(Peace reporter) La battaglia dei gay israeliani per i diritti civili si concentra sulla donazione di sangue. Il Maghen David Adom (la Croce Rossa Internazionale locale) ha comunicato che resta forte il deficit delle donazioni di sangue a disposizione dei centri medici soprattutto per la scarsa propensione degli israeliani a donare. I donatori abituali sono solo il 4 percento della popolazione, mentre le richieste crescono. Gli omosessuali isrealiani, che da tempo desideravano donare il sangue, si sono subito offerti. L'attivista Dror Mizrahi ha dichiarato: "Finora una delle domande dei questionari rivolte ai donatori uomini mira a sapere se hanno avuto relazioni sessuali con persone dello stesso sesso. In realtà la domanda dovrebbe concentrarsi sull'utilizzo o meno di preservativi, non sul sesso del partner". Il sito online GoGay ha comunicato che da poco la Banca del Sangue israeliana ha acquisito attrezzature moderne e efficienti che renderebbe superfluo il questionario ai donatori.
martedì 17 giugno 2008
Israele - Palestina - Gli omosessuali in Israele contro la discriminazione per la donazione del sangue.
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martedì 25 marzo 2008
Tel Aviv. Gay palestinese potrà vivere con il proprio fidanzato israeliano.
(Agi) Storia d'amore intensa e alternativa con lieto fine (nonostante il teatro fosse tra i piu' pericolosi e ostili del mondo): dopo otto anni d'attesa, un gay palestinese ha ottenuto il permesso di vivere a Tel Aviv con il suo fidanzato israeliano. Il giovane ha 33 anni e vive nella zona di Jenin, in un ambiente -quello palestinese- poco favorevole alle relazioni omosessuali, tanto meno con partner israeliani. Steso un velo di segretezza sui nomi dei protagonisti, la storia e' stata raccontata dal quotidiano israeliano 'Yediot Ahronot'. Anni fa il palestinese aveva inviato un lettera al ministero dell'Interno per chiedere il permesso di trasferirsi in Israele e vivere con l'uomo -un ingegnere informatico 40enne- che e' il suo partner da otto anni. Ma secondo 'Yediot Ahronot', finora non aveva ricevuto alcuna risposta. Finche' l'omosessuale palestinese non ha deciso di scrivere direttamente al generale Yossef Mishlav, coordinatore militare in Cisgiordania e a Gaza, chiedendo un permesso speciale e temporaneo: la sua vita -spiegava nella lettera- era in pericolo dopo che la sua famiglia aveva scoperto la relazione omosessuale. Di solito e' praticamente impossibile per i palestinesi che vivono in Cisgiordania ottenere il permesso di viaggio in Israele. E invece, con un 'via libera' decisamente raro, il generale Mishlav gli ha consenti di raggiungere il fidanzato a Tel Aviv. Il giovane, che e' stato interrogato anche dallo Shin Beth sulle sue intenzioni, dovra' rinnovare l'autorizzazione ogni mese, in attesa del permesso definitivo del ministero dell'Interno. Nonostante la temporaneita' del permesso, la coppia sembra molto felice: "Sono malato di cuore e ho bisogno del mio partner accanto", ha spiegato al quotidiano israeliano, il giovane israeliano. Adesso i due vivranno insieme a Tel Aviv, la citta' mediorientale piu' tollerante con l'omosessualita', teatro ogni anno di una colorata e vivace sfilata dell''orgoglio gay'.
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giovedì 6 marzo 2008
Tel Aviv, gay palestinesi ed ebrei uniti contro i tabu'.
(Giorgio Raccah - Ansa) C'e' una occasione, ed e' la piu' insolita di tutte, in cui palestinesi ed ebrei si ritrovano a ballare, scherzare e a parlare insieme d'amore.
Ogni due mesi circa, di venerdi', un piccolo ritrovo notturno in un popolare quartiere a sud di Tel Aviv, diviene teatro di una festa riservata a un pubblico particolare: quello dei gay, dei transessuali e dei bisessuali palestinesi. Solitamente si tratta di un paio di centinaia di persone, che vengono un po' da tutto il paese, per godere di una serata in liberta', senza pressioni e tabu' comunitari e sociali, approfittando del clima piu' tollerante di una citta' laica e godereccia come Tel Aviv.
Tra il pubblico, dove l'arabo e' la lingua corrente e dove arabe sono le canzoni - spesso a carattere politico e fortemente nazionalista - cantate da coloratissime 'drag queen' palestinesi, non mancano le coppie di ebrei. Omosessuali israeliani di entrambi i sessi qui sono ben accetti, anche se si sottolinea con evidenza che si tratta di una festa palestinese.
Le feste sono organizzate da Al-Qaws (l'arcobaleno), ''un'associazione - dice all'ANSA la direttrice Hanin Maikey, palestinese originaria di un villaggio della Galilea - che e' sorta come iniziativa della Jerusalem Open House (''Joh'', associazione dei gay, bi e transessuali israeliani) per rispondere alla necessita' di fare qualcosa per la comunità omosessuale palestinese di Gerusalemme est che la Joh non era capace di soddisfare per motivi diversi, linguistici, culturali e altro''. Col passare del tempo poi questa comunita' si e' estesa ad altre parti del paese.
