responsabilità. Non è la nostra una firma in bianco, e non è un affidamento. È una scommessa. E le scommesse si possono vincere e si possono perdere.
Ma se questa la perderemo, la perderai anche tu, la perderà il tuo progetto per una Italia nuova, moderna. Si, caro Walter, perché la nostra battaglia sui diritti degli omosessuali non è una battaglia che riguarda solo noi, ma riguarda l’idea stessa del tipo di società vogliamo costruire, l’idea di quali relazioni sociali. Per questo noi ambiziosamente pensiamo che occupandoci dei nostri diritti ci occupiamo dei diritti di tutti, nessuno escluso. Che dentro i nostri diritti ci sia quel nucleo vitale che permette alle società di arricchirsi, di essere più giuste, migliori, e quindi, di poter essere più civili, di poter fare passi avanti insomma verso una modernità sociale ed economica, oggi indispensabile e improrogabile.
Qualche giorno fa, questo giornale ha pubblicato le lettere destinate a te e recapitate a «Gaytv». Su tanti altri blog come «Gaytoday» se ne stanno raccogliendo altre. Sono lettere tenere, struggenti, affettuose, ma anche definitive. Le lettere di persone in carne ed ossa che non ce la fanno più. Sono cittadini e cittadine che lavorano, vivono e contribuiscono a far crescere questo paese. E pagano le tasse.
È evidente che nella comunità lgbt questi ultimi anni di dibattito politico, di tensioni, di speranze deluse e di richieste inesaudite rischiano di far prevalere uno scetticismo e una rabbia mai visti prima d’ora.
Troppo spesso questa cattiva politica ha affrontato le questioni relative alla vita, agli affetti e ai diritti delle persone gay, lesbiche e trans soltanto attraverso lo specchio delle contrapposizioni ideologiche, come se le nostre vite si fossero tramutate in un campo di battaglia tra guelfi e ghibellini, come se dietro le richieste di un movimento forte e determinato come quello omosessuale, che nel giugno scorso portò in piazza a Roma più di un milione di cittadini, non si nascondessero delle persone, donne e uomini che meriterebbero ben più rispetto di quel che hanno ricevuto finora da questa politica così rissosa e inconcludente ed escludente.
Pensiamo soltanto alla domanda di famiglia, di stabilità, di sicurezza, di legame sociale che viene dal mondo lgbt. Pensiamo a quanto la politica, tutta arroccata in una roccaforte di debolezza, non sia capace di trovare le parole per dare riposte ad un bisogno sociale. Che cosa c’è dietro questa richiesta di riconoscimento giuridico delle relazioni affettive? Sono, forse, bisogni trasgressivi, rivoluzionari, sovversivi, laicisti? Non scherziamo. Sono quanto di più normale, meno trasgressivo e antisociale si possa desiderare. Certo a volte la normalità è rivoluzionaria. E allora diamo delle risposte, perché la politica che non sa dare risposte umilia la verità delle persone che fanno domande. Cosa c’è di più vero della vita in carne ed ossa delle persone? Nessuno può capirlo meglio di un Sindaco. Nessuno lo sa più di noi che siamo soggetti senza diritti. E non c’è niente di più odioso, insopportabile e umiliante per la verità delle persone, delle violenze e le discriminazioni verso gay, lesbiche e trans che si sono intensificate negli ultimi anni. Non passa settimana ormai che le cronache dei giornali non ci raccontino dell’ennesimo caso di bullismo contro ragazzi omosessuali, o l’ennesimo caso di discriminazione sul lavoro, o l’ennesimo caso di violenza fisica. Pensiamo a quanti «omicidi» si sono consumati in Italia negli ultimi anni nella quasi totale indifferenza generale o anche solo al malcostume di molti leaders politici od opinionisti di arrivare quasi a rivendicare una libertà di insulto nei confronti di gay, lesbiche e trans: il pro-sindaco Gentilini è solo l’ultimo esempio in ordine cronologico.
Noi crediamo a una politica diversa, a una politica che la fa finita con l’ideologia sulla pelle delle persone. Perché garantire diritti a chi non ne ha non toglie nulla a chi è già tutelato, ma aggiunge, è garanzia di solidarietà. Perché è un modo come un altro per unire una società sempre più frammentata, trasformandola passo dopo passo in comunità.
Sì, caro Walter, una grande responsabilità ricade sulle tue spalle: quella di saper riaccendere le speranze in un popolo come il nostro, che le ha ormai smarrite e che rischia sempre più di lasciarsi trasportare nel mare magnum dell’antipolitica, i cui sintomi sono purtroppo evidenti in questi ultimi tempi. È una responsabilità grande, perché questa volta non basteranno vaghe promesse e mezze parole per riconquistare la fiducia di gay, lesbiche e trans. Serviranno impegni chiari, parole nette. Servirà soprattutto che alle parole possano presto seguire i fatti, che possano arrivare gesti concreti, non in un futuro indefinito, ma già a partire dai primi mesi di vita del nuovo partito. A partire dall’approvazione di quel pacchetto antiviolenza che contiene le norme contro le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere e che da mesi è fermo alla Camera e dall’approvazione di una legge europea sulle unioni civili.
Caro Walter, questa che sta suonando è davvero l’ultima chiamata. Aiutaci ad aiutarti. Se lo vorrai, insieme potremo costruire un partito accogliente ed amico davvero di tutte e di tutti e renderemo l’Italia un paese migliore.

