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mercoledì 3 ottobre 2007

I Momix tornano a Milano.

Al Teatro Nuovo di Milano , in Piazza San Babila, Milano
Tel. 02.76000086, dal 16 ottobre al 25 novembre 2007, saranno di scena i MOMIX, con "SUN FLOWER MOON", uno spettacolo di MOSES PENDLETON.

I Momix tornano a Milano dopo quattro anni di assenza con la creazione di Moses Pendleton presentata in occasione del 25° anniversario (2005) del suo gruppo di danza MOMIX: Sun Flower Moon. Sun Flower Moon, è "una serata di sovvertimenti e di seduzioni visuali concentrate" (Vittoria Ottolenghi), in cui affascinanti oggetti cosmici, tutti inventati, guizzano e fluttuano nel metafisico Mare lunare.

E' attraverso un repertorio di magie e di astuzie visuali che Moses Pendleton marcia impavido verso il diverso, l'altro, l'oltre: il super-umano, il sub-umano, il mondo animale, il vegetale, la natura desertica, il paesaggio cosmico.
Nello spettacolo i tre elementi che compongono il titolo rimandano ciascuno ad un elemento dello
spettacolo.
A partire dal sole, dai fiori e dalla luna, Pendleton crea ancora una volta spettacolari giochi di luce e dinamiche fantasmagoriche, facendo apparire corpi che volano, nuotano, si scompongono e si ricompongono, parti di un universo misterioso in cui gli elementi della natura fluttuano l'uno nell'altro. Il balletto suggerisce l'idea di uno spazio "altro", di una gravità diversa da quella terrestre. Il senso di un mondo lontano, popolato da esseri immaginari che si avventurano in luoghi inesplorati.

In Sun Flower Moon Pendleton si serve della tecnica del "teatro nero", con immagini in movimento repentino e rotazioni ipnotiche, come in un caleidoscopio. I danzatori sono invisibili, quasi immateriali, la loro identità resta celata sotto l'efficacia delle immagini. Complice l'illusione ottica della luminotecnica e delle immagini video. E' un invito alla fuga dal mondo reale e un tuffo nella magia del mistero.

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Il contraccettivo dell’era digitale.

(Controcopertina) Starete pensando: cosa diavolo centra il mondo digitale con la contraccezione?!? Invece sì, centra eccome…

Mi ha incuriosito infatti un recente sondaggio svolto negli Usa dall’azienda pubblicitaria JWT, riportata poi da Reuters e successivamente da Punto-informatico (fonte di ispirazione per questo articolo), che in parole povere trattava di un argomento piuttosto spinoso di questi tempi: la dipendenza da Internet.

Il sondaggio ha riportato delle cifre quantomeno preoccupanti.
Secondo le statistiche riportate, ben il 15% degli intervistati ha ammesso la completa dipendenza da internet, mentre solamente il 40% è in grado di resistere qualche giorno e solo una persona su 5 è in grado di resistere più di una settimana senza connettersi. “Si sentono ansiosi, isolati ed annoiati nel momento in cui si trovano forzatamente offline - ha affermato Ann Mack, dirigente della divisione JWT che ha elaborato il sondaggio - si sentono disconnessi dal mondo, dagli amici e dalla famiglia“.

È stato rilevato come il social networking sia una delle attività predilette dagli intervistati, una preferenza che testimonia esplicitamente come si tenda progressivamente a travasare la socialità dentro la Rete (basta pensare al mondo di Second Life o, per citarne un altro, il gioco World of Worcraft e simili).
L’abitudine all’onnipresenza della rete non si limita infatti ad intaccare la percentuale di tempo dedicata ai media, come tv e stampa: il 28 per cento degli intervistati ha ammesso che le tecnologie rubano tempo prezioso da dedicare alle relazioni, agli amici, alla famiglia.
Il 20 per cento, pur di non rinunciare a smanettare online, finisce addirittura per trascurare il sesso. Si profila così un nuovo metodo per controllare le nascite: diffondere internet! Scherzi a parte è una prospettiva che fa preoccupare e su cui forse dovremmo riflettere. Nessuna grande passione umana, per grande che fosse, era mai riuscita a distogliere l’uomo dalla sua esigenza primordiale (fatte salve le guerre).
Siamo veramente diventati schiavi delle macchine, come predetto già da Pirandello?