Al-Qaws, afferma Hanin, e' un'associazione indipendente, rivolta a un pubblico 'omolesbico' interamente palestinese col fine di operare a favore di questa comunita', con iniziative diverse che vengono esercitate tramite comitati locali. Al fianco di Al-Qaws opera anche Aswat (voci), organizzazione formata da lesbiche palestinesi, che l'anno scorso e' incorsa nelle ire del Movimento Islamico per aver cercato di indire a Haifa un convegno femminista.
Tra le organizzazioni dei gay israeliani e palestinesi ci sono vaste aree di collaborazione, ad esempio per la lotta contro le discriminazioni, i pregiudizi e i tabu' sociali (forti per entrambi i popoli), anche se non mancano grandi differenze.
La realta' di vita per un gay palestinese e' piu' dura di quella di un ebreo israeliano con le stesse preferenze sessuali, che sicuramente gode di una maggiore liberta' e indipendenza.
''Molti membri della nostra comunita' - testimonia Hanin - parlano di doppia marginalizzazione: come omosessuali e lesbiche sono emarginati dalla societa' palestinese e in quanto arabi da quella israeliana''.
''Puo' succedere - prosegue - che un ragazzo ebreo esca con un ragazzo arabo e che a un certo punto quello ebreo faccia un'osservazione ostile nei confronti degli arabi, come se non capisse che anche il suo compagno e' arabo''.
Ma le discriminazioni piu' forti giungono dai propri connazionali: ''Molti palestinesi preferiscono cambiare il loro nome e inserirsi nella societa' israeliana tagliando i contatti con altri palestinesi - denuncia Hanin - per non rischiare di incontrare un parente o un vicino di casa del villaggio''.
A tutti, inclusi quelli che cercano di celare la loro identita', conclude Hanin, ''il messaggio che noi vogliamo dare e' che se e' lecito essere palestinese, e' altrettanto lecito essere trans e palestinese al tempo stesso''.
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giovedì 3 gennaio 2008
Israele rompe un tabù, al cinema la satira sui kamikaze.
Bomba che ticchetta - questo il titolo del film del giovane regista Atar Ofek, che sbeffeggia sia i terroristi palestinesi sia i soldati israeliani - potrebbe essere l’inizio di una nuova tendenza, mentre gradualmente lo Stato ebraico esce dal trauma.
Nell’idioma ebraico Pzazzà metakteket (Bomba che ticchetta) è sinonimo di ragazza molto appariscente. Un duplice riferimento alla protagonista del filmato (30 minuti a ritmo serrato): la palestinese Rauda che lascia la Cisgiordania per far esplodere un autobus israeliano. Ma oltre i posti di blocco presidiati da militari ottusi fino alla cecità c’è in agguato un Cupido che farà cadere la terrorista col corpetto esplosivo nelle braccia di un giovane ebreo, perdutamente invaghitosi di lei.
Ofek ha spiegato oggi all’Ansa che costrizioni di carattere economico e remore politiche hanno causato una severa selezione fra i candidati alle parti principali del film iconoclasta.
Rauda - la palestinese votata al martirio, che si impappina di fronte alla telecamera che la riprende prima di partire in missione e manda su tutte le furie i mandanti dell’attentato - è in realtà una israeliana di origine yemenita, Hadar Razon.
Il marito - un palestinese affamato di sesso per i prolungati coprifuoco a cui è costretto, che si scambia per telefono messaggi allusivi con una pacifista israeliana pure assetata di distensione - è in realtà un druso.
Oltre il tono caricaturistico, il film ha dosi di autenticità: ad esempio quando la telecamera indulge sulle pareti della casa di Rauda dove soldati israeliani, durante una perquisizione, hanno tracciato con lo spray slogan inneggianti alla loro brigata.
Per produrre il film, Ofek ha ricevuto il sostegno di enti pubblici. Ad opera completata sono però iniziati i problemi.
Accampando ragioni diverse, i festival del cinema di Gerusalemme e di Haifa non lo hanno voluto. La televisione commerciale Canale 2 non esclude di mandarlo in onda in futuro.
Intanto il film passa di mano in mano. Ieri, quando si è sparsa voce della proiezione, la Cinemateca di Tel Aviv si è riempita.
Poi gli spettatori hanno sgomitato per acquistare copie del film, da regalare agli amici.
Ofek dice che Bomba che ticchetta è stato ben accolto da spettatori di vario genere: ebrei e arabi, nazionalisti e pacifisti, tutti contagiati dal tono bonario. E i sopravvissuti agli attentati, gli è stato chiesto, come reagiranno? “Le gag del film” nota “sberleffano i terroristi e i soldati, non le vittime degli attentati. Non vedo perché questi ultimi dovrebbero offendersi”.
Ansa: Aldo Baquis
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05:21:00
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