Portavoce nazionali Gayleft

I vostri diritti sono i Miei

Walter Veltroni

Cara Paola, Caro Andrea,
vi ringrazio di cuore per la fiducia che mi avete espresso, insieme ad altre e ad altri esponenti del movimento per i diritti degli omosessuali, presentandovi nelle liste per la Costituente del Partito democratico, apparentate alla mia candidatura a segretario. Ancora di più vi ringrazio per le ragioni con le quali avete voluto motivare questa scelta.
Nella lettera che mi avete indirizzato, scrivete che la vostra non è una firma in bianco, ma la scommessa sul progetto di un’Italia nuova, moderna. Un’Italia che riconosca i vostri diritti, non solo perché ciò è giusto e doveroso nei vostri confronti, ma perché li comprende come diritti di tutti e come condizione culturale e civile per la stessa modernizzazione sociale ed economica del Paese.
Cinque anni fa, in una ricerca diventata famosa, un brillante studioso americano, Richard Florida, documentava come le città economicamente e socialmente più dinamiche degli Stati Uniti fossero quelle meglio valutate sulla base di tre parametri: gli investimenti nell’innovazione tecnologica, la valorizzazione dei talenti individuali e la tolleranza per le diversità, a cominciare da quella di orientamento sessuale. Le tre «t» (tecnologia, talento e tolleranza) sono, secondo l’analisi empirica di Florida, fattori di sviluppo ugualmente essenziali.
Allo stesso modo, è importante ricordare che Florida rifiutava la identificazione tra tolleranza per la diversità e ostilità per i valori familiari. Questo modo divisivo di pensare, scriveva, non solo è pericoloso, perché mina alle fondamenta l’unità culturale e morale della Nazione, ma è anche inappropriato e non accurato sul piano descrittivo. Dalla sua ricerca emergeva infatti che le città americane più tolleranti, e anche per questo più dinamiche, sono anche le città più «family- and child-friendly», più a misura di famiglia e di bambino. Vale ovviamente non solo per gli Stati Uniti. Lo stesso si può dire per l’Italia, anche grazie agli studi e alle analisi effettuate da una sua giovane collaboratrice, Irene Tinagli, che mi fa molto piacere abbia accettato di presentarsi alle primarie a Milano, in una delle liste che sostengono la mia candidatura.
Sono pienamente d’accordo con le tesi di Florida, anche sulla base della mia esperienza di Sindaco di Roma. Anche per questo condivido il vostro rifiuto di quella che definite giustamente «cattiva politica»: la politica che pensa di poter affrontare le questioni relative alla vita, agli affetti e ai diritti delle persone omosessuali, guardandole con la lente deformante dell’ideologia. Come se fossimo di fronte ad una domanda di trasgressione e non, come voi dite, ad una domanda di famiglia, di stabilità, di sicurezza, di legame sociale. In una parola: di «normalità».