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Mostre: A Nuoro l'eleganza e l'erotismo dei disegni di Egon Schiele.

(artsblog) Si può attraversare il Mar Tirreno solo per vedere una mostra? Credo proprio che “Egon Schiele 1890-1918”, retrospettiva dedicata dal MAN di Nuoro al maestro austriaco, lo meriterebbe, e a chi, come me, non abita in Sardegna non resta altro da fare se non prendere un traghetto.

Ottanta disegni, acquerelli e gouaches in cui ammirare il tratto abilissimo di uno dei più grandi di sempre nel disegno. Le linee senza esitazioni descrivono indistintamente sia scene di teneri abbracci familiari, sia corpi disperati in spigolose contorsioni di un erotismo malsano. E poi eleganti signore con ampi cappelli e ricche pellicce, intellettuali dandy viennesi e semplici amici dell’artista, spesso appena contornati, come con un’aura, da una lumeggiatura di bianco in contrasto con il giallino della carta da pacco.
Al MAN, Museo d’Arte della provincia di Nuoro, fino al 9 dicembre


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Veltroni e i Cus.

«CUS, e cioè contratto delle unioni solidali, è una scelta che consente di riconoscere che esistono, seppur in maniera differente dalla famiglia tradizionale prevista dalla Costituzione».

(Liberocanto blog) È quanto ha dichiarato il sindaco di Roma Walter Veltroni, ospite della trasmissione Le invasioni barbariche, a proposito del riconoscimento delle unioni civili, aggiungendo che si tratta di diritti ragionevoli anche «per le coppie omosessuali» (ansa).
Dopo le dichiarazioni del suo comitato elettorale che avevano immediatamente provocato l'aspra e decisa reazione del Circolo Mario Mieli e fatto tanto indignare moltissimi nel movimento glbt e tra le coscienze democratiche del nostro Paese, da molte parti si era detto che quelle non rispecchiavano il pensiero del primo cittadino di Roma ed erano da considerarsi semmai uno scivolone di qualche suo inesperto collaboratore. Si diceva che il candidato al PD si era molto arrabbiato per questa polemica e sarebbe presto intervenuto per chiarire in maniera più completa e autentica la sua posizione sulle questioni sollevate dal movimento e in particolare dal comunicato del Mario Mieli che chiedeva risposte chiare ai candidati. (Iniziativa per altro lanciata in maniera ancora più ampia ed estesa, con l'idea di coinvolgere direttamente parte della base del movimento che anima centinaia di blog in tutta Italia, dall'aggregatore GayToday e che proprio in queste ore vede concludersi la prima fase "istruttoria" per procede con l'invio di domande chiare e circostanziate ai candidati del PD e, credo, a tutto il mondo politico italiano, essendo sicuramente questioni attuali e aperte con cui tutti devono necessariamente confrontarsi).
In realtà sono seguite diverse settimane di silenzio imbarazzato, nessuna smentita ufficiale per quelle dichiarazioni, che provenendo dal'ufficio di Veltroni sono da considerarsi quindi pienamente condivise dal Sindaco di Roma tanto da attirare finalmente anche l'attenzione dei media più attenti come il tg di la7, che ieri ha dedicato alla questione un servizio o TeleRomaPraitano (presidente del Circolo Mario Mieli). 56 che stasera ha ospitato Rossana
Stamane finalmente ecco queste dichiarazioni che di certo non ci soddisfano più delle precedenti e ci lasciano sempre più perplessi sulle reali intenzioni e sulla buona fede di mister Veltroni.
Diritti ragionevoli? famiglia tradizionale prevista dalla Costituzione?

Prendiamo atto che Il Partito Democratico si avvia ad attestarsi su questi punti al livello della destra europea, cioè a dire anni luce dalle richieste del movimento glbt e soprattutto dalla realtà dei fatti. Nelle sue superficiali e rapide dichiarazioni manca qualsiasi reale comprensione del fenomeno, qualsiasi "visione" prospettica, non si affronta la questione centrale dell'uguaglianza e della dignità di tutti i cittadini e tutte le cittadine di questo Paese e si scambia il problema con una banale disputa sindacale in cui si può trattare se la pensione arriva dopo 9 o 12 anni e in quale sede va stipulato l'accordo tra le parti.
Forse non risulta chiaro a Veltroni, peraltro in buona compagnia sia nel Partito Democratico che in tutta la classe politica italiana in generale, che non si tratta di conciliare due interessi contrastanti, ma di prendere posizione su una questione di principio, di eguaglianza e di pari diritti. Anche perché francamente non si capisce quali siano gli interessi in conflitto, dal momento in cui di fronte a chiare richieste di civiltà mosse dal movimento glbt e non solo si contrappone una posizione di netta opposizione e contrarietà da parte delle gerarchie cattoliche e religiose e dei bigotti moralisti di ogni risma. Una opposizione che non vine argomentata in nessun modo razionale e che fa appello soltanto a ideologia, teologia e anche a mistificazioni vere e proprie. Una opposizione che mira a confermare una discriminazione presente in Italia e, persino a rinforzarla diffondendo un messaggio violentemente omofobico.
Io propongo sempre un paragone con il movimento delle suffragette femministe: cosa avrebbero pensato se invece che concedere loro il voto in condizioni di parità con gli uomini le donne si fossero viste arrivare la proposta: "va bene potete anche votare ma il vostro voto va pesato un quarto di quello degli uomini, oppure ma voi eleggerete una rappresentate al parlamento con funzione consultiva"? Credo che si sarebbero sentite ancora più umiliate e insultate che di fronte a un rifiuto netto. Sarebbe stato come "pesare" la loro rilevanza politica un quarto o un quinto o un millesimo di quello degli uomini, sarebbero state proposte oltraggiose e inaccettabili.

Penso che il movimento italiano sia giunto a questa stessa maturità. Non vogliamo più contentini e false concessioni. Non vogliamo concessioni, vogliamo diritti, che è ben diverso! e fondamentalmente vogliamo che sia riconosciuta la nostra piena cittadinanza e la nostra uguaglianza... Tutto il resto viene giù logicamente e a cascata.

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Palermo, il 5 ottobre convegno Agedo.

Manifesti anti-omofobia nelle strade di Palermo.
Il 5 ottobre una giornata per promuovere il rispetto.

(Delia Vaccarello - L'Unità) Il manifesto a fianco comparirà in alcune zone di Palermo dal prossimo 15 ottobre. L'illustratore Alessandro Previti segnala con tratto efficace che nulla cresce sotto il cielo della discriminazione. Con un gioco di luci e ombre evoca suggestioni magrittiane. L'iniziativa fa parte delle campagne avviate da AgedoPalermo (www.agedopalermo.org), come la diffusione di cartoline per «rompere il silenzio». Su questi temi il 5 ottobre, in via dello Spezio 43, si terrà una giornata di sensibilizzazione.