È per questo, ritengo, che avete deciso di dare il vostro contributo alla nascita del Partito democratico. Perché ci accomuna, noi democratici, la consapevolezza che è finito il tempo della rappresentanza per frammenti: come se ogni sfumatura ideologica e ogni singola questione sociale potesse e dovesse rappresentarsi sulla scena politica in proprio e in solitudine, inevitabilmente contro tutti. Questa è la cattiva politica che dobbiamo lasciarci alle spalle. La politica buona, quella che stiamo cercando di rilanciare col Partito democratico, è la politica del dialogo e dell’incontro, della condivisione di punti di vista e di partenza differenti e di un comune itinerario di ricerca verso soluzioni migliori, proprio perché frutto dell’apporto di tanti, tutti tra loro diversi. E’ la politica che rifiuta la logica dell’«aut-aut», perché fa propria quella dell’«et-et».
Solo così si sconfigge, in radice, la logica dell’intolleranza, della discriminazione, della violenza. Armi cattive, che fanno male, che producono sofferenza, umiliazione, emarginazione. Armi che hanno ripreso ad offendere, mai come negli ultimi tempi, donne e uomini, ragazze e ragazzi, colpevoli solo di essere diversi nel loro orientamento sessuale. Mi chiedete un impegno chiaro e parole nette. Ebbene: se sarò eletto segretario, con voi il Partito democratico lavorerà, in Parlamento e nel Paese, per contrastare, con la legge, con le buone pratiche amministrative, con l’impegno culturale e civile, ogni forma di intolleranza e discriminazione. E il primo impegno sarà il sostegno in Parlamento al disegno di legge del governo contro la violenza sessuale.
Allo stesso modo, il Partito democratico lavorerà per dare seguito al preciso impegno assunto da tutta l’Unione davanti agli elettori: il riconoscimento con legge dei diritti delle persone che vivono nelle unioni di fatto, indipendentemente dal loro orientamento sessuale. Perché non c’è contraddizione fra sostenere il valore della famiglia tradizionale e riconoscere i diritti di chi si ama e convive.
In Senato sono all’esame della Commissione Giustizia numerose proposte. Il Partito democratico lavorerà per coagulare il consenso più ampio possibile attorno ad un testo che segni un passo in avanti inequivocabile.
Sono convinto che non solo il Partito democratico, ma una larga maggioranza del Paese, indipendentemente dalla collocazione politica, dall’orientamento culturale o dal credo religioso di ciascuno, possa riconoscersi in una posizione di equilibrio e di saggezza. Per quel che mi riguarda, intendo lavorare insieme a voi perché questa possibilità possa realizzarsi.

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Veltroni: Veronica venga con noi.

Il sindaco ds: l'ho incontrata in Campidoglio, è aperta e curiosa. Una persona rara.

(Elsa Muschella - Il Corriere della Sera) L'impresa è quasi impossibile, ma il reclutatore non si scoraggia: «Voglio Veronica Lario in squadra». Eccola, l'ultima novità del candidato principe alla segreteria del Pd prossimo venturo. In piena corsa verso le primarie del 14 ottobre, Walter Veltroni si concede in un'intervista a Maria Latella e sul settimanale A prova a tradurre il modello Sarkozy nell'italica scelta dei compagni di strada assoldati direttamente dal campo avversario: «Ci sarebbe una donna che non so come collocare nel nostro panorama politico, e di cui conosco le curiosità culturali...».


Sì, l'obiettivo più ambito sarebbe Madame Berlusconi in persona: «L'ho incontrata qui in Campidoglio e mi sembra abbia due caratteristiche rare, entrambe utili a questo Paese: è open minded, curiosa e ha una grande autonomia intellettuale. Mi sembra una personalità di primissimo piano». E se non ha ancora pensato a un incarico da cucire addosso alla consorte dell'ex presidente del Consiglio, il sindaco di Roma ritiene però che «sarebbe bello disporre di un contesto dove Veronica Berlusconi possa dare un suo contributo. Tra l'altro, in questi anni, ho molto apprezzato la sua discrezione. In un mondo ossessionato dallo star system, è davvero una persona rara». È solo l'ultimo, Veltroni, ad essersi accostato al fan club «rosso» dedicato a Miriam Bartolini. Il primo che intuì quanto la first lady più schiva della storia istituzionale potesse essere utile alla sinistra fu Paolo Flores D'Arcais, che nel marzo del 2003 la invitò a dire ciò che pensava della guerra in Iraq in una lunga riflessione pacifista pubblicata su MicroMega. Quella sua convinzione che «se i movimenti pacifisti non ci fossero, sarebbe il deserto spirituale, una pietrificazione delle coscienze» le attirò in men che non si dica l'amore incondizionato di Cobas, Disobbedienti e No-global. Contentissimi, a modo loro, Luca Casarini («Purtroppo dubito che possa influenzare il marito...») e Francesco Caruso («Se è vero, deve divorziare e chiedere gli alimenti). Ma volle dire la sua anche la diessina Livia Turco: «È davvero un bell'esempio di autonomia e autorevolezza femminile. È la conferma di quanto sarebbe meglio se a governare fossero le donne».

Sette mesi dopo (ottobre 2003) arrivò il turno di Franca Rame, non ancora scoraggiata senatrice dell'Idv ma furiosa compagna di un Dario Fo a rischio censura per il suo Anomalo bicefalo tutto incentrato sul Cavaliere. Veronica Lario ne auspicò pubblicamente la messa in scena e la compagna storica del Nobel per la Letteratura — rivendicando da sempre «una sorta di simpatia» per la moglie dell'odiatissimo premier — la ripagò con parole affettuose affidate alla prima pagina dell'Unità: «Una donna con la D maiuscola, che dimostra cultura e intelligenza e che si è esposta per difendere un principio di democrazia». Gli ammiratori sono poi diventati un'intera legione lo scorso febbraio, dopo l'uscita della lettera nella quale la signora Berlusconi pretendeva dal marito pubbliche scuse causa eccessivo machismo. Giovanna Melandri e Franca Bimbi, Marina Magistrelli e Franco Giordano, Barbara Pollastrini, Sandra Bonsanti, Vladimir Luxuria e Paola Binetti, Antonio Polito: tutti a difendere lei, «il suo coraggio e la sua forza intellettuale, la sua autonomia e la sua dignità». Ci si è messo persino Roberto Benigni, che a marzo, dal palco del suo Tutto Dante, si è rivolto all'illustre ospite seduta in platea al Palasharp di Milano: «Veronica, se non fossi sposato la sposerei...». E adesso il «corteggiamento» di Veltroni. Chissà se il Riformista rispolvererebbe ancora oggi il «complesso di Veronica» coniato 4 anni fa, quell'antica sindrome della sinistra italiana «che consiste nel dar ragione a chiunque dia torto a Berlusconi e ai suoi accoliti anche quando hanno ragione» e, soprattutto, nell'applaudire a qualsiasi cosa dica «la moglie del tiranno».

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La rappresentazione della bellezza nelle foto di Barbieri.