AGEDO Parla una mamma dell'associazione
di genitori e amici degli omosex

Non si può aggredire
un omosessuale
nella totale impunità

Francesca Marceca, responsabile Agedo Palermo, mette l'accento sul silenzio che c'è nella scuola e ribadisce la necessità di informare e includere. Dice: «Spero per mio figlio il varo del pacchetto anti-violenza. Nessuno si deve permettere di offendere una persona omosessuale credendo di essere nel giusto».
Il caso di Matteo è stato archiviato dalla magistratura. Si è parlato di enfatizzazione mediatica della vicenda. Voi dell'Agedo pensate che sul bullismo anti-gay a scuola ci sia enfasi o silenzio?
«C'è un sostanziale silenzio. Di affettività omosessuale e di identità di genere si parla poco o niente. La non conoscenza nutre gli stereotipi negativi. Manca la cultura del rispetto. In più, c'è difficoltà a svolgere interventi nelle scuole. Spesso i ragazzi non conoscono neppure il significato dei termini, né immaginano l'enorme sofferenza che può provocare la presa in giro. Noi siamo stati contattati da un istituto commerciale di Palermo, un caso raro: abbiamo incontrato otto classi ed è stata una bella esperienza. Di omofobia si può parlare anche alle elementari. I miei allievi di quinta, in occasione della Giornata della Memoria, hanno realizzato il modellino di un campo di concentramento con il Das, mettendo un cartellino per ogni gruppo di vittime: ebrei, omosessuali, nomadi, perseguitati politici. Poi hanno attaccato un arcobaleno con scritto: mai più».
A Palermo si è parlato molto del caso della Prof che ha «punito» il ragazzino omofobo facendogli scrivere «sono un deficiente». Innocentisti, colpevolisti: quali sono stati gli atteggiamenti più diffusi?
«Tra gli adulti, ho visto posizioni equilibrate. Episodi simili vanno sottolineati nella loro gravità. Ho percepito un clima favorevole agli interventi contro questo genere di prepotenze. Ma gli insegnanti non possono essere lasciati da soli ad affrontare gli episodi di bullismo. Occorre che tutte le scuole inseriscano nel piano dell'offerta formativa, di cui i genitori prendono visione all'atto dell'iscrizione, le azioni che l'istituto metterà in atto per arginare il fenomeno (corsi per il personale, incontri per i ragazzi)».
Uno dei suoi figli è omosessuale. Cosa teme e cosa spera per lui?
«Attendo il varo del pacchetto anti-violenza. Una legge che tuteli la sicurezza dei nostri ragazzi è prioritaria, nessuno deve permettersi di offendere, anche con parole, magari senza sapere cosa sta facendo, nella convinzione che le persone omosex siano diverse e non facenti parte del consesso sociale. Invece le persone omosessuali sono parte integrante del tessuto sociale e la loro affettività è risorsa e ricchezza, come tutti i sentimenti d'amore».
Organizzate un convegno contro le discriminazioni, avete fatto una campagna di cartoline anti-silenzio. Qual è il vostro principale obiettivo?
«Un percorso che si sta svolgendo in tre tempi: la campagna "Parliamone" ha invitato la città a non chiudersi nel silenzio. Parlarne serve ad acquisire nuove competenze relazionali per pervenire al rispetto. I manifesti che verranno affissi in città il 15 ottobre invitano a scoprire la bellezza del rispetto. La terza campagna parlerà di inclusione e condivisione».
Quali sono le ricadute più tristi della scarsa sensibilizzazione?
«I ragazzi arrivano in Agedo e ci raccontano di vivere una vita che non è vita, la loro affettività è castrata, bloccata, inaridita. Hanno tanta ricchezza di amore ma la comprimono nell'animo per paura del giudizio della gente e della delusione che potrebbero dare ai genitori. E ci sono genitori che arrivano in Agedo più preoccupati del "cosa dirà la gente" e meno del disagio dei ragazzi. E ragazzi vittime del bullismo nel quartiere in cui vivono o a scuola».
Secondo la sua esperienza, quali sono le sofferenze che i giovani omosessuali riescono a verbalizzare nel rapporto con gli altri e quali quelle che più spesso vengono taciute?
«Se il ragazzo vive in città, il problema può essere quello di non trovare la persona ideale che lo corrisponda. Spesso, comunque ha già trovato spazi amicali, ludici o associativi, per capire e dire chi è e cosa desidera. Se si vive in un paese è addirittura difficile dire a se stessi: sono lesbica, sono gay. Talvolta, in Agedo, siamo i primi ad accogliere la confidenza di ragazzi e ragazze che si stanno scoprendo. Palermo è una città a chiazze. Se ti trovi in un contesto aperto, vivi bene; se ti trovi in un contesto in cui non puoi neanche pronunciare la parola omosessuale, vivi malissimo e vedere in televisione storie di persone omosessuali serene ti fa sentire inadeguato, con tanta voglia di scappare verso luoghi idealizzati ove sentirti più libero, e intanto dentro di te cresce la disistima. Talvolta le difficoltà aumentano negli ambienti più "facoltosi", attanagliati dalla paura del giudizio sociale».

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Salvare un paese da sé stesso: idee per una politica culturale.