(Giovanna Mancini - Il sole24 ore) La passione per le stoffe, per la loro consistenza, i colori e le fantasie, gli fu trasmessa da bambino dai genitori commercianti di tessuti e avrebbe lasciato un segno profondo nella sua formazione. Ma la strada Gian Paolo Barbieri è stata segnata da numerose infatuazioni che hanno fatto di lui uno dei più grandi fotografi italiani contemporanei, noto soprattutto – ma non solo – per le sue splendide immagini di moda. Il giovane Gian Paolo fu attratto dal cinema e dal teatro e l'approccio alla fotografia, inizialmente, fu solo funzionale a mantenersi a Roma quando, nel 1962, vi si recò per cercare di lavorare nel grande schermo. Fu solo nel 1964, dopo un'esperienza a Parigi come garzone di bottega del fotografo Tom Kubin, che Barbieri decise di dedicarsi da professionista alla fotografia di moda e aprì un proprio studio a Milano.
Tutto il suo lavoro dunque, anche quello dedicato alla natura e ai paesaggi e agli abitanti di Paesi lontani, testimonia la molteplicità e la complessità dei suoi interessi e delle sue trascinanti passioni.
Una complessità e uno spessore che la mostra a lui intitolata - allestita al Palazzo Reale di Milano fino all'11 novembre - documenta attraverso 140 immagini a colori e in bianco e nero, rappresentative di entrambe le "vite creative" dell'autore. La prima, fino alla metà circa degli anni Ottanta, ruota attorno al mondo della moda, dello spettacolo e ai loro protagonisti. La seconda viaggia lontano, tra le acque e le spiagge del Pacifico, di cui Barbieri ritrae paesaggi, animali, uomini e donne.
Ma questi universi lontani sono in qualche modo accomunati dallo sguardo dell'artista milanese che rimane, sempre e comunque, un fotografo di moda, ovvero un fotografo che non ritrae la realtà o gli eventi così come accadono, ma li mette – per così dire – in posa, li "rappresenta".

La fotografia di moda, scrive infatti la curatrice della mostra, Martina Corgnati, nell'introduzione al catalogo, "è un'operazione che ignora il reale, lo sfida, lo provoca e lo produce. Non si esaurisce nello scatto ma abbisogna di azioni di complemento, preliminari come la costruzione dei set". Quello che caratterizza questo genere fotografico, distinguendolo da altri come ad esempio il reportage giornalistico, è proprio l'ambientazione, il "setting", fondamentali per la comunicazione dell'abito o dell'oggetto indossato. Perché le collezioni di haute couture vivono soprattutto di comunicazione, di trasmissione di un messaggio che è prima di tutto estetico. "Il fotografo non fotografa l'abito – aggiunge Martina Corgnati -: fotografa l'immaginario" e contribuisce quanto gli stilisti stessi a creare mode e canoni estetici.
Le immagini di Barbieri raccontano tutto questo. Lo raccontano con la loro sorprendente perfezione, frutto di studio e messa in posa certo, ma soprattutto di un gusto innato per la bellezza che genera sensazione e seduzione.
Che si tratti del volto incantevole di Audrey Hepburn, di Monica Bellucci, di una giovane modella, oppure del corpo scultoreo di un abitante delle Seychelles, o ancora degli occhi profondi di un bimbo del Madagascar – sempre Gian Paolo Barbieri dimostra di usare il suo obiettivo per catturare e rappresentare il bello. I dettagli, le sfumature cromatiche, le tonalità dei grigi e le gradazioni della luce sono per lui come un'ossessione attraverso cui non ritrae la vita o il reale, ma piuttosto ne ricostruisce innumerevoli "rappresentazioni". E questa sua attenzione ai particolari è la firma con cui ha testimoniato l'evoluzione e l'apice dell'alta moda italiana e internazionale, a partire dagli anni Sessanta, per poi salpare verso terre e mari lontani.

"Gian Paolo Barbieri", fotografie di Gian Paolo Barbieri
Milano, Palazzo Reale, fino all'11 novembre.
A cura di Martina Corgnati. Catalogo Motta.
Orario: lunedì dalle 14,30 alle 19,30; da martedì a domenica dalle 9,30 alle 19,30; giovedì dalle 9,30 alle 22,30.
Ingresso: 8 euro.
Per informazioni: tel. 02/80509362; www.comune.milano.it/palazzoreale


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Prostituzione in strada, per il Viminale non va proibita.

(Panorama) La soluzione ai problemi, sociali e di sicurezza, legati alla prostituzione non è la repressione. Alle lucciole non deve essere vietato di esercitare, neppure a quelle che lo fanno per strada. Si può semmai proibire l’amore a pagamento vicino a luoghi come scuole, chiese e ospedali. È una delle conclusioni dell’Osservatorio sulla prostituzione e sui delitti connessi istituito presso il ministero dell’Interno e presieduto dal sottosegretario Marcella Lucidi, che oggi ha esposto la sua relazione al ministro Amato. Sono stati quindi messi dei limiti ad alcune proposte dei vari sindaci, che andavano nella direzione dei divieti o della creazione di quartieri a luci rosse.

L’Osservatorio boccia le ricette estemporanee e locali. La soluzione è una “politica integrata”. Entro certi paletti: “La proibizione tout court della prostituzione”, si legge nella relazione finale, “spingerebbe il fenomeno verso la clandestinità rendendo il lavoro delle Forze di Polizia, delle istituzioni e delle associazioni ed enti di tutela più difficile nella lotta contro la criminalità a favore delle vittime di sfruttamento. Il rischio esiste anche col divieto assoluto di prostituzione in strada. Il ‘riflusso al chiuso’ coinvolgerebbe anche tante persone deboli, svantaggiate, relegate in spazi ‘invisibili’ e, pertanto, più isolate, ricattabili, insicure”. Una delle proposte è di escludere le lucciole dai luoghi sensibili, con multe ai trasgressori. Mentre se i problemi nascono coi residenti di alcune zone, la via da tentare è quella della mediazione. Senza però “giungere ad impedire surrettiziamente, in via assoluta, l’esercizio all’aperto della prostituzione né a pregiudicare l’incolumità o la dignità delle persone che esercitano l’attività di prostituzione”.

I membri dell’Osservatorio, cui hanno partecipato gli enti locali, le forze dell’ordine e le associazioni che si occupano di tutela delle vittime dello sfruttamento, hanno comunque raccolto l’appello dei Comuni a trovare nuovi strumenti per arginare il dilagare della prostituzione su strada, che negli ultimi mesi ha fatto crescere il disagio. In particolare i lavori di sono concentrati sul contrasto della prostituzione minorile (in aumento: 340 persone denunciate nel 2006 tra sfruttatori e clienti e 77 nei primi tre mesi del 2007) e della tratta delle donne straniere (a partire dal 2006 è in crescita il numero delle giovani cinesi).

Le conclusioni del ministero incassano anche l’approvazione del “sindacato” delle lucciole. Il Comitato per i diritti civili delle prostitute dichiara in un comunicato di condividerne la linea politica e di apprezzare che per la prima volta in un documento ufficiale del governo si affermi “l’ammissibilità della prostituzione, il rispetto delle scelte e soprattutto il rispetto verso le persone prostitute alle quali non si deve e non si vuole negare il diritto all’esistenza. Apprezziamo”, dicono le dirette interessate, “la sanzionabilità non generalizzata, ma solamente attuata dalle autorità in casi di difficile gestione del fenomeno. Infatti, se è pur vero che in casi di esasperato conflitto cittadino le autorità possono porre dei divieti alla prostituzione, è anche vero che in questo documento si afferma che i territori consentiti per l’esercizio della prostituzione devono essere garantiti dalle stesse amministrazioni”.

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Danza/Rivoluzione bisex, l'uomo sulle punte.