(Locanda riformista) Queste righe – con qualche minima differenza – furono presentate al congresso nazionale della Sinistra Giovanile del marzo 2007, come integrazione alle tesi nazionali in cui la cultura non era menzionata. Il documento venne assunto dopo essere stato approvato in tutta Italia. Ciononostante è praticamente inedito: pochi lo lessero, pochissimi lo capirono, nessuno l’ha usato come spunto per fare iniziativa politica. In ogni caso rappresenta la linea in materia di politiche culturali con cui i giovani diessini si avviano a costituire il partito democratico. Loro non lo sanno, ma è così]

Il dibattito sulle politiche culturali, gli investimenti destinati alla cultura, la cultura come elemento di diversificazione anche economica del Paese può essere rappresentato con due tipologie di approccio. La prima è il cosiddetto “effetto Bilbao”: l’investimento in cultura come strumento di marketing territoriale, di promozione internazionale, di produzione di indotti economici di servizio e terziario. L’effetto Bilbao è un fenomeno molto dibattuto, su cui cominciano ad emergere valutazioni critiche ma ha una sua legittimità in termini di sviluppo e pianificazione urbana.
Il secondo approccio considera la cultura come elemento di welfare locale: l’investimento in cultura come elemento di promozione e sostegno alla comunità locale.
Se si considera la cultura come elemento di welfare – vale a dire come uno degli elementi che contribuiscono al benessere di una comunità, in termini sociali, economici, relazionali, culturali – è evidente che si devono promuovere politiche pubbliche che sostengano, supportino e infrastrutturino un’offerta culturale plurale, diffusa, accessibile.
Questi due approcci spesso vengono definiti in termini esclusivi, quasi che l’uno possa escludere l’altro, con il rischio di semplificare e impoverire la vitalità di un’offerta culturale che, al contrario, deve sapersi porre come offerta plurale, eterogenea, differenziata.
Investire in cultura come elemento di marketing territoriale – e usare i luoghi della cultura come strumento di pianificazione urbanistica e di trasformazione del territorio – non esclude il fatto che siano necessari altrettanti investimenti negli elementi intangibili, immateriali, creativi dell’offerta culturale.
Vale a dire: i luoghi della cultura – teatri, spazi espositivi, biblioteche, musei, luoghi di spettacolo dal vivo – hanno bisogno di pubblico ed hanno bisogno di soggetti che li riempiano, li sostanzino, li rendano vitali. Ed è bene sottolineare che non esiste “un pubblico” di cultura, ma esistono “pubblici” che accedono alla cultura in modo differente e plurale, con motivazioni individuali e collettive diverse, con educazione e sensibilità profondamente differenziate.
La formazione dei pubblici di cultura spesso è un tema che appartiene all’associazionismo culturale che interviene non soltanto per fidelizzare “pubblici alti” – per i quali sono le istituzioni locali che formano l’offerta ed il “cartellone” - ma spesso investe in termini di educazione, didattica, formazione, diffusione di offerta culturale consentendo accesso a pubblici meno colti e difficilmente raggiungibili.
In questo contesto, la cultura come politica di welfare deve essere concepita come elemento di promozione di cittadinanza, di inclusione e ricucitura del tessuto sociale della comunità locale.

Inoltre occorre considerare che i processi creativi crescono e si affermano in modo difficilmente riconducibile a semplici logiche economiche e di mercato – anche se con queste di confrontano e si scontrano. Le realtà più interessanti a livello europeo - capaci di produrre e offrire tendenze e aprire strade di produzione creativa – non necessariamente sono nate all’interno di luoghi asettici, deputati a promuovere cultura. Le culture urbane, i fenomeni di creatività e di contaminazioni culturali più interessanti nascono in modo spontaneo ma si affermano se riescono ad intercettare un sistema pubblico interessato a promuoverle, sostenerle e farle crescere.

In termini di scenario non solo nazionale ma europeo, si può parlare della fine di un’epoca: l’attuale meccanismo di sostegno diretto attraverso l’erogazione di contributi a fondo perduto da parte del pubblico come politica di sostegno all’associazionismo culturale è destinata a diminuire.
Senza voler entrare nel merito di un dibattito che sta coinvolgendo reti, networks, associazioni e autorità nazionali e locali in tutta l’Europa, il rischio di una riduzione della spesa pubblica in cultura può diventare in tempi rapidi un dato strutturale e non contingente.
Questo significa che sta avvenendo una rivoluzione copernicana in termini di organizzazione e capacità dei soggetti e degli attori pubblici e privati a promuovere attività e iniziative all’interno di una complessità finanziaria, progettuale e politica inedita.
Sempre più le associazioni culturali si improvvisano competenze in termini di fund-raising, diversificazione progettuale, amministrazione, project-management, marketing e comunicazione. D’altro canto le Amministrazioni pubbliche sono dibattute dalla necessità di concentrare e scegliere, di definire priorità e requisiti di accesso alle risorse senza essere attrezzate per farlo in modo trasparente e lineare. La schizofrenia attuale oscilla tra i “bandi” ed i contributi a pioggia, la definizione di requisiti formali di accesso inauditi – che impongono alle organizzazioni investimenti a perdere in termini di amministrazione, pianificazione finanziaria, rendicontazione – oppure la relazione bilaterale con i decisori, dove soltanto le organizzazioni più forti, visibili e affermate hanno accesso.
La selezione darwiniana che si sta producendo non sempre premia la qualità, spesso produce improvvisazione, in ogni caso non investe sulla cooperazione, la complementarietà, il sistema.

Lo stock di finanziamenti destinati alla spesa per la cultura non può essere ulteriormente ridotto, ma in ogni caso deve essere ripensata la modalità con cui si investe in cultura. Si può diminuire la quota riservata al finanziamento diretto dei singoli attori culturali, aumentando invece la fornitura di beni e servizi al sistema culturale, in una logica di massimo sfruttamento delle risorse disponibili e di democratizzazione delle risorse stesse.
Questo scenario impone una politica coraggiosa: se da un lato occorre riparare ai danni causati dalle finanziarie di Tremonti, che hanno mortificato la cultura tagliando il FUS, dall'altro diviene imprescindibile un ripensamento delle politiche culturali “tradizionali”.
Non può più bastare il pur necessario investimento nei grandi restauri, nei poli museali, nelle città d'arte. Sarebbe utile che il centrosinistra al governo facesse due passi in avanti: il primo è investire sempre di più sui contenuti culturali (il “software”), evitando dispendiose spese per grandi strutture (l'”hardware”) che rischiano di essere, culturalmente parlando, cattedrali nel deserto. Il secondo passo è l'abbandono della sola logica della valorizzazione dell'esistente, per sposare un'impostazione che premi e incentivi la creazione di nuova cultura. L'Italia potrà veder realizzato un avanzamento culturale e civile se i giovani creativi troveranno adeguato sostegno nelle politiche statali e locali.

Dal governo si dovrebbe auspicare anche l’assunzione di un ruolo forte di indirizzo e coordinamento degli enti locali, che in materia di cultura seguono politiche raramente strategiche e molto spesso scoordinate, poco trasparenti, penalizzanti per chi si affaccia nel mondo dell'arte e della creatività.
In una società della conoscenza, anche i prodotti culturali rischiano di seguire le stesse logiche di mercato di altre produzioni materiali. Un ulteriore sforzo che il governo dovrebbe effettuare riguarda l’individuazione di politiche che aiutino l’accesso alla cultura a tutti quei soggetti che, per difficoltà economiche o di altra natura, non dispongono autonomamente degli strumenti necessari per non venire esclusi dal dibattito culturale e da un elemento di crescita fondamentale per la società e gli individui.

Chi volesse davvero proporre una “nuova politica” non può esimersi dall'affrontare il nodo delle politiche culturali e dello stato dell'associazionismo culturale italiano: un associazionismo quasi mai capace di autosostenersi e quindi sempre alla ricerca di fondi pubblici, delegando di fatto al Pubblico le scelte in materia. Senza un'inversione di tendenza rischiamo di trovarci immersi in un paradosso: mentre lo Stato diminuisce gli investimenti in cultura, gli attori perdono indipendenza ed autonomia, basilari per lo sviluppo di una libera produzione culturale.

Alle centinaia di progetti didattici ed educativi presentati dalle associazioni culturali, il centrosinistra al governo nel Paese e nella maggioranza delle Regioni deve rispondere con un potenziamento dell'educazione alla cultura, che passa soprattutto attraverso la valorizzazione di alcune materie scolastiche (educazione artistica, educazione musicale) come strumento di apprendimento più che come tema a sé stante e la capacità di portare la cultura “alta” in luoghi meno formali e elitari.

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