L'ultima provocazione di Lock: il coreografo canadese rilegge «Il lago dei cigni» e «La bella addormentata».

(Paolo Cervone - Il Corriere della Sera) Ballettomani sull'orlo di una crisi di nervi. Edouard Lock, il coreografo canadese di origine marocchina che ha rivoluzionato la danza contemporanea dall'inizio degli anni 80, ha deciso di svelare il suo animo romantico. E con la sua compagnia La La La Human Steps affronta due dei più celebri balletti classici, «Il lago dei cigni» e «La bella addormentata nel bosco», due monumenti ottocenteschi coreografati al loro tempo da Marius Petipa, con le musiche di Ciaicovski. Il nuovo spettacolo, che si intitola «Amjad», dopo il debutto mondiale in Canada, inizia ora una tournée in tutto il mondo. Arriverà a Roma il 7 novembre al teatro Olimpico per l'apertura del Romaeuropa Festival, in collaborazione con l'Accademia Filarmonica. «Sono sempre stato affascinato dall'idea di lavorare con dei ricordi, e questa volta i ricordi sono legati alla storia della danza — sembra giustificarsi Lock —. Del resto, molti temi di questi due balletti si possono applicare all'oggi».

Così, mentre toglie la polvere dal mondo romantico
delle fanciulle in tutù bianco, si lascia alle spalle il perbenismo di una società in decadenza e si avventura nella foresta, nell'inconscio, affronta il versante oscuro dell'animo umano, il lato animalesco, per mettere a nudo tabù e desideri repressi. «Il tema più intrigante per me è il conscio e l'inconscio, il contrasto fra le scene che si svolgono nel palazzo e quelle nel bosco. Nella società romantica c'erano cose che si potevano accettare, altre — agli estremi opposti — assolutamente no. Così, in molte opere, quello che non era accettabile, era simbolizzato in forme animali o trasposto in mondi fantastici. Ecco, io avverto delle risonanze ideologiche tra quella epoca e la nostra, nel corso degli ultimi anni quella rigidità ha ripreso possesso della cultura». «Amjad» si rivela un'opera sovversiva già nella scelta del titolo: «Nel balletto romantico le suggestioni orientali, l'esotismo, rappresentavano tutto quello che era diverso, non accettabile. Amjad è un nome che viene dalla mia terra, dal Maghreb, e che portano sia le donne che gli uomini».

Al centro dello spettacolo c'è l'androginia, come quando in passato era Louise Lecavalier — sua musa per tanti anni — a sollevare i partner maschili. Anche ora in scena sono le donne, glaciali, sexy e guerriere (a qualcuno sono sembrate degli angeli sterminatori), a portare gli uomini. E, nella loro fragilità esibita, sono gli uomini — principi charmant e schizofrenici — che ballano sulle punte: passi a due e a tre, tutti al maschile («Trois Grâces au masculin», hanno scritto). L'ambiguità, per Edouard Lock, è un territorio dove non esiste alcuna certezza, dove tutto è possibile, velocità e contemplazione, dolcezza e brutalità. Lock destruttura e ricompone «Il lago dei cigni» e «La bella addormentata nel bosco», che non sono proposti in maniera distinta, ma sono intrecciati in una coreografia completamente nuova, modernissima, con lo stile inconfondibile dei La La La Human Steps: la velocità leggendaria dei suoi ballerini, una danza all'insegna dell'eccesso, un'esplosione spericolata di energia, un'estetica ai limiti del corpo umano. Le famosissime musiche di Ciaicovski, emotive fino allo sfinimento, qui sono rielaborate con lo stesso processo — perfino oltraggioso — di destrutturazione da due compositori contemporanei, l'inglese Gavin Bryars e l'americano David Lang, ed eseguite dal vivo da una piccola orchestra da camera. «Non mi interessa la perfezione — spiega Lock —. Occorre sempre rischiare, spingersi sul confine del proprio ego, per giustificare il fatto di essere sulla scena».

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